Se l’uomo guarda il volto di Dio: il paradiso di Dante letto dal compianto cardinale di Milano : un pellegrinaggio letterario che vale la pena fare piuttosto che quelli reali

di CARLO MARIA MARTINI 

pubblicato a cura di carlo mafera

“OGGI sarai con me in paradiso” (Lc 23, 43). E’ la promessa fatta da Gesù al ladro sulla croce e fatta a tutti coloro che volgono lo sguardo implorante a quel costato trafitto (“in quel che, forato da la lancia,/ e prima e poscia tanto sodisfece/ che d’ ogne colpa vince la bilancia”) (Dante, La Divina Commedia, Paradiso, XIII 40, 42). è la manifestazione della gloria e della misericordia di Dio; ed è la promessa che il cristiano Dante, per grazia, ha come pregustato in modo del tutto particolare.

Il cammino della sua esistenza, come il viaggio raccontato nel poema sacro, è interamente sostenuto da questo desiderio di essere con Cristo, di poter contemplare la sua gloria, il suo “volto”, senza mediazioni, faccia a faccia, in quella visione-comunione in cui si placherà l’ansia di ogni umana ricerca. Il principio agostiniano – “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” – è alla base di tutto il pellegrinaggio della Commedia, connotato fin dall’inizio dalla ricerca di un vero “in che si queta ogne intelletto” (XXVIII 108) e dall’adesione amorosa alla Sua volontà, nella quale soltanto è la nostra pace. Quando noi vogliamo ciò che Lui vuole, ogni nostro vero desiderio è sostenuto da Lui.

Desiderio e inquietudine sono spia evidente dell’umano limite, ma si rivelano, d’ altra parte, interna testimonianza dell’esistenza di un Bene che non delude, perché anche ciò che affascina l’uomo allontanandolo da Dio non è altro che “vestigio”, traccia mal conosciuta del divino splendore. Questo Bene, per il cristiano Dante, ha un volto. Il volto di Dio “Non nascondermi il tuo volto” (Sal 26, 9). L’accorata invocazione accompagna integralmente l’itinerarium mentis in Deum del poeta: Lume è là sù che visibile face lo creatore a quella creatura che solo in lui vedere ha la sua pace (XXX 100-102).

Ogni “più vedere” è scoperta, o riscoperta, di un aspetto del volto di Dio; dalla sua “gloria” che risplende in tutto l’universo, al mistero trinitario, radice di ogni essere e di ogni bene. Dio è l’eterno, il punto “a cui tutti li tempi son presenti” (XVII 18); è infinito, è Bene “che non ha fine a sé con sé misura” (XIX 51); ma soprattutto è amore, è luce che “sola e sempre amore accende” (V 9), è l’amore che muove il sole e le altre stelle, e l’intera creazione è unicamente libera, gratuita espansione dell’amore divino, nata nel giorno in cui “s’ aperse in nuovi amor l’etterno amore” (XXIX 18). E questo amore ha, naturalmente, il volto cristiano del mistero trinitario. Dante si accanisce quasi a tradurre in parole umane l’appassionata contemplazione del mistero, a volte semplicemente parafrasando le formule della fede (“e credo in tre persone etterne, e queste/ credo una essenza sì una sì trina,/ che soffera congiunto “sono” ed “este””) (XXIV 139-141), altre riducendo quasi l’immagine a numero in un supremo tentativo di sintesi (XIV 28-30), e altre ancora affidandosi all’elemento paradisiaco per eccellenza, quello della luce: O luce etterna che sola in te sidi,  sola t’ intendi, e da te intelletta e intendente te ami e arridi! (XXXIII 124-126).
L’esclamazione conclude la rappresentazione dei “tre giri/ di tre colori e d’ una contenenza” – uno come arcobaleno riflesso dall’altro, mentre il terzo sembra fuoco che spiri da entrambi – ma non conclude la “visione”, non è questo il fine cui tende l’ardore dell’umano desiderio. Nell’immagine riflessa Dante vede, dello stesso colore, la nostra effige: questa è la realtà “ultima”, il volto umano nel secondo cerchio. Tutto dipende dal comprendere “come si convenne l’imago/ al cerchio”, come nell’eterno giro stia l’immagine di un volto umano, come abbia potuto accadere che il Verbo di Dio si sia fatto uomo.

