PILLOLE DEL RAPPORTO ISTAT 2015 : L’EVOLUZIONE DELL’ECONOMIA ITALIANA – ASPETTI MACROECONOMICI –

 ECCO GLI ASPETTI SALIENTI :

  • Nel 2014, il ciclo economico internazionale ha mantenuto un ritmo di espansione in linea con quello dell’anno precedente (3,4%). L’andamento del Pil è stato sostenuto negli Stati Uniti – anche se in rallentamento sul finire dell’anno – stagnante in media annua in Giappone – ma in contrazione nel secondo e terzo trimestre – in ripresa nell’Uem, in particolare nel secondo semestre.
  • Il deterioramento delle prospettive di crescita nei paesi emergenti, l’apprezzamento del dollaro e la decisione dei paesi Opec di non ridurre la produzione sono stati gli elementi alla base della caduta dei prezzi del petrolio: da valori medi mensili di 112,2 dollari a barile di giugno ai 62,1 dollari di dicembre.
  • Nei primi mesi del 2015 gli indicatori anticipatori suggeriscono la prosecuzione di una graduale ripresa ciclica nei paesi avanzati, grazie all’azione di stimolo esercitata dalla politica monetaria, dal calo del prezzo del petrolio e, per l’Uem, dal deprezzamento del cambio. Ancora in rallentamento le economie emergenti.
  • Nel 2014, il Pil in volume italiano ha segnato una nuova flessione in media annua (-0,4%), sintesi di una lenta discesa nei primi tre trimestri e di una variazione nulla nel quarto. Secondo la stima preliminare, nel primo trimestre 2015 il Pil ha registrato un primo aumento congiunturale (0,3%) dopo cinque trimestri di variazioni negative o nulle. Il prodotto interno lordo risulta invariato su base tendenziale, mentre la crescita acquisita per il 2015 è pari a +0,2%.
  • La spesa per consumi finali delle famiglie è tornata a crescere (+0,3%) nel 2014, dopo il marcato calo nei due anni precedenti. Tale andamento è da collegare a quello del reddito disponibile in termini reali delle famiglie consumatrici (cioè il potere di acquisto delle famiglie) che si è stabilizzato per la prima volta dal 2008, anche grazie alla discesa dell’inflazione.
  • L’indice del clima di fiducia dei consumatori è aumentato nei primi mesi del 2015, con un leggero indebolimento ad aprile; il rafforzamento del sentiment dei consumatori potrebbe preludere a un moderato miglioramento della spesa per consumi.
  • Nel 2014 gli investimenti lordi sono ancora diminuiti, segnando in media d’anno una flessione del 3,3% e un contributo alla crescita negativo per 0,7 punti percentuali. Tuttavia, nel quarto trimestre sono emersi primi segnali di recupero (+0,2% su base congiunturale).
  • Un contributo positivo alla crescita del prodotto interno lordo nel 2014 è giunto dalla domanda estera netta (per tre decimi di punto), grazie a una dinamica dei volumi di esportazioni di beni e servizi (+2,6%) superiore a quella delle importazioni (+1,8%).
  • Ad inizio 2015 l’andamento dell’export ha beneficiato del deprezzamento del cambio. Nel 9primo trimestre la crescita delle vendite all’estero (+1,2% rispetto all’ultimo del 2014) è stata, infatti, particolarmente sostenuta verso i mercati extra Ue (+2,9%), a fronte di un lieve calo (-0,2%) verso l’area Ue. Anche le importazioni mostrano un incremento (+1,9%) cui ha contribuito una forte ripresa degli acquisti di beni intermedi (+4,9%) e strumentali (+4,6%) da parte delle imprese.
  • Nella media del 2014 l’inflazione, misurata dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo, è scesa allo 0,2%, in calo di oltre un punto percentuale rispetto al 2013, come riflesso del diffondersi di spinte al ribasso che si sono progressivamente estese ai prezzi di un’ampia quota di prodotti acquistati dalle famiglie.
