In occasione della festa di Santa Cecilia riscopriamo la preziosa funzione della musica , sia leggera che sacra, dal Karaoke a Bach la gioia incontenibile riempie la nostra anima quando viene a contatto con le note musicali

Una raccolta di articoli sull’argomento per testimoniare l’importante ruolo che la musica svolge nella nostra vita quotidiana.

Ecco cosa scrive un candidato all’esame di maturità del 2013 . “La musica è sempre esistita nella storia dell’umanità. Quando l’uomo non aveva ancora calcato il suolo terrestre e il nostro pianeta era appena nato, la musica era già insita nella natura: il canto degli uccelli, il susseguirsi regolare e continuo del giorno e della notte, la grande armonia dell’universo che governava ogni cosa. Già gli uomini primitivi usavano la musica come rimedio ad alcune malattie: essi, infatti, avevano capito che la musica influiva sul comportamento di un individuo, rendendolo più forte o indebolendolo. Questo ruolo terapeutico della musica è riconosciuto anche oggi. Molte malattie, infatti, sono curate con l’ausilio della musica. Ma anche chi non è affetto da malattie può godere del beneficio delle note musicali. La musica, infatti, può essere usata anche a scopo di divertimento e di relax. Si pensi, ad esempio, che una persona, per distrarsi dai problemi e per staccarsi dal “tran-tran” quotidiano, si reca al concerto del suo cantante preferito oppure accende la radio o ascolta un CD. Il suono delle note lo aiuta a distrarsi e a recuperare le forze per affrontare al meglio la propria quotidianità.”

Credo che anche la modalità musicale del Karaoke, che si sta diffondendo endemicamente, sia un fenomeno altamente positivo perchè consente la condivisione di brani che appartengono alla nostra storia sociale e personale. Ci ricordano tanti meravigliosi momenti del nostro passato creando un’atmosfera di complicità e di gioioso entusiasmo attorno ai successi dei nostri beniamini musicali. I testi e la musica ci fanno riflettere, ci danno delle profonde emozioni. Ma non li viviamo singolarmente e, ciò che c’è di più importante,  è la condivisione. Non teniamo per noi stessi quella musica che ci ha dato emozioni e gioia ma la doniamo agli altri. Si crea così un’atmosfera di spontanea amicizia. Questo è tanto vero che, adesso, molte parrocchie usano il Karaoke come attività oratoriale proprio perchè sviluppa il clima di fraternità, di socializzazione e di amicizia.

RIFLESSIONI DI GIOVANNI PAOLO II SULLA MUSICA SACRA. ”Non si insisterà mai abbastanza sull’importanza culturale, formativa, sociale e spirituale della musica sacra; e le iniziative e gli sforzi che a tutti i livelli saranno compiuti in questo campo, meriteranno il sincero plauso della Sede Apostolica, dei Vescovi, dei fedeli tutti.” (Giovanni Paolo II, Omelia all’Associazione Italiana Santa Cecilia, Roma, 21 settembre 1980)

SUGLI ARTISTI IN GENERALE E I MUSICISTI. “La Chiesa ha bisogno, altresì, dei musicisti. Quante composizioni sacre sono state elaborate nel corso dei secoli da persone profondamente imbevute del senso del mistero! Innumerevoli credenti hanno alimentato la loro fede alle melodie sbocciate dal cuore di altri credenti e divenute parte della liturgia o almeno aiuto validissimo al suo decoroso svolgimento. Nel canto la fede si sperimenta come esuberanza di gioia, di amore, di fiduciosa attesa dell’intervento salvifico di Dio.”(…).

