COMPRENSIONE,DISCREZIONE E SINCERITA’

Comprensione, discrezione, sincerità (Felice Di Giandomenico)

La sincerità implica il concetto di reciprocità. Quando tra due o più persone si instaura un rapporto (affettivo, di amicizia, di lavoro, di assistenza), l’essere sinceri diventa un imperativo al quale non ci si può sottrarre…

Comprendere l’altro

Partiamo dalla comprensione. Comprendere chi ci sta di fronte non è sempre facile. Ogni persona ha dentro di sé un mondo dove sentimenti, emozioni, sensazioni, piccoli segreti vengono custoditi gelosamente, risultando spesso non condivisibili. Comprendere l’altro significa, innanzitutto, comprendere quella parte di sé che desidera mettere in gioco in un rapporto interpersonale, sia esso di natura affettiva, lavorativa o altro. È necessario capire che, chi ci sta di fronte, chi – in qualche modo – ci rende partecipi della sua vita, lo fa nella misura, nei tempi e nei modi che ritiene più opportuni. È inutile indagare, fare domande indiscrete, cercare di entrare di forza in “spazi” interiori dove l’accesso non è consentito. In molte situazioni di sofferenza o di disagio è possibile incontrare “muri di gomma” con i quali il nostro delirio di onnipotenza può andare ad impattare miseramente. Comprendere, quindi, significa innanzitutto rispettare i tempi dell’altro, rispettare i suoi silenzi, la sua voglia di parlare, di discutere o di condividere aspetti particolari della propria vita.

Essere discreti e riservati

Nei rapporti umani, la discrezione (così come la riservatezza) è l’ingrediente fondamentale per instaurare relazioni funzionali ed affettivamente mature. La mancanza di discrezione e di riservatezza, oltre a rappresentare una delle espressioni più alte della maleducazione e dell’invadenza, comporta una serie di irrigidimenti che rendono i rapporti umani spesso inautentici, statici e decisamente fragili. Basta un niente per romperli, a volte anche in modo definitivo ed irreversibile. Nella vita è sempre un bene ed un’ottima cosa non impicciarsi degli affari altrui, a prescindere dal tipo di relazione che andiamo a costruire o che portiamo avanti. Discrezione e riservatezza sono direttamente correlate con il rispetto dell’altro in quanto persona con un proprio mondo interiore da preservare. Inoltre, il voler conoscere tutti i dettagli della vita altrui è un chiaro sintomo di una curiosità morbosa che nulla ha a che vedere con un autentico rapporto interpersonale, basato sulla stima e la fiducia reciproca. L’essere genitori, amici, fidanzati, marito e moglie, operatore-paziente, non autorizza a sconfinare nell’indiscrezione anzi, più le relazioni sono profonde, più la discrezione e la riservatezza dovrebbero essere vere e proprie norme di riferimento. Se ad una nostra domanda la persona che abbiamo davanti non risponde, rimane sul vago, cambia discorso, è opportuno non insistere perché, tanto, le informazioni che desideriamo ottenere, non le avremo mai. Si otterranno semmai patetiche bugie o “depistaggi” che non fanno altro che deteriorare il rapporto e renderlo decisamente inautentico ed intriso di malafede.

