A proposito della persecuzione dei cristiani, un’interessante conferenza (2011) che ha sviluppato il fenomeno in profondità

CONFERENZA SULLA DISCRIMINAZIONE E PERSECUZIONE DEI CRISTIANI,
ORGANIZZATA DAL PATRIARCATO RUSSO
[MOSCA, 30 NOVEMBRE-1° DICEMBRE 2011]

INTERVENTO DELL’ARCIVESCOVO ERWIN JOSEF ENDER,
RAPPRESENTANTE DELLA SANTA SEDE

Mosca
30 novembre-1° dicembre 2011

La discriminazione e la persecuzione dei cristiani costituiscono una preoccupazione particolare della Santa Sede, che considera questa Conferenza opportuna e importante. Rendiamo anche merito agli sforzi del Patriarcato di Mosca e del Governo russo, tra l’altro nell’ambito dell’Osce, di mettere in guardia altri organismi e Paesi contro la gravità della persecuzione dei cristiani in alcune regioni del mondo.

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2011 il Santo Padre ha sottolineato che i «cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede. Tanti subiscono quotidianamente offese e vivono spesso nella paura a causa della loro ricerca della verità, della loro fede in Gesù Cristo e del loro sincero appello perché sia riconosciuta la libertà religiosa. Tutto ciò non può essere accettato, perché costituisce un’offesa a Dio e alla dignità umana; inoltre, è una minaccia alla sicurezza e alla pace e impedisce la realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale».

È importante suscitare ovunque una consapevolezza globale del problema. La celebrazione di una Giornata internazionale contro la persecuzione e la discriminazione dei cristiani potrebbe essere un segnale importante che i Governi sono disposti ad affrontare questa grave questione. Occorre prestare particolare attenzione al fatto che anche in Europa stanno sempre più aumentando gli episodi contro i cristiani motivati dal pregiudizio. Pur non subendo una persecuzione violenta, anche in Europa i cristiani devono affrontare discriminazione, esclusione dalla vita pubblica e atti di vandalismo contro chiese e cimiteri.

Questi atti d’intolleranza in un’area dove la libertà di religione viene generalmente garantita sono preoccupanti e ci dovrebbero far riflettere in maniera più approfondita sul rapporto tra questa libertà fondamentale e la discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni. Secondo una teoria tradizionale ancorché discutibile, nei Paesi e nelle regioni in cui esistono tensioni e disaccordi tra i membri di religioni diverse, la limitazione o la negazione della libertà di religione, per quanto spiacevoli, sono utili o perfino necessarie al fine di limitare la violenza religiosa. Anche la teoria dello scontro di civiltà del defunto professore Samuel P. Huntington (1927-2008) è stata interpretata, o forse mal interpretata, a sostegno di questa posizione. In tempi più recenti la teoria sociale ha sostenuto l’esatto contrario. In un recente libro, The Price of Freedom Denied (Cambridge, Cambridge University Press, 2011), i sociologhi statunitensi Brian J. Grim e Roger Finke hanno proposto un modello matematico che illustra una correlazione diretta tra la negazione della libertà di religione e i crimini generati dall’odio contro le minoranze religiose, o perfino contro le maggioranze religiose. Contrariamente a quanto sostenuto dalle teorie più antiche, un basso grado di libertà religiosa crea un clima in cui le tensioni vengono esacerbate e, invece di diminuire, di fatto la persecuzione e la violenza aumentano.

Pertanto, al fine di evitare la violenza, è molto importante promuovere e consolidare la libertà di religione. Nel suo discorso del 10 gennaio 2011 ai membri del corpo diplomatico, il Santo Padre ha sostenuto che la libertà di religione «è il primo dei diritti, perché, storicamente, è stato affermato per primo, e, d’altra parte, ha come oggetto la dimensione costitutiva dell’uomo, cioè la sua relazione con il Creatore». Ha inoltre osservato che oggi in molte regioni del mondo la libertà di religione è un diritto «troppo spesso messo in discussione o violato» e che «la società, i suoi responsabili e l’opinione pubblica si [rendono] oggi maggiormente conto, anche se non sempre in modo esatto, di tale grave ferita inferta contro la dignità e la libertà dell’homo religiosus».