  • Sul rallentamento dell’inflazione, sfociato fra il finire dell’anno e l’inizio del 2015 in una fase di debole deflazione, ha inciso in modo sensibile la flessione dei prezzi delle materie prime e dei beni importati.
  • A partire da febbraio 2015, le spinte deflazionistiche si sono attenuate grazie alla ripresa dei prezzi del greggio e del gas e ai sensibili aumenti su base tendenziale dei prezzi degli alimentari non lavorati.
  • L’indicatore di grave deprivazione materiale è in calo per il leggero miglioramento nei livelli di reddito disponibile delle famiglie e la dinamica inflazionistica più favorevole. Nel 2014 dopo la crescita registrata tra il 2010 e il 2012 (dal 6,9 al 14,5%), tale indicatore è tornato sui livelli del 2011 (11,4% nel 2014).
  • L’incidenza delle situazioni di grave deprivazione si è ridotta soprattutto tra i membri delle famiglie composte da due o tre componenti, coppie senza figli o con un figlio, anche minore, e tra le famiglie con anziani che vivono soli o in coppia. Continua a essere particolarmente elevata l’incidenza tra i genitori soli e tra le famiglie con almeno tre minori o con disoccupati.
  • Dopo due anni di contrazione, nel 2014 l’occupazione è tornata a crescere (88 mila occupati in più rispetto al 2013, +0,4%), soprattutto nelle classi di età più anziane, fra gli stranieri residenti e le donne.
  • Nell’industria in senso stretto, secondo le valutazioni di contabilità nazionale, le unità di lavoro sono aumentate dello 0,6%, mentre le ore lavorate sono aumentate dello 0,9%. Il ricorso alla Cassa integrazione guadagni è sceso in misura consistente nelle imprese con almeno dieci dipendenti, da 71 a 65 ore effettivamente utilizzate per mille ore lavorate.
  • Il tasso di disoccupazione è passato dal 12,1% nella media del 2013 al 12,7% del 2014, quello giovanile è cresciuto ulteriormente fino a raggiungere il 42,7% (con punte del 55,9% nel Mezzogiorno). Il tasso di disoccupazione di lunga durata si è attestato al 7,1%, sei decimi di punto in più dell’anno precedente.
  • A fronte della ripresa dell’occupazione nel 2014, con il 2015 si osserva un nuovo calo. In marzo (ultimi dati disponibili) l’occupazione è diminuita per il secondo mese consecutivo (-0,2% rispetto al mese precedente), il tasso di disoccupazione è aumentato, raggiungendo un livello del 13%.
  • Nel 2014 le retribuzioni hanno registrato incrementi nominali contenuti, in un quadro di bassa crescita dei prezzi al consumo (+0,2%). Le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dell’1,2% nel 2014 (+1,5% l’anno precedente), l’incremento più contenuto della recente storia economica. Nel primo trimestre del 2015 la dinamica si è mantenuta moderata (+1,0%).
  • Le retribuzioni lorde di fatto (per unità di lavoro equivalenti a tempo pieno) sono cresciute dello 0,8%, a fronte dell’1,0% registrato nel 2013. L’andamento complessivo delle retribuzioni di fatto, anche per il 2014 inferiore a quello della componente contrattuale, è la risultante di incrementi superiori alla media nell’industria in senso stretto (+1,9%) e più contenuti nei servizi (+0,4%).
  • Per l’intero 2014, la produzione industriale è risultata nuovamente in flessione (-0,5%), anche se in misura meno marcata rispetto ai due anni precedenti (-3,2% nel 2013 e -6,4 nel 2012). Nel primo trimestre 2015 la variazione trimestrale rispetto al periodo precedente è risultata positiva (+0,3%).

