Ecco la differenza tra il Cammino Neocatecumenale caratterizzato dalla comunitarietà e la solitudine delle grandi città che è la vera peste del secolo

 Ecco le origini comunitarie del cammino neocatecumenale

A Palomeras Altas, in un contesto sociale caratterizzato da forte marginalità e degrado, Kiko si trova presto impegnato nell’opera di evangelizzazione dei baraccati, nonostante che questa non fosse stata inizialmente la sua intenzione. Lì incontra Carmen Hernández (laureata in chimica e associata per alcuni anni all’Istituto Misioneras de Cristo Jesús) e dal 1964 al 1967 collabora con lei all’elaborazione di una “sintesi kerigmatico-catechetica” ispirata al Concilio Vaticano II e fondata su un connubio tra Parola di Dio, Liturgia ed esperienza comunitaria che sarà la base dottrinale del futuro Cammino Neocatecumenale.

Secondo la Hernández, l’Argüello le confidò in quegli anni esperienze mistiche e apparizioni mariane nelle quali Maria, madre di Gesù, lo esortava a dar vita a «comunità come la Sacra Famiglia di Nazaret».

Kiko racconta che l’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo (19041971), venuto a conoscenza dei piccoli gruppi che si stavano formando nelle baraccopoli, li invitò ad estendere quell’esperienza ad alcune parrocchie delle città di Madrid e di Zamora. L’esperienza delle parrocchie cittadine, generalmente benestanti, era però diversa da quelle degli emarginati delle baracche. Molti cittadini non avevano evidenti bisogni materiali e le catechesi venivano vissute come conferenze di teologia, come occasioni di crescita intellettuale e non, come nelle intenzioni degli iniziatori, come un cammino di conversione e di kenosis (vedi anche alla voce Giovanni della Croce) dove, gradualmente, la spiritualità dell’uomo vecchio si spogliasse per poter essere rivestita della Nuova creazione nello Spirito Santo. Per tali motivi, gli iniziatori pensarono ad un percorso di riscoperta del Battesimo (denominato neo-catecumenato post-battesimale) finalizzato alla preparazione spirituale degli adulti, con l’ambizione di rispondere ai cambiamenti sociali di quegli anni.

Ed ecco invece la solitudine dilagante soprattutto nelle grandi città ……

Vivere da soli, una scelta sempre più diffusa . Ci sono ragioni naturali e sociologiche ma sono più frequenti quelle psicologiche legate alle incomprensioni, alla mancanza di dialogo e all’incapacità di perdonare e/o di chiedere e accettare le scuse anche in una società che si proclama cristiana ma che ormai è diventata intollerante della presenza e della diversità dell’altro

Sono 7 milioni, il 39% in più in dieci anni. Diminuiscono le coppie con figli: -7,1%. Dal nuovo «welfare di comunità» le risposte ai bisogni di anziani e persone sole

Comunicato Stampa Censis – Arezzo, 23 settembre 2011 – Vivono da soli quasi 7 milioni di italiani (il 13,6% della popolazione da 15 anni in su). Di questi, quasi 2 milioni hanno tra 15 e 45 anni (l’8,5% delle persone in questa classe di età), 1,7 milioni hanno tra 45 e 64 anni (il 10,5%) e 3,3 milioni sono anziani, con 65 anni e oltre (il 27,8%). Vivono da sole soprattutto le donne (il 15,5% a fronte dell’11,6% degli uomini). Ma tra i 15-45enni sono di più i maschi a vivere da soli, così come tra i 45-64enni, mentre tra gli anziani le donne sole sono molte di più (quasi il 38% contro il 15% degli uomini).

Colpisce l’incremento del numero di persone che vivono da sole nel periodo 2000-2010, che ha riguardato tutte le classi di età: circa 2 milioni in più (+39%). Quelle che vivono sole con età tra i 15 e i 45 anni sono aumentate del 66% (790mila persone in più), quelle di 45-64 anni del 59,9% (quasi 628mila in più) e gli anziani del 19% (oltre 540mila in più).

Vivere da soli non è più solo l’esito dell’età che avanza e della conseguente perdita di quote di relazioni sociali, ma una condizione di vita che coinvolge tutte le fasce di età.

Riguardo alle tipologie familiari, nel periodo 2000-2010 le famiglie composte da una sola persona sono infatti aumentate di quasi il 39%, mentre le coppie con figli hanno registrato la contrazione più consistente (-7,1%). Guardando alle famiglie per numero di componenti, quelle che sono aumentate in misura maggiore sono le monopersonali (+38,9%), quelle composte da due persone (+20%), poi quelle di tre persone (+2,1%), mentre tutte le altre sono diminuite. Oggi vivere da soli è la forma familiare più diffusa e quella che nel tempo cresce di più.

Certo, vivere da soli non vuol dire essere una monade isolata, ma rappresenta comunque una fragilità sociale, visto che in genere, in caso di bisogno, ci si rivolge al coniuge o al convivente. Per questo il nuovo «welfare di comunità», con tanti anziani e tante persone sole, deve moltiplicare al suo interno le relazioni, soprattutto quelle che nascono dal volontariato, dal terzo settore e dall’associazionismo, che costituiscono forze di coesione cruciali.

In fondo, la vera «big society» siamo noi. Secondo un’indagine del Censis, il 26,2% degli italiani svolge una qualche forma di volontariato. Fa volontariato regolarmente il 76% dei volontari. Il sostegno ai non autosufficienti in casa (50,4%), gli aiuti alle famiglie povere (34,8%) e il supporto ai ricoverati negli ospedali e agli ospiti delle case di riposo (33,3%) sono gli ambiti in cui i volontari sono più attivi. E fare volontariato gratifica chi lo fa: lo sostiene più del 96% dei volontari.

L’85% degli italiani dichiara di avere molta o abbastanza fiducia nelle associazioni e nelle organizzazioni di volontariato. Dal volontariato in futuro ci si attende un’offerta di servizi di più alta qualità, perché più umanizzati nelle relazioni (è quanto ritiene il 39,5% degli intervistati); una gestione delle risorse più trasparente e orientata agli utenti (33,6%); una maggiore vicinanza con il territorio, cogliendone i bisogni e i problemi emergenti (31,6%).

Questi sono alcuni dei risultati emersi dalla ricerca «Ridare slancio alla comunità», realizzata dal Censis su incarico di Confartigianato, presentati oggi da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, che ha tenuto una lectio magistralis nell’ambito del Festival della Persona di Arezzo.

pubblicazione su SPV a cura di Carlo Mafera

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