“La Chiesa, dunque, ha bisogno dell’arte. Si può dire anche che l’arte abbia bisogno della Chiesa? La domanda può apparire provocatoria. In realtà, se intesa nel giusto senso, ha una sua motivazione legittima e profonda. L’artista è sempre alla ricerca del senso recondito delle cose, il suo tormento è di riuscire ad esprimere il mondo dell’ineffabile. Come non vedere allora quale grande sorgente di ispirazione possa essere per lui quella sorta di patria dell’anima che è la religione?… Quale impoverimento sarebbe per l’arte l’abbandono del filone inesauribile del Vangelo!” (…)

“Con questa Lettera mi rivolgo a voi, artisti del mondo intero, per confermarvi la mia stima e per contribuire al riannodarsi di una più proficua cooperazione tra l’arte e la Chiesa. Il mio è un invito a riscoprire la profondità della dimensione spirituale e religiosa che ha caratterizzato in ogni tempo l’arte nelle sue più nobili forme espressive. E in questa prospettiva che io faccio appello a voi, artisti della parola scritta e orale, del teatro e della musica, delle arti plastiche e delle più moderne tecnologie di comunicazione. Faccio appello specialmente a voi, artisti cristiani: a ciascuno vorrei ricordare che l’alleanza stretta da sempre tra Vangelo ed arte, al di là delle esigenze funzionali, implica l’invito a penetrare con intuizione creativa nel mistero del Dio incarnato e, al contempo, nel mistero dell’uomo.”(…)

“Sulla soglia ormai del terzo millennio, auguro a tutti voi, artisti carissimi, di essere raggiunti da queste ispirazioni creative con intensità particolare. La bellezza che trasmetterete alle generazioni di domani sia tale da destare in esse lo stupore!” (Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, Vaticano, 4 aprile 1999 www.libreriaeditricevaticana.com ) Testo integrale su: http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/letters/documents/hf_jp-ii_let_23041999_artists_it.html

MUSICA SACRA: FORMA DI BELLEZZA CHE INVITA A PREGARE”. (G. Ber.) “La musica e il canto non sono un puro decoro o un ornamento sovrapposto all’azione liturgica. Costituiscono, al contrario, una realtà unitaria con la celebrazione, consentendo l’approfondimento e l’interiorizzazione dei divini misteri”. Lo ha detto ieri Giovanni Paolo II ricevendo in udienza nella Sala Clementina, in Vaticano, i docenti e gli alunni del Pontificio Istituto di Musica Sacra, in occasione del novantesimo anniversario di fondazione. (…) Ai presenti Giovanni Paolo II ha ricordato le parole della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, secondo cui la musica sacra “costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte integrante e necessaria della liturgia solenne”. (…)”Il criterio che deve ispirare ogni composizione ed esecuzione di canti e di musica sacra – ha continuato Giovanni Paolo II – è quello di una bellezza che inviti alla preghiera. Quando il canto e la musica sono segni della presenza e dell’azione dello Spirito Santo, favoriscono, in un certo modo, la comunione con la Trinità. La liturgia diventa allora ‘opus Trinitatis’ “. E’ la sintesi tra unione con Dio e capacità artistica, dunque, il fine ultimo dell’attività formativa di una realtà come il Pontificio Istituto di Musica Sacra. Un compito da leggere all’interno di quel grande primato dell’annuncio, che Giovanni Paolo II non si stanca di ribadire. “Siamo entrati in un nuovo millennio – ha concluso ieri – e la Chiesa è tutta impegnata nell’opera della nuova evangelizzazione. A voi è domandato di valorizzare al meglio le vostri doti artistiche, conservando e promuovendo lo studio e la pratica della musica e del canto in quegli ambiti e con quegli strumenti che il Concilio Vaticano II ha indicato come privilegiati: il canto gregoriano, la polifonia sacra e l’organo”. (Da un articolo apparso sul quotidiano “Avvenire” il 23 gennaio 2001, http://www.avvenire.it)