 

  • L’indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane ha mostrato un deciso miglioramento a partire da dicembre 2014, seguito da un leggero arretramento in aprile. In quest’ultimo mese, tuttavia, l’indice relativo alle imprese manifatturiere ha continuato a rafforzarsi grazie ai giudizi sugli ordini esteri e sui livelli di produzione.
  • Il fatturato industriale, dopo il calo di gennaio, ha evidenziato un leggero incremento in febbraio sia sul mercato interno (+0,2%) sia su quello estero (+0,6%). Nello stesso mese, anche gli ordinativi totali hanno registrato una variazione positiva dello 0,8%, sintesi di un aumento dell’1,2% di quelli interni e dello 0,4 di quelli esteri.

 

APPROFONDIMENTI E ANALISI

La diffusione delle spinte deflazionistiche e i potenziali effetti dell’indebolimento dell’euro sui prezzi al consumo

Il deprezzamento dell’euro sperimentato nei primi mesi del 2015 costituisce, da un lato, un fattore di accresciuta competitività delle esportazioni verso i mercati extra Ue, dall’altro un elemento di contrasto alle spinte deflattive derivanti dal calo dei prezzi dei beni importati. Segnali in questo senso cominciano a manifestarsi: in marzo il contributo alla dinamica dell’indice generale dei prezzi al consumo dei prodotti a media intensità di importazioni è stato positivo per oltre quattro decimi di punto. Si sono quantificati gli effetti di un possibile ulteriore deprezzamento dell’euro pari al 10% rispetto ai livelli attuali sulla dinamica dell’inflazione, nell’ipotesi di traslazione completa e senza ritardi delle variazioni del tasso di cambio sui prezzi e a parità di altre condizioni.

L’impatto diretto e indiretto sull’inflazione è stimato intorno a otto decimi di punto percentuale: circa il 40% è spiegato dalla componente dei prodotti a media incidenza di importazioni (oltre tre decimi di punto percentuale) e quasi il 30 è dovuto all’effetto sui prezzi al consumo dei beni energetici (poco più di 0,2 punti percentuali). L’impatto sull’indice calcolato al netto dei prodotti energetici si ridurrebbe pertanto a sei decimi di punto percentuale.

 

Gli effetti di stimolo al ciclo europeo del quantitative easing e del calo del petrolio

In un contesto di politica fiscale vincolata alle regole di bilancio europeo, l’obiettivo di stimolo alla crescita economica è stato perseguito nell’Uem dalla politica monetaria della banca centrale. Fra gli strumenti utilizzati figura il quantitative easing (Qe), una misura straordinaria di acquisti programmati di titoli finanziari. Un altro importante aiuto alla ripresa potrebbe giungere dalla stabilità delle quotazioni internazionali del petrolio sui livelli dei primi mesi del 2015. Gli effetti degli interventi della Bce e del calo del prezzo del petrolio sul ciclo economico nel biennio 2015-2016 sono stati stimati attraverso due esercizi che simulano l’evoluzione che si determinerebbe nell’Uem in assenza di questi due fattori rispetto a uno scenario base.

I risultati mostrano come, in assenza dell’azione straordinaria di stimolo monetario della Bce, si determinerebbe una crescita del Pil più bassa per il 2016 (0,7 punti percentuali in meno rispetto allo scenario base) mentre nel biennio considerato la variazione del tasso di inflazione sarebbe appena più limitata (un decimo di punto in meno). Una più rapida ripresa della dinamica dei prezzi sarebbe favorita da un incremento delle quotazioni del petrolio che, nella seconda simulazione, è per ipotesi fissato al valore di fine novembre 2014 (76 dollari al barile): l’indice dei prezzi al consumo crescerebbe di 0,8 punti percentuali in più rispetto allo scenario base nell’arco dell’intero biennio, con un effetto più elevato nel 2015 (sei decimi) rispetto al 2016 (due decimi).

 

 

 