Essere sinceri

La sincerità implica il concetto di reciprocità. Quando tra due o più persone si instaura un rapporto (affettivo, di amicizia, di lavoro, di assistenza), l’essere sinceri diventa un imperativo al quale non ci si può sottrarre anche se, il costo di questa “virtù”, è spesso decisamente alto e, non di rado, porta a sperimentare situazioni dolorose soprattutto dal punto di vista affettivo. Sincerità verso l’altro, sincerità nei confronti di se stessi. A volte capita che, chi abbiamo di fronte, non ci piace, ci è antipatico, ci crea delle difficoltà nella comunicazione, ci intimorisce. Essere sinceri con se stessi significa prendere atto di queste sensazioni che caratterizzano il nostro modo di rapportarci nei confronti di una determinata persona. È inutile negarle o far finta di niente, che non ci sono problemi. Anche dalla parte di chi usufruisce di una assistenza, psicologica o medica, è richiesta una buona dose di sincerità. Se non si desidera essere “accuditi”, se non si vuole parlare o dialogare, è necessario farlo presente, senza timore di offendere nessuno. Ho visto persone ricoverate in ospedale che “subivano” gli approcci di operatori e/o volontari e non vedevano l’ora di essere lasciati in pace. Questo tipo di relazione forzata, di solito, non porta da nessuna parte e, come dice il proverbio, è meglio una volta arrossire, che 100 volte impallidire, manifestando il proprio “voler restare da soli e in silenzio”, anziché portare avanti un rapporto ambiguo e indesiderato. Sotto certi aspetti, la sincerità è correlata con il silenzio; in uno scritto molto bello intitolato i “Principi necessari per tacere” si legge testualmente: “Il silenzio è necessario in molte occasioni; la sincerità lo è sempre”. Si può qualche volta tacere un pensiero, ma mai lo si deve camuffare; è alterando i pensieri che si cade nell’insincerità e nell’inautenticità. È bene ricordare, quando si entra in relazione con una persona (a qualunque titolo) che vi è un modo di restare in silenzio senza chiudere il proprio cuore, che si può essere discreti senza apparire tristi e taciturni, che è assolutamente necessario non rivelare certi modi dell’animo per non rischiare di doverli mascherare con la menzogna. E tutto ciò vale sia per chi aiuta sia per chi viene aiutato ed assistito.

Felice Di Giandomenico

Agli antipodi della comprensione e della discrezione c’è l’invidia di cui pubblichiamo un’interessante meditazione sempre da DS e previa autorizzazione.

L’invidia (Luciano Manicardi)

Pubblicato da Fausto Ferrari

di Luciano Manicardi

Tra i vizi capitali un posto particolare occupa l’invidia. La tradizione cristiana, fondandosi sul testo di Sap 2,24: “per l’invidia del diavolo la morte entrò nel mondo”, ne colse l’estrema pericolosità. Il primo atto di invidia, del diavolo nei confronti dell’uomo, ebbe effetti devastanti, e si rivelò contagioso: l’uomo, da invidiato divenne invidioso e la storia biblica è piena di casi di invidia e di figure di invidiosi.

L’invidia non può trasparire o essere dichiarata perché questo equivarrebbe a una dichiarazione pubblica di inferiorità. Costretto a rodersi nell’oscurità, l’invidioso è soprattutto un sofferente.

Scrive Gregorio Magno: «Caino finì per uccidere suo fratello perché vide disprezzato il proprio sacrificio e s’infuriò che Dio avesse accettata la vittima di Abele, preferendolo a lui. Il vederlo migliore di sé gli sembrò una cosa tanto orribile che lo stroncò per farla finita. Così pure Esaù perseguitò il fratello, perché, perduta la benedizione di primogenito, che del resto aveva venduta per mangiare le lenticchie, sospirava per essere diventato inferiore a quello che era nato dopo di lui. Per la stessa ragione i fratelli di Giuseppe lo vendettero agli Ismaeliti di passaggio, per impedire che diventasse da più di loro, conforme avevano saputo per rivelazione. E Saul perseguitò Davide suo suddito, scagliandogli contro la lancia, perché vedendolo ogni giorno più virtuoso e fortunato, ebbe paura che diventasse più grande di lui. Perciò è piccolo chi si lascia uccidere dall’invidia, poiché, se non fosse inferiore, non patirebbe per il bene di un altro» (Moralia V,84).

