Le Troiane di Seneca al Teatro Arcobaleno, ovvero la rivincita della morte sulla vita preludono all’avvento di Cristo

Nella tragedia Le Troiane, la condizione del potente è paragonata a quella di chi sta su di un culmine dal quale può precipitare quando meno se l’aspetta; e Troia caduta, un tempo tanto forte ed eroica, come si mostrava agli occhi di Seneca attraverso la poesia di Euripide e di Virgilio, diventa il simbolo dell’universale caducità. Una caducità universale che poteva coinvolgere un domani Atene o Roma stessa! Seneca insieme a Virgilio sono dei veri antesignani del Cristo. E’ proprio vero che Gesù è sempre esistito e, nella letteratura pre-cristiana ci sono i prodromi e i germi del Suo avvento. Nelle Troiane c’è tutta la dimensione dello IERI di Cristo.  

In Seneca e in questa tragedia particolarmente vi è una concezione della vita per cui tutto è destinato a perire, individui e popoli, esprimendo una  tristezza severa, ma conforme alla legge che domina l’Universo; e a questa bisogna sottomettersi. Vi è nel comportamento di Astianatte e di Polissena, visto che entrambi seppero affrontare la morte, loro inflitta dagli Achei, un non so che di eroico e di impavido. Sacerdoti di una nuova religione per la quale non vi era più la paura della morte ma piuttosto la paura di vivere.  Polissena accoglie addirittura  gioiosamente  la notizia della morte a lei decretata; e giunta sul tumulo di Achille, sul quale deve essere immolata, non indietreggia  e si rivolge al colpo mortale fiera e quasi  in atteggiamento di sfida; tutti sono stupiti dal fatto che la giovinetta non deve essere trascinata a forza alla morte, ma le va incontro liberamente. Astianatte  e Polissena sono martiri cioè testimoni di una nuova religione laica che mette in crisi la potenza e la vittoria dei greci e forse Seneca (inconsapevolmente cristiano come il Virgilio della IV ecloga) allude alla potenza romana che un giorno finirà come tutti i regni di questo mondo perchè con la morte, anche quella individuale finisce un mondo : quello di chi individualmente muore . E, similmente qualsiasi potenza di questo mondo non può nulla di fronte alla mancanza di paura di fronte alla morte e non può più avere nessun potere ricattatorio di fronte alla paura di vivere in questo misero mondo lasciato, in tono di sfida, nella mani di chi si illude di aver vinto. Si, è vero Troia fumante cade. Un regno millenario scompare con Astianatte che viene precipitato dalla rupe ma non è dissimile la sorte di chi vince che potrebbe precipitare a sua volta se non sa contenere la sua esuberanza. Seneca ci insegna ad anteporre la «ragione», la saggezza, alla passione e proclama le leggi  alle quali si deve adeguare chi detiene il potere. Questo non può essere esercitato validamente da chi non sa esercitarlo su se stesso, e non sa impedire, potendolo, agli altri di prevaricare. Tutti, vincitori e vinti, sono sulla stessa barca; chi oggi esulta per la vittoria conseguita, domani piangerà per la propria sconfitta.

Così Seneca ha saputo rappresentare quella sicurezza di fronte alla morte, quella ferma e serena accettazione del destino, che non è più oscuro perchè si evince, anche dagli scritti precedenti di Seneca (Ep. LXXI,) che la morte è passaggio ad una vita migliore o è ritorno nel tutto, con scomparsa della propria individualità. Tutto ciò  sta a dimostrare l’energia morale dell’uomo, il progresso da lui compiuto nel cammino della virtù. Nella rappresentazione di Polissena, Seneca si attenne al modello euripideo dell’Ecuba, che gli offriva dei tratti ben conformi al suo ideale di comportamento nell’ora estrema: Polissena anche quando sta per spirare, mantiene intatto il  coraggio e sulla tomba di Achille cade in avanti con slancio pieno d’ardore. Chi è allora il vero vincitore? 

a cura di Carlo Mafera

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