BENEDETTO XVI

SULLA MUSICA E LA BELLEZZA.   “L’incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce l’anima e in questo modo le apre gli occhi, tanto che ora l’anima, a partire dall’esperienza, ha dei criteri di giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti. Resta per me un’esperienza indimenticabile il concerto di Bach diretto da Leonard Bernstein a Monaco di Baviera dopo la precoce scomparsa di Karl Richter. Ero seduto accanto al vescovo evangelico Hanselmann. Quando l’ultima nota di una delle grandi Thomas-Kantor-Kantaten si spense trionfalmente, volgemmo lo sguardo spontaneamente l’uno all’altro e altrettanto spontaneamente ci dicemmo:- “Chi ha ascoltato questo, sa che la fede è vera”. In quella musica era percepibile una forza talmente straordinaria di realtà presente da rendersi conto, non più attraverso deduzioni, bensì attraverso l’urto del cuore, che ciò non poteva avere origine dal nulla, ma poteva nascere solo grazie alla forza della verità che si attualizza nell’ispirazione del compositore.” (Dalla riflessione teologica che Ratzinger scrisse per commentare il tema dell’edizione 2002 del Meeting di Rimini: «Il sentimento delle cose, la contemplazione della bellezza».) Testo integrale su:

http://www.avvenireonline.it/NR/exeres/95131D34-6092-45C8-9FC3-D9EB20FE06FA.htm

LITURGIA E MUSICA SACRA. “Tra la liturgia e la musica sin dagli inizi c’è stato un rapporto fraterno. Quando l’uomo loda Dio, la sola parola è insufficiente. La parola rivolta a Dio trascende i limiti del linguaggio umano. Per questo moti­vo tale parola in ogni tempo, proprio in forza della sua natura, ha invo­cato in aiuto la musica, il cantare e la voce del creato nel suono degli strumenti. Infatti, alla lode di Dio non partecipa soltanto l’uomo. La li­turgia quale servizio di Dio è l’inserirsi in ciò di cui parlano tutte le cose.

Per quanto la liturgia e la musica in forza della loro natura siano strettamente congiunte tra di loro, la loro relazione è sempre stata dif­ficile, soprattutto nei momenti nodali di transizione nella storia e nella cultura. Non v’è perciò da meravigliarsi, che anche oggi sia di nuovo po­sto in discussione il problema di una forma adeguata della musica nel­la celebrazione liturgica. Nelle dispute del Concilio e subito dopo pare­va che si trattasse semplicemente della divergenza tra persone dedite alla prassi pastorale da un lato e musicisti di chiesa dall’altro lato. Que­sti ultimi non volevano lasciarsi coartare da una formalità puramente pastorale, mentre si sforzavano di affermare la dignità intrinseca della musica quale misura di un proprio valore pastorale e liturgico. Si aveva pertanto l’impressione che il conflitto per la massima parte riguardasse unicamente l’ambito dell’uso della musica. Nel frattempo, tuttavia, la spaccatura si fa più profonda. La seconda ondata della riforma liturgica spinge il problema sino a raggiungere i suoi fondamenti. Si tratta ora della natura dell’azione liturgica in quanto tale, delle sue basi   antropologiche e teologiche. Il conflitto che investe la musica sacra è sintomatico e scopre un proble­ma più profondo, e cioè: che cosa sia la liturgia.” (…)

In non poche forme religiose la musica è ab­binata all’ebbrezza, all’estasi. Il superamento del limite della condizione umana cui è indirizzata la fame dell’infinito insita nell’uomo, deve es­sere raggiunta per mezzo di frenesia sacra, di delirio del ritmo e degli strumenti. Una musica simile abbatte le barriere dell’individualità e del­la personalità; l’uomo si libera così dal peso della coscienza. La musi­ca diviene estasi, liberazione dall’Io, unificazione coll’universo.