Da questo evento è sorretto ogni passo del pellegrinaggio, questa è l’ultima visione. Ora Dante sa che il mondo è finito, ma insieme conservato nell’essere per sempre; che l’esistenza umana è limitata e passeggera ma rimane vera nell’eternità di Dio; che l’uomo è un soffio, ma quanto compie nel tempo ha valore eterno. La città di Dio  e la città dell’uomo D’ altra parte soltanto lasciando che lo sguardo sprofondi sempre maggiormente nella luce di Dio, in quel volto che sempre “eccede” la nostra capacità di comprensione e di amore, è possibile scoprire la vera immagine di quelle realtà che portano impresse il suo sigillo, a cominciare da quella santa sposa che Cristo fece sua “ad alte grida” e col suo “sangue benedetto”. In Dio Dante riscopre il vero volto della chiesa voluta da Cristo, la chiesa degli apostoli, costruita unicamente sul “verace fondamento” della parola del Maestro: nella buona battaglia per la diffusione della fede il vangelo soltanto fu “scudo e lancia”. Senza oro né argento, “magri e scalzi,/ prendendo il cibo da qualunque ostello” (XXI 128-129), Pietro e Paolo sparsero il buon seme della parola fecondandolo con il loro sangue; e così fecero Lino, Anacleto, Sisto, Pio, Callisto, Urbano…

Questa chiesa amarono e servirono Benedetto, Francesco, e tutti gli altri che non hanno deviato dal loro insegnamento. Quasi riflesso civile della chiesa “apostolica” e “monastica” è la Firenze antica, dove, nella primitiva cerchia delle mura, una campana segna ancora le ore conferendo un senso profondamente religioso al trascorrere del tempo, e la felicità pacifica dei vecchi cittadini sembra strettamente collegata alla sobrietà della loro vita: non vestiti tanto vistosi da imporsi alla considerazione più delle persone stesse, non case vuote, non camere testimoni di lusso e di lussuria. Le donne lavorano tranquille in casa e si occupano amorevolmente dei propri bambini, parlano con loro e ne calmano il pianto adattandosi alla tenera lingua infantile. In questa Firenze di riposata convivenza civile, senza odi, tra cittadini fidati, dove tutto cooperava a una semplice ma solida vita familiare e politica, vivere era dolce.

L’ombra della fede, per la quale anche il trisavolo Cacciaguida ha sacrificato la propria esistenza passando dal martirio alla pace del paradiso, si estende protettiva sulla vita pubblica, persuadendo al rispetto dei valori. Certo nessuno vede tanto chiaramente anche il male quanto chi vede tutto in Dio. Il volto della chiesa e dello stato è orribilmente sfigurato da quella insaziabile cupidigia considerata da San Paolo una specie di idolatria. La casa del Signore corre sempre il rischio di diventare “spelonca di ladri”, soprattutto quando sono fuorviati, e fuorvianti, gli stessi pastori. I privilegi sono venduti e falsificati, le divisioni lacerano anche la chiesa, le offerte sono sottratte ai poveri che ne sono i legittimi proprietari, la Scrittura è trascurata o contraffatta e i predicatori, per orgoglio o vanità, raccontano le favole di una superficiale sapienza mondana tesa unicamente a solleticare l’uditorio; e pochi ormai salgono la santa “scala di Giacobbe” nel silenzio orante dei chiostri, mentre fede e innocenza sembrano appannaggio soltanto dei bambini.