Per quanto sentito come male pericoloso e difficile da estirpare, l’invidia manca negli elenchi più antichi dei vizi capitali: manca in Evagrio Pontico mentre in Cassiano compare solamente come “figlia” della superbia. Invece Gregorio Magno la introduce nel settenario dei vizi e le assegna un posto particolare come seconda dopo la superbia. Del resto Gregorio non limitava il suo sguardo e la sua preoccupazione pastorale solamente al mondo monastico, come Evagrio, ma lo apriva al mondo e lì poteva vedere i conflitti e le discordie provocate dall’invidia. Nella vita sociale, nelle famiglie, nelle corti, nelle scuole, nei mercati, nelle città, l’invidia si mostrava fattore di disgregazione sociale e di rottura del legame di solidarietà. La dimensione sociale dell’invidia fu colta con acutezza da Gregorio.

L’etimologia lega l’invidia al videre (“vedere”): invidere, ovvero, avere occhio cattivo (Mt 20,15: «hai l’occhio cattivo perché io sono buono?»), guardare l’altro con occhio cattivo, fino a non volere più vedere l’altro, ovvero a volerne la sparizione: l’invidia diviene omicida. La tradizione parla dell’accecamento degli invidiosi, e Dante, nelPurgatorio (XII,67-72) li dipinge come gente a cui sono state legate le ciglia con il fil di ferro. L’invidioso arriva a odiare, ma deve sempre dissimulare il suo odio: l’invidia non può trasparire o essere dichiarata perché questo equivarrebbe a una dichiarazione pubblica di inferiorità. Costretto a rodersi nell’oscurità, l’invidioso è soprattutto un sofferente.

L’aspetto fondamentale dell’invidia è la sofferenza. L’invidioso patisce della sua mancanza, si angoscia e sta male: è un peccatore che, mentre pecca, già subisce il castigo del peccato. In effetti, l’invidia è uno strano peccato perché non procura alcun piacere. Se l’avarizia dona il piacere del possesso, la lussuria il piacere dei sensi, l’ira il piacere della vendetta, e così via, l’invidia è peccato senza piacere. «Tormento senza refrigerio, malattia senza medicina, fatica senza respiro, pena continua», questa è l’invidia secondo Alano di Lilla. O forse è un meccanismo di difesa con cui l’invidioso cerca di proteggere la propria identità (fragile) che sente minacciata da colui che egli invidia. Dal punto di vista psicologico, l’invidia si insinua nel bisogno di riconoscimento che ci è necessario per essere noi stessi.

Sebbene sia una sofferenza interiore e celata nell’animo, l’invidia traspare somaticamente sul volto dell’invidioso. Ancora Gregorio Magno annota con finezza:

«Quando l’invidia vince e corrompe il cuore, lo stesso aspetto esteriore indica che grave pazzia scuota l’animo. Il viso diventa pallido, gli occhi guardano basso, la mente si riscalda, e le membra si raffreddano, i pensieri diventano rabbiosi, i denti stridono; e mentre nel segreto del cuore si nasconde l’odio crescente, la ferita racchiusa tortura con cieco dolore la coscienza. Non si trova più gioia nelle cose proprie, perché la mente si logora nella sua pena, nata dalla felicità altrui» (Gregorio Magno, Moralia V 85).

L’invidia agisce sul corpo sottraendogli vigore, forza, colore, movimento, gioia.

L’invidia è dunque il dolore per il bene degli altri, è una sofferenza causata non da un male, ma da un bene. E’ il ritenere un male per sé il bene dell’altro: l’invidioso perverte il bene in male. In questo egli non ci vede bene (in-videre). L’invidia si nutre di paragoni, e avviene tra persone vicine (nella Bibbia spesso si tratta di fratelli), simili, che possono aspirare agli stessi livelli di eccellenza.

L’invidioso è un frustrato, un deluso nella sua aspirazione. In realtà egli non ha un buon ed equilibrato amore di sé. O si ama troppo o si ama troppo poco. Una buona e giusta autostima è dunque buon rimedio al male dell’invidia.