Investimenti: crisi strutturale e fattori ciclici

Dopo una prolungata flessione, nel quarto trimestre 2014 la dinamica degli investimenti ha mostrato un moderato miglioramento. Per valutare se nel corso del 2015 si possano determinare condizioni più favorevoli, è stato utilizzato il modello macro-econometrico dell’Istat (MeMo-It). Le relazioni comportamentali del modello, specificate per ciascuna componente (macchinari, altre opere di costruzione e prodotti della proprietà intellettuale), individuano come determinanti degli investimenti, insieme al Pil e al costo d’uso del capitale, anche il livello di incertezza e le condizioni del mercato del credito, coerentemente con la letteratura più recente. In questa prospettiva, il ritorno a un ciclo positivo di accumulazione di capitale dovrebbe essere favorito dalla dinamica recente e attesa di tutti i fattori che influenzano gli investimenti: il deciso miglioramento del clima di fiducia di imprenditori e famiglie, la riduzione degli spread sui titoli sovrani, i livelli attuali e previsti della produzione e la politica monetaria attuata dalla Banca centrale europea, che favorisce un prolungato contenimento dei tassi di interesse. In particolare, nel corso del 2015 ci si attende una crescita più sostenuta per i prodotti della proprietà intellettuale, più reattivi al miglioramento delle condizioni di liquidità, mentre si prevede che gli investimenti in macchine e attrezzature crescano a un ritmo più contenuto. La ripresa degli investimenti in opere non residenziali, meno reattiva ai ritmi produttivi, si concretizzerebbe solo nel corso del 2016.

 

Recessione, partecipazione e dinamica dell’offerta di lavoro: il ruolo delle aspettative

Nel corso della profonda e prolungata crisi economica osservata a partire dal 2008, la partecipazione al mercato del lavoro ha mostrato un’evoluzione non univoca. Nella prima fase della recessione (2008-2009) l’aumento del tasso di disoccupazione è stato accompagnato dal calo del tasso di partecipazione, cioè dall’uscita di una quota rilevante di disoccupati dalle forze di lavoro; nella seconda fase (2011-2012), la crescita dei tassi di disoccupazione si è associata, invece, a un aumento della partecipazione. Le aspettative sull’andamento dell’economia possono ben spiegare il diverso comportamento dei soggetti nelle due fasi recessive.

L’analisi mostra infatti come, in periodi di accentuata crisi economica, le decisioni degli individui di partecipare o meno al mercato del lavoro siano influenzate dalle aspettative future, secondo uno schema più complesso di quello ipotizzato nel tradizionale modello “lavoratore scoraggiato/lavoratore addizionale”. In particolare, il peggioramento delle aspettative sull’evoluzione futura dell’economia può indurre comportamenti differenti: da un lato può portare gli individui a ridurre gli sforzi di ricerca, senza però determinarne l’uscita dalle forze di lavoro; dall’altro, i soggetti inattivi possono essere incentivati a entrare nel mercato del lavoro o, nel caso di individui disoccupati, ad aumentare gli sforzi di ricerca allo scopo di stabilizzare i redditi familiari.

 

CAPITOLO 2

LUOGHI, CITTÀ, TERRITORI

STRUTTURA E DINAMICHE DI SVILUPPO

 

 