Vorrei anche ricordare il Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2011 di Papa Benedetto XVI, il cui tema, «Libertà religiosa, via per la pace», incarna di per sé il seguente concetto fondamentale: massimizzare la libertà di religione al fine di prevenire discriminazione e violenza. Il documento parte dalla prospettiva della dignità umana universale e pertanto non interessa solo i cattolici. Come ha detto il Papa, la «libertà religiosa non è patrimonio esclusivo dei credenti, ma dell’intera famiglia dei popoli della terra».

Un punto importante è quello di chiarire il concetto di libertà religiosa. Questa non può essere limitata solo alla libertà di culto, sebbene questo sia una sua parte importante. La libertà religiosa deve comprendere il diritto di predicare, educare, convertire e partecipare pienamente alla vita pubblica. Le restrizioni alla libertà religiosa, che ancora prevalgono in diversi Paesi, nascono da un approccio riduzionista che limita la libertà religiosa all’individuo e la nega alle comunità. Di fatto, però, come spiega il Messaggio, «la libertà religiosa non si esaurisce nella sola dimensione individuale, ma si attua nella propria comunità e nella società, coerentemente con l’essere relazionale della persona e con la natura pubblica della religione». Quando la libertà per principio viene limitata alla sola sfera individuale, spesso finisce con l’essere negata anche agli individui, se non per legge, quanto meno sotto forma di discriminazione e persecuzione privata.

Dovremmo anche sottolineare che la libertà religiosa autentica non è sinonimo di relativismo o del pensiero moderno o postmoderno, secondo il quale la religione è irrilevante o un elemento marginale della vita pubblica. Papa Benedetto XVI insite sul fatto che la dottrina cattolica sulla libertà religiosa non deve essere fraintesa come se giustificasse il relativismo. Lo stesso vale per la libertà di coscienza, che non significa giustificazione morale di qualunque opinione privata. A tale riguardo, il beato John Henry Newman una volta osservò: «La coscienza ha dei diritti perché ha dei doveri» (Lettera al duca di Norfolk). Questi doveri vengono rivelati all’uomo dalla sua stessa natura che — come ha affermato il Santo Padre nel suo discorso al Parlamento tedesco — deve essere rispettata: «Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana». Parlare di religione e di libertà di cercare la volontà di Dio, da soli e in comunità, non significa abbandonare la ragione, bensì aprirla alla dimensione trascendente dell’essere umano e ammettere che l’uomo è capace di conoscere la verità. Questo punto è davvero importante nelle relazioni internazionali, poiché nel mondo esistono culture che sono sospettose dinanzi all’intero concetto di libertà religiosa e temono che possa essere un tentativo di importare nei loro Paesi una certa comprensione occidentale del relativismo, che emargina la religione ed è davvero estranea alla loro identità e alle loro tradizioni.

Quando si parla di negazione della libertà di religione e d’intolleranza, di solito si pensa subito a certi Paesi dell’Asia o dell’Africa. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che i problemi relativi alla libertà di religione esistono perfino in aree del mondo dove fortunatamente, come ho già detto, non c’è una persecuzione violenta dei cristiani. Nel discorso al corpo diplomatico dello scorso gennaio, il Papa ha detto che «spostando il nostro sguardo dall’Oriente all’Occidente, ci troviamo di fronte ad altri tipi di minacce contro il pieno esercizio della libertà religiosa. Penso, in primo luogo, a Paesi nei quali si accorda una grande importanza al pluralismo e alla tolleranza, ma dove la religione subisce una crescente emarginazione. Si tende a considerare la religione, ogni religione, come un fattore senza importanza, estraneo alla società moderna o addirittura destabilizzante, e si cerca con diversi mezzi di impedirne ogni influenza nella vita sociale».