La sete dei facili guadagni e l’inurbamento incontrollato sembrano aver travolto definitivamente anche la possibilità di una sicura e serena convivenza civile. Falsità, superbia, “la lussuria e ‘ l viver molle”, avarizia e viltà hanno contagiato gli stessi principi. Quando la città dell’uomo è ridotta a luogo di scambi economici, perdendo di vista la necessità di relazioni simboliche, affettive, culturali e religiose, diventa inevitabilmente “noverca”, matrigna, lasciando il cittadino orfano, sradicato. Ma il cristiano Dante, il figlio della chiesa militante dotato di più grande speranza, ha la grazia di poter contemplare la luce del trionfo di Cristo che con la sua Pasqua ha nuovamente riaperto agli uomini la via del cielo: ancora una volta l’intervento divino raddrizzerà la barca di Pietro “e vero frutto verrà dopo ‘ l fiore” (XXVII 148).

La storia è guidata da una Provvidenza che è sapienza e amore, e nulla può impedire la salvezza, se non il definitivo uso distorto del dono grande e terribile della propria libertà. Entrano in paradiso Raab, la prostituta, e la debole Piccarda; gli spiriti “attivi” con il loro amore per la fama e per la gloria e il vecchio Salomone con i suoi cedimenti; Romeo che abbandona il proprio posto perché ingiustamente calunniato e Folchetto con la sua inclinazione amorosa. La salvezza viene dalla fede in Cristo, ma nessuno ne è escluso a priori, come testimonia la presenza del pagano Rifeo; piuttosto il monito è ancora quello evangelico, rivolto a chi dice “Signore, Signore” e che si troverà, nel giorno del giudizio, “assai men prope/ a lui, che tal che non conosce Cristo” (XIX 107- 108).

Grazia e missione. Soprattutto lo sguardo rivolto dal paradiso alle vicende umane non può essere sguardo che estrania, che sottrae alla solidarietà; il mondo resta l’aiuola che ci fa tanto feroci. La tragica vicenda terrena segnata dall’odio e dalla violenza è come placata nell’immagine dell’aiuola, ma il pronome ci riconsegna il pellegrino Dante – che pur si è liberato dai “difettivi silogismi” che fanno “in basso batter l’ali” – coinvolto nel destino dell’intera comunità umana. Il paradosso centrale della fede, il mistero dell’Incarnazione, è principio di ogni paradiso. Come testimonia anche la grande intuizione di Dostoevskij: il paradiso si realizza “oggi” se ci si rende responsabili “di tutto e per tutti” e si chiede perdono “di tutto e per tutti”, accettando con umile disponibilità il comune cammino di espiazione.

L’itinerario in Deum è anche – sempre – momento di conversione; come per Dante, anche per ogni cristiano il desiderio dell’eterna beatitudine è insieme motivo per cui piangere spesso il proprio peccato percuotendosi il petto, nell’umile, e profondamente vera, convinzione che non esistono peccati soltanto “di altri”. In particolare per chi ha maggiormente ricevuto. Ogni dono di Dio è grazia e missione insieme. Quella di Dante riceve il sigillo papale da san Pietro stesso che, di fronte al tralignare delle più alte autorità e alla conseguente degenerazione della cristianità, prospetta tutta l’urgenza del servizio alla verità per una nuova “rievangelizzazione”: E tu figliuol, che per lo mortal pondo ancor giù tornerai, apri la bocca e non asconder quel ch’io non ascondo (XXVII 64-66). Ma l’accettazione era già avvenuta nell’incontro con Cacciaguida che, con paterna sollecitudine, lo aveva indotto a vedere con occhi nuovi le circostanze della sua vita, e ad affrontare l’esilio non come pietra d’ inciampo, ma come occasione privilegiata per il realizzarsi del disegno divino su di lui. Ogni cammino cristiano è un prendere la croce per seguire Cristo; il sacrificio del suo troppo parziale progetto di felicità è per Dante in funzione di un radicale “fare la verità” possibile soltanto nella piena obbedienza a Dio, con l’umiltà del peccatore perdonato e la gratitudine di un “figlio della grazia”.

