La tomba di Pietro

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La Tomba di Pietro

La questione essenziale è la seguente: È stata veramente ritrovata la tomba di san Pietro? A tale domanda la conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo “Sì”. La tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata.

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Una seconda questione, subordinata alla prima, riguarda le reliquie del Santo. Sono state esse rinvenute? Al margine del sepolcro furono trovati resti di ossa umane, dei quali però non è possibile di provare con certezza che appartenessero alla spoglia mortale dell’Apostolo. Ciò lascia tuttavia intatta la realtà storica della tomba. La gigantesca cupola s’inarca esattamente sul sepolcro del primo Vescovo di Roma, del primo Papa; sepolcro in origine umilissimo, ma sul quale la venerazione dei secoli posteriori, con meravigliosa successione di opere, eresse il massimo tempio della Cristianità.

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Con questo passaggio nel discorso di chiusura dell’Anno Santo del 1950, Pio XII annunciava al mondo la conclusione felice di una campagna di indagine che si era protratta per tutto il decennio precedente. La storia del ritrovamento della tomba di Pietro prende l’avvio nel 1939, quando, in seguito all’elezione di Pio XII, vengono intrapresi nelle Grotte Vaticane i lavori per la sistemazione del sepolcro del suo predecessore Pio XI.
Dai primi scavi era venuto alla luce qualche elemento archeologicamente interessante, che spronò Pio XII a dare inizio all’indagine: successivamente fu portata alla luce una vera e propria necropoli, certamente in uso fino al IV secolo d.C., quando l’imperatore Costantino livellò il sepolcreto per edificare la basilica di San Pietro. L’area più importante di questa necropoli è un piccolo spiazzo denominato “campo P”. Esattamente in verticale, sotto l’altare maggiore dell’attuale basilica, su di un lato di questo spiazzo, troviamo una umile tomba a terra, la tomba di Pietro.
Tutti gli interventi successivi lasciarono illesa, anzi protessero quell’umile tomba. Dagli scavi risulta infatti che, quando intorno al 160 nella zona del Vaticano cominciarono a moltiplicarsi i mausolei sepolcrali, l’area della tomba di Pietro venne delimitata con un muro, che fu intonacato di color rosso (ragione per cui gli archeologi che lo hanno rimesso in luce lo hanno chiamato “il muro rosso”). Tale muro però fu costruito, in modo da rispettare la sepoltura, attraverso una piccola nicchia. Per la precisione, nel punto esatto della tomba, venne eretta una piccola edicola, con due colonnine, per renderla più riconoscibile.
La più antica testimonianza letteraria della sepoltura di san Pietro al Vaticano ci è riportata nella Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, teologo e storico, elogiatore dell’imperatore Costantino, che scrivendo a Cesarea Marittima, nella provincia romana detta allora di Palestina, poteva servirsi, proprio a Cesarea, della biblioteca iniziata da Origene. Eusebio cita uno scritto di “un uomo della Chiesa di nome Gaio, vissuto a Roma al tempo del vescovo Zefirino” (cioè tra il 199 e il 217), che si trova in polemica con Proclo, capo della comunità montanista di Roma, il quale dovendo provare l’autenticità delle tradizioni apostoliche dei cristiani di Roma, scrive:

Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli. Se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa.

L’edicola ritrovata dagli archeologi, prende il nome di “trofeo di Gaio” da questa testimonianza: un trofeo (tropaion) che ricorda sì una vittoria, ma quella ultima sulla morte ottenuta attraverso il martirio, ad indicare che i sepolcri degli apostoli sono anche e soprattutto monumento di vittoria. Per noi che ricostruiamo la storia delle spoglie di Pietro, la testimonianza di Gaio dimostra che, intorno al 200, i cristiani di Roma conoscevano bene l’ubicazione del suo sepolcro: era trascorso troppo poco tempo dal martirio, perché se ne potesse perdere la memoria.
Nel 250 circa intervenne un nuovo cambiamento: l’innalzamento di un muro, detto il “muro g”, immediatamente a destra dell’edicola. Pur non essendo chiaro il motivo della costruzione, è certo che essa entra subito in relazione con il culto di Pietro: infatti il muro fu presto ricoperto da una selva di graffiti. Nei graffiti, nei quali ricorre continuamente il nome di Pietro, segno della venerazione e della preghiera di intercessione a lui rivolta.
Margherita Guarducci, che ha studiato questi graffiti a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, ha saputo individuare le chiavi per decifrare quella che definisce una “crittografia mistica”, e ha così sintetizzato i risultati delle ricerche su queste antiche iscrizioni:

Pietro è graficamente associato a Cristo, e così strettamente, che il suo nome viene a formare talvolta una sola sigla col nome del Redentore: associazione che rappresenta i legami stabiliti dai cristiani tra le due figure. L’Apostolo viene anche, più di una volta, associato a Cristo e a Maria… In alcuni casi poi il nome abbreviato di Pietro assume la figura della chiave, con evidente allusione alle simboliche chiavi affidate da Cristo al suo Vicario.