L’invidia, poi, è potenzialmente illimitata: tutto può essere occasione di invidia. Scrive Basilio in una sua omelia sull’invidia:

«Il vicino possiede un campo fertile? La sua casa è piena di ogni comodità? Non gli mancano nemmeno i piaceri dell’animo? Questo alimenta la malattia dell’invidioso e accresce il suo dolore poiché egli è simile a un uomo nudo che tutti possono colpire. Un tale è forte e robusto? Di bella presenza? L’invidioso ne è ferito. Un altro è elegante? Ecco un’altra piaga per l’invidioso. Un altro eccelle per le sue doti morali? Un altro è ammirato ed emulato per prudenza ed eloquenza? Un altro ancora è ricco, munifico nelle largizioni e nelle elemosine verso i poveri e molto lodato da coloro che ha beneficato? Queste sono tutte piaghe e ferite che colpiscono l’invidioso in pieno cuore».

Se poi l’invidia si manifesta nello sguardo torvo, spesso si esprime con lingua acuminata e biforcuta. Lacalunnia e la diffamazione sono le sue armi preferite. La raffigurazione dell’Invidia ad opera di Giotto (Padova, Cappella degli Scrovegni, 1303-1305), la mostra come una donna anziana avvolta da fiamme che indicano il suo tormento interiore e dalla cui bocca esce un serpente che si ritorce contro i suoi occhi. Le sue orecchie animali di lunghezza spropositata dicono la sua attitudine ad ascoltare maldicenze e calunnie. Essa si nutre di competizione e antagonismo, concorrenzialità e denigrazione dell’altro. Si contrappone alla carità.

Come si manifesta l’invidia? Quali sono i segni che permettono di diagnosticarne la presenza?

Essa si manifesta come incapacità di gioire e di rallegrarsi della felicità e del successo altrui. Se Paolo esorta a rallegrarsi con chi si rallegra (Rm 12,15), l’invidioso si rattrista di fronte alla gioia dell’altro. Si manifesta nell’incapacità di riconoscere il bene compiuto dall’altro e di complimentarsi con lui. L’invidia tende molto più a criticare e a giudicare che a lodare o a ringraziare.

Si manifesta come gioia segreta, dissimulata e inconfessabile di fronte alla sventura o alla caduta dell’altro. Si manifesta come grande fatica a fare fiducia, ad accordare fiducia agli altri. L’invidioso poi è captativo nella relazione (e l’invidia è sempre bipersonale, mentre la gelosia è triangolare): egli tende a vivere relazioni esclusive che lo devono confermare nella sua certezza di essere il primo, il preferito, il migliore…

Come, invece, porvi rimedio?

E vitale esercitarsi all’arte dell’alterità. Assumere l’altro così com’è, nella sua differenza irriducibile e lasciare che l’altro sia altro. Si tratterà poi di accettare se stessi, con i propri limiti e le proprie imperfezioni, ma riconoscendo anche i propri doni e coltivando la stima di sé, il sano amore di sé. Occorre poi acconsentire serenamente alle proprie mancanze. L’invidioso spesso cerca di evitare l’incontro diretto con l’invidiato: troppo il dolore che questo può provocargli, troppa la fatica di dissimulazione dei suoi reali sentimenti che l’incontro lo costringerebbe a mettere in pratica.

Ma incontrare l’altro può essere terapeutico. Anche perché la realtà del volto e delle parole dell’altro, della sua fisicità, può sgretolarne l’immagine che l’invidioso nutre in sé. Immagine demonizzata o almeno troppo “caricata” da ansie, paure, livori, che impediscono di vedere (ancora una volta: in-videre) chi è l’altro realmente. E poi importante imparare a ringraziare e a benedire e ad esercitarsi in questa arte. Infine occorre credere all’amore, esercitarsi all’amore, praticare la carità. Questo l’antidoto per lottare contro il veleno dell’invidia:

«L’invidia è quel flagello, di cui è detto in modo figurato; “Ecco io sto per mandarvi serpenti velenosi, contro i quali non esiste incantesimo, ed essi vi morderanno”. Giustamente il morso dell’invidia è stato paragonato dal Profeta al veleno mortale del serpente, per effetto del quale fece perire gli altri l’autore e iniziatore di tutti i veleni (il diavolo)» (Cassiano, Conlationes III, XVIII, 16

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.