La bellezza della vita redenta. La dilatazione dell’itinerario attraverso cieli “sensibili” permette al poeta di tracciare, nel dramma dell’eterna lotta tra bene e male, le grandi strade della santità, mostrando tutta la bellezza di una vita umana perfettamente riuscita proprio perché pienamente cristiana. è la storia degli apostoli, innanzitutto, e poi di Francesco, perdutamente innamorato di colei che “con Cristo pianse in su la croce” (XI 72); di Domenico, interamente consacrato alla diffusione e alla difesa della fede; di san Pier Damiani che sopporta sereno ogni disagio “contento né pensier contemplativi” (XXI 117); di Benedetto che, a imitazione degli apostoli, inizia la sua opera “con orazione e con digiuno” (XXII 89); di Bernardo che già in questo mondo contemplando gustò la pace del cielo… è, soprattutto, la storia di Maria, la Vergine Madre che ha richiuso la piaga aperta da Eva e ora rifulge al vertice di ogni umana perfezione, specchio fedele del volto di Cristo: “Riguarda omai ne la faccia che a Cristo/più si somiglia” (XXXII 85-86). In Maria, “umile e alta piu che creatura”, la natura umana raggiunge il culmine della perfezione permettendo al creatore di prendere carne in lei, diventando sua creatura.

L’umile fanciulla ebrea, totalmente disponibile alla grazia, manifesta ora in pienezza quanto Dio riesca a innalzare e glorificare un cuore docile: In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’ aduna quantunque in creatura è di bontate (XXXIII 19-21). Beatitudine e carità Nel progredire del suo cammino Dante fa continuamente esperienza di come la carità sia la manifestazione più chiara e visibile della beatitudine: i santi che si chinano con affettuosa comprensione all’ascolto del pellegrino, o ne prevengono le richieste leggendole in Dio, mostrano sempre un accrescimento di gioia che si traduce in bagliori di luce, danze, indicibili armonie, mostrando così tutta la loro conformità con la “divina voglia” che è amore senza confini.

La lezione più alta verrà da Bernardo nel momento decisivo quando, rivolgendosi alla mediatrice di ogni grazia con un fervore di carità che coinvolge tutti i cittadini della candida rosa, chiederà per Dante la grazia di alzare gli occhi al “sommo piacer” con l’intensità di una preghiera che non potrebbe essere più ardente nemmeno se fosse in gioco la propria “ultima salute”. E io, che mai per mio veder non arsi più ch’ i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi ti porgo, e priego che non sieno scarsi (XXXIII 28-30). Desiderare per gli altri, con la stessa intensità, quanto desideriamo per noi stessi, quasi immedesimandoci: questa è carità, e questo è “paradiso”.

Mentre in terra l’invidia fa sì che la partecipazione di un maggior numero allo stesso bene renda minore la pienezza di ciascuno, in paradiso amore e beatitudine si dilatano con l’accrescersi del numero dei beati. Per giungere a questo occorre unificare, ricondurre all’Uno, le diverse tendenze della nostra anima, gli “infiniti stranieri” in noi, facendo della nostra vita una casa accogliente in cui possano convivere, in pace, intelligenza e affettività, presente e futuro, desiderio del piacere e attesa della beatitudine. Soltanto delle persone “unificate” potranno ricostruire una società non fondata sulla prepotenza dell’uno sugli altri, ma sull’accoglienza e la valorizzazione di ciascuno come portatore di un dono unico, indispensabile alla pienezza della gioia di tutti. Paradiso, allora, è pace, ma non immobilismo. Perché l’amore si alimenta continuamente, ma anche perché la chiesa della candida rosa ama, prega e spera per noi, partecipa alla nostra storia, come aveva intuito, nella sua semplicità e profondità, santa Teresa di Lisieux: “Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra”.