Oggi sperimentiamo il ritorno profanizzato di questo modello nella musica Rock e Pop, i cui festivals sono un anticulto nella stessa dire­zione — smania di distruzione, abolizione delle barriere del quotidiano e illusione di redenzione nella liberazione dall’Io, nell’estasi furiosa del rumore e della massa. Si tratta di pratiche redentive simili alla droga nella loro forma di redenzione e fondamentalmente opposte alla conce­zione di redenzione della fede cristiana. Di conseguenza perciò dilagano oggi sempre di più, in questo ambito, culti e musiche satanistiche il cui potere pericoloso, in quanto volutamente tendente alla distruzione e al disfacimento della persona, non è preso ancora abbastanza sul serio. La disputa che Platone ha condotto tra la musica dionisiaca e quella apolli­nea non è la nostra, poiché Apollo non è Cristo. Ma la questione che egli ha posto ci tocca molto da vicino. In una forma che la generazione a noi precedente non poteva neppure immaginare la musica è diventata oggi il veicolo determinante di una controreligione e pertanto il palco­scenico della divisione degli spiriti. Cercando la salvezza mediante la li­berazione dalla personalità e dalla sua responsabilità, la musica Rock da un lato si inserisce perfettamente nelle idee di libertà anarchiche che oggi in occidente dominano più che non in oriente; ma proprio per que­sto si oppone radicalmente alla concezione cristiana della redenzione e della libertà, è anzi la sua perfetta contraddizione. Perciò non per mo­tivi estetici, non per ostinazione restaurativa, non per immobilismo sto­rico, bensì per motivi antropologici di fondo, questo tipo di musica de­ve essere esclusa dalla Chiesa. (…) La musica invece adeguata alla liturgia di Colui che si è incarnato ed è stato elevato sulla croce, vive in forza di un’altra sintesi molto più grande e ampia di spirito, intuizione e suono. Si può dire che la musica occidentale dal canto gregoriano attraverso la musica delle cattedrali e la grande polifonia, la musica del rinascimento e del barocco fino a Bruckner e oltre proviene dalla ricchezza intrinseca di questa sintesi e l’ha sviluppata in un grande numero di possibilità. Questa grandezza esiste soltanto qui, perché poteva nascere soltanto dal fondamento antropologico che collegava elementi spirituali e profani in un’ultima unità umana. Essa si dissolve nella misura in cui svanisce tale antropologia. La grandezza di questa musica rappresenta per me la verifica più immediata e più evidente dell’immagine cristiana dell’uomo e ella concezione cristiana della redenzione, che la storia ci offre. Colui che da essa è realmente colpito, sa in qualche modo, dal suo intimo, sa che la fede è vera, pur dovendo fare ancora molti passi per completare questa intuizione a livello razionale e volitivo.(…) Osservazione conclusiva: liturgia, musica e cosmo. Vorrei concludere le mie considerazioni con una bella parola di Mahatma Gandhi che ho trovato poco tempo fa su un calendario. Gan­dhi evidenzia tre spazi di vita del cosmo e mostra come ognuno di que­sti tre spazi vitali offra anche un proprio modo di essere. Nel mare vivo­no i pesci e tacciono. Gli animali sulla terra gridano, ma gli uccelli, il cui spazio vitale è il cielo, cantano. Del mare è proprio il tacere, della terra il gridare e del cielo il cantare. L’uomo però partecipa di tutti e tre: egli porta in sé la profondità del mare, il peso della terra e l’altezza del cielo; perciò sono sue anche tutte e tre le proprietà: il tacere, il gri­dare e il cantare. Oggi vediamo che all’uomo privo di trascendenza rimane solo il gridare, perché vuole essere soltan­to terra e cerca di far diventare sua terra anche il cielo e la profondità del mare. La vera liturgia, la liturgia della comunione dei santi, gli re­stituisce la sua totalità. Gli insegna di nuovo il tacere e il cantare, apren­dogli la profondità del mare e insegnandogli a volare, l’essere dell’an­gelo; elevando il suo cuore fa risuonare di nuovo quel canto che in lui si era come assopito. Anzi, possiamo dire persino che la vera litur­gia si riconosce proprio dal fatto che essa ci libera dall’agire comune e ci restituisce la profondità e l’altezza, il silenzio e il canto. La vera litur­gia si riconosce dal fatto che è cosmica, non su misura di un gruppo. Es­sa canta con gli angeli. Essa tace con la profondità dell’universo in at­tesa. E così essa redime la terra.” ( Da LITURGIA E MUSICA SACRA – Del Card. Joseph Ratzinger. Discorso tenuto all’Ottavo Congresso Internazionale di Musica Sacra ) Testo integrale su: http://digilander.libero.it/gregduomocremona/documenti.htm