Naturalmente nessuno vuole confondere tale marginalizzazione della religione con la persecuzione vera e propria e l’uccisione di cristiani in altre parti del mondo. Questa Conferenza, però, cerca di suscitare la consapevolezza riguardo alla discriminazione verso i cristiani anche in regioni in cui normalmente l’opinione pubblica internazionale non ne sospetta l’esistenza. Purtroppo, alla fine è dal suolo avvelenato della negazione della libertà religiosa e della discriminazione della religione che quasi sempre nasce la violenza.

Come sostiene il messaggio per la Giornata mondiale della pace 2011, è importante che proseguiamo il nostro dialogo sulla sostanza della libertà religiosa, sul suo legame fondamentale con il concetto di verità e sulla differenza esistente tra di essa e una forma di relativismo che si limita a tollerare la religione, considerandola con una certa ostilità. «Pertanto — si legge nel Messaggio —, la libertà religiosa va intesa non solo come immunità dalla coercizione, ma prima ancora come capacità di ordinare le proprie scelte secondo la verità. Una libertà nemica o indifferente verso Dio finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell’altro. Una volontà che si crede radicalmente incapace di ricercare la verità e il bene non ha ragioni oggettive né motivi per agire, se non quelli imposti dai suoi interessi momentanei e contingenti, non ha una “identità” da custodire e costruire attraverso scelte veramente libere e consapevoli. Non può dunque reclamare il rispetto da parte di altre “volontà”, anch’esse sganciate dal proprio essere più profondo, che quindi possono far valere altre “ragioni” o addirittura nessuna “ragione”. L’illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica convivenza, è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani».

La Chiesa cattolica propone il dialogo interreligioso come uno dei modi per vincere l’intolleranza e la discriminazione. Il 19 novembre, durante la sua visita apostolica in Benin, il Papa ha ammesso che «il dialogo interreligioso non è facile» e ha avvertito che «il dialogo interreligioso mal compreso porta alla confusione o al sincretismo. Non è questo il dialogo che si cerca». Evitando il sincretismo e il relativismo, nel dialogo interreligioso possiamo trovare uno strumento potente contro la violenza e la discriminazione. La Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, celebrata ad Assisi il 27 ottobre 2011, ha testimoniato questa verità al mondo intero.

Nel discorso del 19 novembre in Benin, il Papa ha aggiunto che oggi «ogni persona di buon senso comprende che bisogna sempre promuovere la cooperazione serena e rispettosa delle diversità culturali e religiose. Il vero dialogo interreligioso rigetta la verità umanamente egocentrica, perché la sola ed unica verità è in Dio. Dio è la Verità. Per questo fatto, nessuna religione, nessuna cultura può giustificare l’appello o il ricorso all’intolleranza e alla violenza. L’aggressività è una forma relazionale piuttosto arcaica che fa appello ad istinti facili e poco nobili».

Alla fine, ha concluso il Papa, dobbiamo trovare la forza per combattere l’intolleranza e la violenza dentro di noi. «Non posso conoscere l’altro se non conosco me stesso. Non posso amarlo se non amo me stesso (cfr. Mt 22, 39). La conoscenza, l’approfondimento e la pratica della propria religione sono dunque essenziali al vero dialogo interreligioso. Questo non può cominciare che con la preghiera personale e sincera di colui che desidera dialogare. Che egli si ritiri nel segreto della sua camera interiore (cfr. Mt 6, 6) per domandare a Dio la purificazione del ragionamento e la benedizione per il desiderato incontro. Questa preghiera chiede anche a Dio il dono di vedere nell’altro un fratello da amare, e nella tradizione che egli vive un riflesso della verità che illumina tutti gli uomini».

La Santa Sede è grata per questa importante Conferenza che, si spera, si dimostrerà un importante passo avanti nella difesa dei diritti civili e umani dei cristiani, specialmente in Europa, dove la negazione delle radici culturali che hanno formato questo continente mette a rischio la stabilità e la coesione sociale. La discriminazione nei confronti dei cristiani — anche laddove essi costituiscono una maggioranza — deve essere affrontata come una seria minaccia all’intera società, e pertanto deve essere combattuta, come viene fatto, giustamente, nel caso dell’antisemitismo e dell’islamofobia.

Pubblicazione su SPV a cura di Carlo Mafera

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