Giunsero finalmente tempi più sereni per la Chiesa: Costantino – dopo la battaglia vinta contro Massenzio a Saxa Rubra, prima di Ponte Milvio – promulgò l’editto di Milano, con cui venne data libertà di culto ai cristiani, ed intraprese una serie di opere destinate a celebrare la fede cristiana. Spinto forse, anche dalla madre Elena e dal pontefice Silvestro, Costantino decise di “monumentalizzare” ancor più l’edicola e di erigere, su di essa, una basilica.
Il monumento costantiniano della “Memoria” venne ottenuto racchiudendo l’edicola del II secolo ed il “muro g” tra lastre di marmi preziosi, e lasciandone aperto un solo lato, perché la nicchia con le due colonnine rimanesse visibile. Davanti vennero erette due file di colonne tortili, collegate da una cancellata per chiudere lo spazio antistante al monumento.
Sopra questa “Memoria” Costantino intraprese la costruzione della basilica: si tratta di un fatto estremamente importante perché offre un’ulteriore conferma della tradizione, ormai consolidata, che proprio lì fosse situato il sepolcro di Pietrosignificativo è che la costruzione della basilica si impattò da subito in grandissimi ostacoli di varia natura, e la precisa volontà di superarli non può essere spiegata altro che con il motivo di voler fare della tomba il fulcro della basilica.
Anzitutto la collocazione: il colle Vaticano presentava una pendenza tale che, per creare la spianata su cui erigere la basilica, fu necessario effettuare un ingente sbancamento da un lato, ed un altrettanto ingente interramento dall’altro. A questo si aggiunga che la parte da interrare includeva la necropoli, all’epoca di Costantino ancor in uso: rendere inaccessibile un’area, frequentata dai congiunti di coloro lì sepolti, era un atto al limite del sacrilegio. È da pensare che Costantino abbia dovuto attingere, per questo scopo, a tutti i poteri che gli derivavano dall’essere la massima autorità.
Oltre a ciò, il progetto della basilica è anomalo perché l’orientamento della stessa è ad occidente, anziché verso oriente, al fine di conservare l’indicazione dettata dalla “Memoria di san Pietro”, e mantenere l’edicola, che segna la tomba dell’apostolo, come il punto verso cui si fissa subito lo sguardo di chi entra.
L’edificio basilicale esisteva già, presso i Romani, con funzioni di luogo d’incontro: solitamente a pianta rettangolare, con l’ingresso su uno dei lati lunghi, e con più absidi. Gli architetti di Costantino con poche modifiche integrarono questa tipologia con le particolarità richieste dal culto: ecco l’ingresso spostarsi su un lato corto, e l’abside, divenuta unica, trovarsi sul lato opposto. In questo modo l’attenzione di chi entra viene subito portata verso l’abside e quanto essa racchiude.
La basilica vaticana rappresenta un’altra tappa innovativa, in quanto luogo di culto ma anche di memoria del martirio di Pietro. Perciò l’abside, sotto il cui arco si trova il monumento celebrativo, non può essere immediatamente a contatto con il corpo della chiesa, ma va staccato, isolato per creare un’area di transito che facciamo ulteriormente trovare il raccoglimento necessario per rivolgere lo sguardo alle reliquie. Nasce il transetto, che diventa da allora elemento caratteristico dell’architettura delle chiese.
Un ulteriore cambiamento si ebbe con Papa Gregorio Magno (590-604), che fece innalzare un altare sulla “Memoria”, perché proprio sulla tomba di Pietro potesse essere celebrata l’eucaristia. Nel Medioevo, Callisto II (1119-1124) sovrappose all’altare di Gregorio Magno un nuovo altare che lo includeva. Infine nel 1594, durante i lunghi lavori che portarono alla scomparsa della basilica costantiniana ed alla costruzione di quella attuale, Clemente VIII innalzò l’altare attuale, esattamente dove erano situati gli altari precedenti. Questa successione di costruzioni trova il suo culmine nel baldacchino bronzeo, ideato dal Bernini nel 1626, che riprende fra l’altro, nel motivo delle colonne tortili, la decorazione del monumento di Costantino.
Possiamo concludere con le parole della Guarducci:

La basilica si trasforma nel corso dei secoli. Una sola cosa non cambia: la venerazione per l’Apostolo, che si trasmette di secolo in secolo con una impressionante continuità. Dall’altare di Clemente VIII, che funge anche ai nostri giorni da altare Papale, si giunge infatti, risalendo nel tempo, all’umile fossa del I secolo.

L’altare attuale è esattamente sulla verticale su cui si trova, più in basso, la tomba di Pietro.
Sarà sotto papa Paolo VI, che si concluderà l’analisi delle reliquie trovate vicino alla “Memoria” di Pietro. Paolo VI così sintetizzerà il lavoro degli studiosi:

Nuove indagini [successive a quelle di Pio XII], pazientissime ed accuratissime, furono in seguito eseguite con risultato che Noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di san Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica.
Non saranno esaurite con ciò le ricerche, le verifiche, le discussioni e le polemiche.
Ma da parte Nostra Ci sembra doveroso, allo stato presente delle conclusioni archeologiche e scientifiche, di dare a voi ed alla Chiesa questo annuncio felice, obbligati come siamo ad onorare le sacre reliquie, suffragate da una seria prova della loro autenticità, le quali furono un tempo vive membra di Cristo, tempio dello Spirito Santo, destinate alla gloriosa risurrezione; e, nel caso presente, tanto più solleciti ed esultanti noi dobbiamo essere, quando abbiamo ragione di ritenere che sono stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti resti mortali del Principe degli Apostoli, di Simone, figlio di Giona, del Pescatore chiamato Pietro da Cristo, di colui che fu eletto dal Signore a fondamento della sua Chiesa, e a cui il Signore affidò le somme chiavi del suo regno, con la missione di pascere e di riunire il suo gregge, l’umanità redenta, fino al suo finale ritorno glorioso.

pubblicazione su SPV per gentile concessione del sito gliscritti

a cura di carlo mafera

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