 

FONDAMENTO E COMPITO DELLA MUSICA NEL CULTO DIVINO. La domanda circa l’essenza della liturgia e circa i parametri della riforma ci ha ricondotti da sé alla domanda circa il posto della musica nella liturgia. In effetti non si può parlare di liturgia senza parlare anche della musica liturgica. Dove viene a crollare la liturgia, crolla anche la musica sacra, e dove la liturgia viene rettamente intesa e vissuta, là cresce bene anche la buona musica di chiesa. Abbiamo in precedenza visto che nel Catechismo il concetto di «comunità» (o assemblea) appare per la prima volta laddove si parla dello Spirito Santo come Colui che dà forma alla liturgia. Avevamo detto che così è descritto esattamente il luogo interiore della comunità. Parimenti non è un caso che nel Catechismo la parola-chiave «cantare» emerga per la prima volta laddove si tratta del carattere cosmico della liturgia, e precisamente in una citazione tratta dalla Costituzione liturgica del Vaticano II: «Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini… Con tutte le schiere celesti cantiamo al Signore l’inno di gloria…» Philipp Harnoncourt ha espresso molto bene lo stesso dato di fatto allorché ha commentato il noto detto di Wittgenstein: «Delle cose di cui non si può parlare bisogna tacere» in questi termini: «Delle cose di cui non si può parlare, si può allora, anzi si deve, cantare e musicare, se non si può tacere» Poco dopo egli aggiunge: «Ebrei e cristiani sono concordi nell’opinione che il loro cantare e musicare rinvia al cielo, o proviene dal cielo, o è suggerito dal cielo… ». In queste frasi sono dati i principi fondamentali della musica liturgica. La fede deriva dall’ascolto della parola di Dio. Dove però la parola di Dio viene tradotta in parola di uomini, rimane un soprappiù di non detto e non dicibile, che ci invita a tacere, ci invita ad un silenzio che alla fine fa diventare l’indicibile un canto e chiama in aiuto anche le voci del cosmo, affinché l’indicibile divenga udibile. Questo significa che la musica sacra nascendo dalla Parola e dal silenzio percepito in essa, presuppone un sempre nuovo ascolto di tutta la pienezza del Logos. Mentre Schützeichel dice che in linea di principio ogni musica può venire impiegata all’interno del culto divino, Harnoncourt accenna a più profondi ed essenziali nessi tra determinati atteggiamenti di vita ed espressioni musicali ad essi adeguati, e prosegue: «Sono convinto che anche per l’incontro con il mistero della fede… ci sono musiche particolarmente adeguate e anche musiche non adeguate… » In effetti una musica che debba servire alla liturgia cristiana deve corrispondere al Logos, concretamente deve stare in una significativa subordinazione a «quella» Parola in cui il Logos si è espresso. Non si può, nemmeno come musica strumentale, distaccare dall’interiore direzione di questa Parola, che apre uno spazio infinito, ma traccia anche linee di demarcazione. Essa deve in base alla sua essenza essere diversa da quella musica che è destinata a condurre verso l’estasi ritmica, lo stordimento degli allucinogeni, l’emozione sensuale, la dissoluzione dell’io nel Nirvana, per nominare solo alcuni atteggiamenti possibili. (…)