Beatrice accompagna il viaggiatore dell’assoluto in quest’ultima parte dell’umano-divino itinerario – che è viaggio compiuto anche col corpo, a ribadire la novità del mistero dell’Incarnazione che innalza l’uomo, con la sua carne e la sua storicità, nell’eterna realtà di Dio – la donna della sua giovinezza. E Beatrice lo invita a rivolgere a lei il suo sguardo proprio per essergli guida nel mondo del divino. Ciò che conduce l’uomo a Dio è sempre un’esperienza affettiva particolarmente intensa, e Beatrice è per Dante quello spazio umano in cui Dio si è fatto presente, quasi sensibile. L’incontro con l’ineffabile non comporta il dissolversi dell’io e dei suoi rapporti; nessun affetto umano è cancellato se in esso Dio non era assente. L’amore che l’uomo riversa sulla propria donna, sui figli, sugli amici, su tutto il suo prossimo, acquista senso e valore definitivi se la donna, i figli, gli amici e il prossimo sono amati in Dio.

Il legame affettivo anziché sminuirsi è riscattato da ogni egoismo e dilatato fino a comprendere anch’ esso “e cielo e terra”. Il “ritorno” a Beatrice permette a Dante di fondere l’ardore della ricerca intellettuale con il calore dell’umana esperienza, trasformando in un canto di lode alla Bellezza il suo desiderio di verità e di giustizia. Non si tratta di qualcosa a margine o eccedente la missione ricevuta; il “sacrato poema” è esso stesso segno dell’ordine di Dio nel mondo e appello agli uomini a non “torcer li piedi” dal Vero che appaga ogni intelletto, che è pure “somma beninanza” e bellezza senza pari. Oggi Il cammino e la parola del poeta-profeta sono sempre per l’oggi; l’ascesa di Dante al sommo Bene è anche in funzione del nostro “santo viaggio”. Sempre attuale e urgente risulta l’appello alla renovatio rivolto anzitutto alla chiesa e che si configura come un ritorno alla vita “apostolica”, caratterizzata essenzialmente dal primato della parola evangelica – che ha come conseguenza una totale disponibilità nei suoi confronti, fino al dono della vita -, da un forte recupero della “dimensione contemplativa” e dalla gioiosa accettazione della povertà per il regno, liberi da rimpianti e da paralizzanti sensi di colpa, e riconoscenti nei confronti di Dio che può sempre trasformare in amore vero anche i nostri troppo umani desideri.

La missione profetica e “teologica” è affidata a ogni cristiano. E se l’essere profeti esige il coraggio della “parresia”, non bisogna tuttavia dimenticare che la verità da riproporre al mondo e alla chiesa deve essere anzitutto “contemplata” in Dio. E questo è di vitale importanza per una teologia, e anche per una filosofia, che dovranno unire la passione della ricerca con il gusto della bellezza e la capacità di riconoscere i propri limiti, sottraendo la ragione a un uso distorto che mortifica il mistero ma mortifica anche la ragione stessa. L’ideale della convivenza civile, poi, risulta chiaramente e sinteticamente indicato dalla triplice connotazione della Firenze antica: in pace, sobria e pudica.
Dove sobrietà e pudore sembrano essere condizioni indispensabili alla pace e investono anche la coscienza di sé e del proprio potere, la relatività delle proprie opinioni e il bisogno dell’altro per la realizzazione del bene comune. Per ciascuno resta soprattutto il senso della corresponsabilità, il “mai senza l’altro”, la capacità di sentire come proprio il male del mondo e di unificar l’esistenza affinché le nostre passioni e i nostri affetti diventino capaci di costruire rapporti “ecclesiali”, di tenerci uniti come convocati da Dio, per incamminarci verso di lui e essere con lui, “oggi”, in paradiso.

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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