  • Il numero di sistemi locali diminuisce in trent’anni da quasi mille a poco più di 600, soprattutto a causa della redistribuzione sul territorio delle residenze e dei luoghi di lavoro, dell’evoluzione nelle specializzazioni produttive e delle opportunità di commuting derivate dal sistema dei trasporti e delle comunicazioni.
  • Sono 503 i sistemi locali robusti e persistenti, identificati sia nel 2001 sia nel 2011, anche utilizzando metodologie di regionalizzazione diverse. Questo nocciolo di sistemi locali include il 64% dei comuni, il 68% della superficie e il 79% della popolazione, disegnando sul territorio l’ossatura urbana del Paese: centri di dimensioni diverse, ma accomunati da un fitto reticolo di spostamenti e di relazioni.
  • Nel corso dei decenni gli spostamenti quotidiani per motivi di lavoro sono aumentati di numero – oltre 100 mila in più in valore assoluto e quasi un quarto in termini percentuali – e coprono distanze e durate di percorrenza sempre maggiori. La quota degli spostamenti fuori dal comune di residenza sul totale dei flussi pendolari passa dal 37,3% del 1991 al 42,1% del 2001 fino a raggiungere il 46,0% nel 2011.
  • Il permanere delle forme urbane rappresentate dai 503 sistemi locali robusti e persistenti rinvia a quello che è stato definito il “paradosso centrale” della città moderna. Il costo di connettere luoghi a distanze sempre più grandi continua a diminuire, ma la prossimità, la densità, la vicinanza, l’assenza di spazio fisico aumentano di valore perché consentono di interagire, di lavorare insieme, di mettere a contatto idee, competenze, progetti imprenditoriali, capitali.
  • La produttività è maggiore nelle città che nel resto del territorio e si traduce in benessere per i residenti urbani. Il reddito imponibile nei sistemi a specializzazione urbana è del 56,7% superiore rispetto a quello dei contribuenti dei sistemi privi di specializzazione; le Citta del Centro-nord, ma anche la Città diffusa del Nord-est e del Centro, presentano un vantaggio in termini di reddito imponibile annuo. Soltanto le città del Mezzogiorno restano al di sotto del reddito medio nazionale per contribuente (cfr. classificazioni pagine 7-8).
  • Un confronto tra le aggregazioni di comuni delle nuove città metropolitane e dei principali sistemi locali urbani mette in luce due geografie molto diverse che sollecitano una riflessione sull’opportunità di utilizzare anche questa geografia funzionale per leggere l’organizzazione del paese reale. Ad esempio, il sistema locale di Torino comprende 112 comuni, alla città metropolitana ne afferiscono 316 (sproporzioni comparabili caratterizzano Roma e Bari); viceversa, la città metropolitana di Milano include un numero di comuni inferiore a quello del sistema locale corrispondente, ampiamente sovra-provinciale.
  • La geografia dei distretti industriali individua i sistemi locali con elevata specializzazione nelle piccole e medie imprese della manifattura, spesso nelle produzioni del made in Italy. In dieci anni il numero dei distretti industriali si è ridotto da 181 a 141; di questi solo uno su cinque presenta la medesima configurazione del 2001, la dimensione media è infatti cresciuta in termini di comuni appartenenti.

 