C’è ancora qualcosa da dire circa i soggetti della musica liturgica e il linguaggio dei canti. Dove è in vigore un concetto di comunità esageratamente gonfiato e (come abbiamo potuto constatare) completamente irrealistico proprio in una società mobile come la nostra, possono venir riconosciuti come soggetti legittimi del canto liturgico solo il prete e la comunità. Il primitivo azionismo e il piatto razionalismo pedagogico di una simile posizione è oggi divenuto oltremodo evidente e viene perciò sostenuto oramai solo raramente. Che anche la «schola» e il coro possano contribuire al tutto non viene oramai quasi più contestato, persino laddove si interpreta erroneamente il motto post-conciliare della «partecipazione attiva» nel senso di un azionismo esteriore. A dire il vero continuano ad esserci delle eccezioni. Esse si fondano su di un’insufficiente interpretazione della collaborazione liturgica, in cui mai soltanto la comunità presente può essere soggetto, bensì questa può venir intesa solamente come assemblea aperta verso l’alto e a partire dall’alto, sincronicamente e diacronicamente, verso tutta l’ampiezza della storia di Dio. Nuovamente ha qui apportato un importante punto di vista Harnoncourt, allorché egli parla di forme elevate che nella liturgia come festa di Dio non possono mancare, ma che dalla comunità come un tutto non possono venir adempiute. Egli prosegue: «Il coro dunque non sta di fronte ad una comunità che lo ascolta come di fronte ad un pubblico che vuole che gli si canti qualcosa, ma è egli stesso parte di questa comunità e canta per essa nel senso di una legittima rappresentanza». Il concetto di rappresentanza è una delle categorie di fondo della fede cristiana, che concerne tutti i livelli della realtà di fede e così è essenziale anche nell’assemblea liturgica. L’idea che si tratti di rappresentanza dissolve in effetti la concorrenza di chi sta di fronte. Il coro agisce per gli altri e li include nella sua propria azione. Attraverso il suo canto tutti possono venir condotti in quella grande liturgia della comunione dei santi e così in quella preghiera interiore che strappa il nostro cuore verso l’alto e al di là di tutte le realizzazioni terrene ci fa entrare nella Gerusalemme celeste. Ma si può propriamente cantare in latino se la gente non lo capisce? Dopo il concilio è comparso in certi luoghi un fanatismo della madre-lingua che in una società multiculturale è davvero astruso, così come in una società mobile ha poca logicità una ipostatizzazione della comunità. Prescindiamo dapprima dal fatto che un testo non è ancora già comprensibile a tutti per il fatto che lo si traduce nella propria madrelingua, anche se con ciò è toccata una questione di non poca importanza. Un aspetto essenziale per la liturgia cristiana in generale lo ha nuovamente presentato in maniera eccellente Philipp Harnoncourt: «Questa celebrazione non viene interrotta non appena si canta o si suona…, ma essa mostra invece proprio così il suo carattere di ‘celebrazione’. Questa esigenza non richiede però né unità nella lingua liturgica, né unità nello stile delle parti musicali. La tradizionale cosiddetta ‘Messa in latino’ ha sempre parti aramaiche (Amen, Alleluia, Hosanna, Maranatha), greche (Kyrie eleison, Trishagion), e la predica veniva di regola tenuta nella lingua della gente. La vita reale non conosce l’unità e perfezione stilistica, al contrario, dove qualcosa davvero è vivo si mostrerà sempre una molteplicità di forme e di stili… l’unità è un’unità.» ( Da «DI FRONTE AGLI ANGELI VOGLIO CANTARTI». LA TRADIZIONE DI RATISBONA E LA RIFORMA LITURGICA J. Ratzinger, Estratto da: “CANTATE AL SIGNORE UN CANTO NUOVO”, 1996, JACA BOOK http://www.jacabook.it/) Testo integrale su: http://digilander.libero.it/gregduomocremona/di_fronte_agli_angeli.htm

Questo articolo dello scrittore Eric-Emmanuel Schmitt è apparso sul quotidiano Avvenire del 2/3/2008. «Con Bach divenni robusto in un universo pieno. Di brano in brano, faceva salire dei gradini alla mia fede. Perché? Perché Bach non ha paura dei sentimenti semplici».

A lungo, ho avuto paura di Bach. Lo vedevo severo, alto, perfetto, integro, implacabile, dal giudizio più giusto che benevolo, come il Dio dell’Antico Testamento che, al di sopra di nuvole nere e corrucciate, tiene in una mano il fulmine, nell’altra la tavola delle leggi.

