I PENSIERI DEI GIOVANI SECONDO UN COMUNICATO STAMPA CENSIS

Fare cultura nel tempo della comunicazione

Oscillando tra idealità e realismo

FESTA MELANIA 153

I giovani pongono nuove domande alla cultura del Paese e, nonostante inquietudini e paure, cercano nuovi spazi e nuove forme di espressione. Oscillando tra idealità e realismo, sono molto più legati alle radici di quanto si possa immaginare, e a partire da questo retroterra culturale si preparano ad affrontare le sfide del futuro che, secondo questa generazione senza padri né maestri, sarà determinato dalle tecnologie e dai media.

E’ quanto emerge dalla ricerca Censis promossa dall’Ufficio nazionale per le comunicazione sociali e dal Servizio nazionale per il progetto culturale della CEI in occasione del Convegno «Parabole mediatiche: fare cultura nel tempo della comunicazione» che si svolgerà a Roma dal 7 al 9 novembre, con oltre 1.000 partecipanti, e si concluderà con l’Udienza del Santo Padre a cui prenderanno parte 6.000 operatori della comunicazione della cultura (programma e informazioni nel sito http://www.chiesacattolica.it/parabole).

Dalla ricerca, di cui si anticipano alcuni dei dati che verranno presentati in occasione del Convegno, emerge che l’universo giovanile si rivela attraversato da forti contraddizioni: da una parte, i ragazzi coltivano una dimensione ideale dei sentimenti, in cui l’amore, l’amicizia, la generosità, vengono sognati nella versione più bella e romantica: Infatti l’amore è per il 63,7% “una relazione profonda fatta di sentimento e ragione”, l’amicizia per il 64,6% è “fedeltà e sincerità”.

Dall’altra parte, però, manifestano un “sentimento della vita” che è un misto di pessimismo e realismo: così, “la felicità è un attimo o un illusione”, “la vita è un viaggio da vivere con intelligenza” ma anche “soltanto una serie di ostacoli da superare” o “la ricerca del puro benessere”. E soprattutto vivono il tempo come qualcosa che sfugge continuamente o “che si dovrebbe sfruttare al meglio” (68%).

Malgrado vivano immersi nel flusso della comunicazione che li mette a conoscenza di tutte le guerre reali e potenziali del mondo, i giovani temono soprattutto le malattie (45,3%), la morte (37,4%), il dolore, la solitudine. E’ realismo o distacco dal mondo? E’ adattamento vitale (la rimozione dell’onda mediatica che rovescia tutti i dolori del mondo nelle loro case) o rinserramento? Eppure il loro atteggiamento non è di fuga: definiscono il dolore in maniera iniziatica: “una grande prova dalla quale si può uscire più maturi” (46,7%).

A fronte di una realtà esteriore percepita affannata e caotica cercano un punto di riferimento: il 73,8% si dichiara di religione cattolica, ma prima ancora che appartenenza religiosa si tratta di identità culturale. Infatti si assiste ad una specie di individualizzazione, di personalizzazione per cui la confessione diventa un conforto psicologico, le scelte etiche su alcuni grandi temi sono lette in maniera molto personale.

La religione sembra diventare una religione “affettiva”. Lo stesso intenso bisogno d’identità (bisogno, attenzione, non ricerca attiva) si ritrova nel rapporto dei giovani con l’idea di cultura. La cultura deve “offrire guida” (38,7%) o denunciare le cose che non vanno. Molti giovani sottolineano il bisogno di guide, di intellettuali che propongano un pensiero autorevole e positivo per il futuro. Il futuro per questi ragazzi sarà dominato sul piano della cultura dalla tecnologia e dai media :per questo vorrebbero una maggiore trasmissione di valori dalle generazioni precedenti.

Anche perché si sentono fragili e cercano calore all’interno del gruppo: il loro personale patrimonio culturale è ridottissimo: stanno con gli amici, guardano la Tv, quasi 1/3 non legge neanche un libro l’anno, la metà dei giovani non sa indicare il titolo di un libro che ha significato qualcosa nella sua vita.

Non hanno padri né maestri, ma ne sono consapevoli e ne avvertono la mancanza

.Pubblicato a cura di Carlo Mafera

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