  • L’occupazione complessiva nei distretti aumenta del 6,6% nel decennio intercensuario. Le performance sono nell’insieme positive in poco meno della metà dei casi: 29 distretti nuovi/riorganizzati e vincenti si qualificano come aree robuste del tessuto produttivo nazionale e presentano i migliori risultati sull’occupazione (+8,1%). 22 distretti territorialmente persistenti e reattivi hanno dato prova di avere una buona capacità di adattamento ai mutati contesti economici locali e globali, cambiando la specializzazione principale e mantenendo una dinamica occupazionale positiva. 17 distretti in espansione territoriale e in tenuta occupazionale registrano forti variazioni territoriali e una crescita elevata sia sul fronte dimensionale sia su quello dell’occupazione complessiva (+35,4%) ma perdono il 19,3% degli occupati nel settore manifatturiero e il 21,9% in quello della specializzazione distrettuale, a riprova di una transizione verso un nuovo assetto della struttura produttiva.
  • Negativa invece la performance degli altri distretti industriali. Si tratta di 70 aree che, sia nel caso dei 51 distretti territorialmente persistenti e sofferenti che di nuovi distretti, mostrano scarso dinamismo e mettono a segno consistenti perdite di occupazione totali e settoriali.
  • Considerando il consumo di suolo, in 248 sistemi locali è consistente la pressione della dispersione urbana (sprawl), in particolare nella pianura lombardo-veneta, nel triangolo Firenze-Pistoia-Pisa e nelle aree metropolitane di Roma e Napoli.
  • Molto diffusi nelle regioni centro-settentrionali i sistemi ad elevata densità delle località edificate, di superficie sia grande (98 sistemi) sia contenuta (185), a conferma di comportamenti insediativi pervasivi.
  • I poli attrattivi dei sistemi locali disegnano reti di relazioni fra territori. Alcuni sistemi metropolitani hanno una struttura monocentrica in cui si individua un polo a forte attrattività (inclusi Genova, Bari, Palermo e solo Roma con policentrismo attenuato) mentre altri mostrano una struttura complessa, con più centri maggiori che interagiscono tra loro (fra gli altri, Torino, Milano e Napoli).
  • Le città sono sempre più orientate verso scelte smart e una gestione maggiormente eco-sostenibile dell’ambiente urbano. La generalità dei grandi comuni del Nord utilizza gli strumenti di pianificazione e programmazione ambientale. Tra i capoluoghi del Centro-sud, Roma, Napoli e Bari conseguono performance superiori alla media delle grandi città.
  • Nell’ottica della trasparenza dei processi amministrativi e partecipazione attiva dei cittadini, è sempre più diffuso il ricorso agli strumenti di reporting, quali il Bilancio sociale – 23 città lo hanno redatto nel 2013 e 60 lo hanno già sperimentato almeno una volta – e il Bilancio ambientale (rispettivamente 15 e 49). In crescita anche il coinvolgimento diretto dei cittadini in forme di progettazione partecipata – 76 città le hanno già applicate, 45 solo nell’ultimo anno – e l’offerta di servizi on line.
  • Circa due terzi delle amministrazioni comunali hanno optato per gli acquisti verdi nel 2013 (Green public procurement), applicando Criteri ambientali a favore della sostenibilità dei consumi nel settore della Pubblica amministrazione.
  • Le amministrazioni comunali stanno progressivamente adeguando i propri uffici e i processi di gestione agli standard ambientali internazionali di settore. Le certificazioni ISO 14001 e le registrazioni EMAS sono conseguite da uffici delle amministrazioni o di enti partecipati, rispettivamente nel 36,2 e 9,5% dei comuni (dall’8,6% del 2001 in entrambi i casi). Nel campo di azione della self-governance eco-sostenibile emergono positivamente le posizioni di Padova, Torino e Bologna, mentre intorno al valore medio delle grandi città anche il Mezzogiorno è ben rappresentato.
  • Nell’area della smart mobility è sempre più diffusa la disponibilità di sistemi di infomobility. I sistemi di pagamento elettronico della sosta sono presenti in 41 città; le applicazioni per dispositivi mobili in 20; gli avvisi sul traffico via SMS in otto città, l’acquisto di titoli di viaggio on line in 25; le paline elettroniche alle fermate dei mezzi pubblici in 50.
  • In tema di smart energy il 30% dei capoluoghi (soprattutto del Nord) ha installato punti di ricarica su strada per i veicoli elettrici. Migliora inoltre l’efficienza energetica dell’illuminazione pubblica: utilizza lampade a LED il 4,8% dei punti luce delle città, con un incremento del 40% in un anno.
  • Tra i grandi comuni, la generalità di quelli del Centro-nord mostra buone performance per l’utilizzo di applicazioni smart a vantaggio della qualità dell’ambiente e dei servizi ambientali (offerta di sistemi di infomobilità, disponibilità di punti ricarica per veicoli elettrici o iniziative per un utilizzo più efficiente dell’energia). Nel Mezzogiorno si qualificano positivamente Catania e Bari.
  • Le città smart si distinguono anche per la proposizione di progetti di innovazione eco-sociale. Ad esempio, gli orti urbani sono presenti in 57 città, mentre per promuovere la sicurezza alimentare 78 comuni hanno scelto l’acquisto di alimenti biologici certificati per le mense delle scuole comunali.
  • Nell’area della mobilità sostenibile, 63 città hanno istituito Zone 30 (dove viene privilegiata la mobilità pedonale e delle biciclette); in 58 città, prevalentemente del Centro-nord, è attivo un servizio di bike sharing e in 22 capoluoghi, anche in questo caso concentrati al Nord, i cittadini possono utilizzare il car sharing.
  • È ancora grande la distanza che separa i grandi comuni del Mezzogiorno da quelli del Centro-nord come motori dell’innovazione. Torino, Genova, Padova, Bologna e Firenze sono le grandi città che realizzano i migliori risultati complessivi nel campo dell’innovazione tecnologica (Catania è l’unica del Mezzogiorno), dell’innovazione eco-sociale (anche Napoli) e della trasparenza e partecipazione dei cittadini (con Messina nello stesso drappello).
  • PUBBLICAZIONE SU SAN PAOLINO’S VOICE A CURA DI CARLO MAFERA

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