Bach m’impressionava. Pensavo di non meritare Bach. Quando qualcuno mi diceva di adorarlo, io stringevo le spalle, cosciente di trovarmi di fronte a uno spirito dalla moralità superiore; a fior di labbra confessavo allora il mio amore per Mozart, Schubert, Chopin, Debussy, consapevole di non citare che dei prossimi, dei teneri, dei sensuali – dei fratelli, insomma, non il Padre! Tuttavia, quando la sua musica mi sorprendeva, sfuggita da una radio, inserita in un film, io l’amavo spontaneamente. Essa mi pareva viva, effusiva, profonda, procurandomi una emozione senza mezzi termini.

Appena mi si spiegava che era Bach, avevo un senso di colpa: se l’avevo spontaneamente amato, allora l’avevo mal amato! Per forza! Con gli anni, collezionavo dei brani favoriti di Bach in un giardino segreto, protetto da mura, al riparo di tutti, senza parlarne mai; era un frutteto fresco, verde, gioioso, dai colori netti e delicati, dai frutti succosi, gustosi. Io amavo Bach nella vergogna. Nella vergogna di me. Nella vergogna d’essere un adoratore indegno.

Poi, un giorno – o piuttosto una notte – nel deserto del Sahara, mi è stata donata la fede. A partire dal momento in cui ho creduto in Dio, i miei rapporti con Bach sono cambiati -a dire il vero, tutti i miei rapporti sono cambiati, ma è un’altra storia. Johann Sebastian Bach è divenuto un compagno spirituale, qualcuno che esprimeva in modo definitivo e musicale ciò che io cominciavo appena a sentire.

Non si parla mai del ruolo dei musicisti nella nostra vita spirituale; questo è tuttavia così grande, così intenso. Bach parla di un universo dove Dio è evidente. Quando lo si ascolta, si è di fronte a un mondo ordinato, colmo di senso, dotato di una vitalità senza fine. Io ero nato anemico in una civiltà nichilista. Con Bach divenni robusto in un universo pieno. Di brano in brano, faceva salire dei gradini alla mia fede.

Perché? Perché Bach non ha paura dei sentimenti semplici. È senza dubbio per questo che m’impressionava tanto. Osa essere allegro, gioioso, rallegrarsi! Non esita a gridare Gloria o Magnificat. Molto spesso, la maggior parte delle volte, la sua opera esprime questo sentimento teologico, la gioia, questa riconoscenza d’esistere, questo giubilo del debito. «Gesù, che la mia gioia rimanga».

Quando si sfoga, è coltivandone l’emozione, non il pathos. Enuncia sentimenti che ci legano agli altri, non quelli che ci isolano -stringendo i legami tra noi. Se parla della morte, è per consentirvi, per accoglierla, «Vieni, dolce morte». In musica, grazie a lui, io medito serenamente sul trapasso. Anche se è più spaventosa della vita, la morte è pure un presente; come dobbiamo imparare a ricevere il dono della vita, così dobbiamo imparare a ricevere il regalo della morte. Su questo soggetto difficile, vi consiglio di immergervi per ore nelle armonie di Bach, ne uscirete pacificati, cresciuti dall’essere divenuti più piccoli.

Colette, un giorno, aveva chiamato Bach «la divina macchina da cucire». Come sua abitudine, aveva ragione: come un’umile cucitrice al servizio di Dio, Bach lavora sulla trama dell’universo, ha confidenza nella sua solidità, passa del tempo ad assemblarne gli elementi, a prendersi cura dei dettagli. Come una sarta, lavora per noi, non per sé. Vuole che ci sentiamo bene nei suoi abiti musicali: gesti fluidi, fiducia nelle cuciture, fede nella resistenza dei materiali, eleganza discreta e, soprattutto, la possibilità di danzare senza distruggere niente, danzare per ore per vivere la gioia.

Eric-Emmanuel Schmitt

(tratto da Avvenire del 2/3/2008)

pubblicazione su SPV a cura di Carlo Mafera

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.