GIOVANNI PALATUCCI (1909-1945). RESI NOTI I RISULTATI DELLA COMMISSIONE DI STUDIO (ROMA).

 

Il Dott. Carlo Mafera intervista lo storico prof. Pier Luigi Guiducci

Giovanni Palatucci
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Servo di Dio

Montella, 31 maggio 1909
Dachau, 10 febbraio 1945

 

Dal 2010 al 2015 si è cercato, attraverso l’apporto di più Studiosi e con il coinvolgimento di diversi Organismi Scientifici, di approfondire la figura e l’operato dell’ex reggente della Questura di Fiume, Dott. Giovanni Palatucci (1909-1945), morto nel lager di Dachau. Tale iniziativa, sorta a Roma, ha anche coinvolto Autori di fede ebraica e Referenti non italiani. Si è voluto in tal modo dissipare ogni possibile ombra sulla Sua Persona, e verificare meglio una serie di dati consultabili in più ambienti e nazioni. La Commissione, presieduta dal Prof. Pier Luigi Guiducci, ha divulgato in questi giorni i risultati dei suoi lavori.

 

MAFERA: Prof. Guiducci, la Commissione ha precisato il concetto di resistenza al nazifascismo…

Sì. Tutte le iniziative che rientrarono nell’ambito della “resistenza al nazifascismo” non furono esclusivamente un fatto d’arme. Non implicarono necessariamente uno spargimento di sangue. Uno scontro violento tra forze contrapposte. Il moto di opposizione ebbe infatti più volti: quello morale, quello della non collaborazione, quello pedagogico, quello civile, fino ad arrivare a realtà altamente pericolose (tipografie clandestine, staffette partigiane, preparazione e gestione di attentati, conflitti frontali…).

 

MAFERA: Avete approfondito, in particolare, l’aspetto della resistenza civile…

Sì. Chi volle attuare una resistenza civile, dovette – prima di tutto – agire in modo da non destare sospetti. Il sistema della delazione era, infatti, tra i peggiori pericoli. Se, poi, chi prendeva le distanze da teorie e prassi nazifasciste (specie le politiche antisemite) operava nella Pubblica Amministrazione, e -segnatamente- nelle Forze dell’Ordine, la strada per iniziative umanitarie era durissima. Questo primo dato storico è stato posto all’inizio del documento della Commissione di Studio perché negli archivi pubblici italiani (quali ad esempio l’Archivio Centrale dello Stato), e in quelli di altri Paesi (es. Germania, Ungheria, Croazia, Serbia…), oltre che nei fascicoli conservati presso Fondazioni e Istituti Storici, non è possibile pensare di individuare traccia di azioni svolte nella clandestinità. Al contrario, si possono trovare solo documenti ufficiali, attestanti un’informativa nota.

Per riuscire, in qualche modo,   ad acquisire delle informazioni riservate, più articolate, è necessario rileggere le testimonianze del tempo, studiare gli interventi di alcuni protagonisti della resistenza anche ebraica, le carte di singole famiglie, gli incartamenti depositati presso le Curie Diocesane, i progetti ideati pure in sedi esterne all’Italia, sviluppare una ricerca sulle reti sotterranee di solidarietà, e approfondire i contenuti degli atti di intelligence depositati presso l’Archivio SS di Berlino, o nelle raccolte inglesi (Londra), e statunitensi (Washington). Tali sottolineature sono importanti anche con riferimento alla figura di un commissario originario della Campania: il dr. Giovanni Palatucci.

 

MAFERA: Prof. Guiducci, chi era Giovanni Palatucci?

Nato a Montella (un Comune nella Provincia di Avellino) il 31.5.1909, e morto nel lager di Dachau il 10.2.1945, Giovanni Palatucci conseguì il diploma di maturità classica al liceo “Tasso” di Salerno. Adempì il servizio militare, come ufficiale di complemento, a Moncalieri (Piemonte). Si laureò in Giurisprudenza (Regia Università di Torino, 1932). Rinunciò, poi, alla professione forense per entrare come funzionario nell’Amministrazione della P.S.. Il dr.. Palatucci operò inizialmente nella Regia Questura di Genova (dall’agosto del 1936). Ebbe il grado di volontario vice commissario aggiunto di P.S.. Nella città ligure conobbe pure la guardia scelta Raffaele Avallone (che venne poi trasferito a Fiume). Dal febbraio al maggio del 1937 frequentò a Roma la Scuola di Formazione per Funzionari della P.S.. Della Questura di Genova Palatucci non condivise talune prassi. E lo affermò con chiarezza in un’intervista. Il questore Rosai non gradì l’esternazione e si attivò per un trasferimento (la designazione finale riguardò poi la Regia Questura di Fiume). Scrisse (21 ottobre 1937), al riguardo, al capo del personale del Ministero dell’Interno, il viceprefetto dr. Carlo Scrivi: “(…) Le designo per il trasferimento da questa ad altra sede – il vicecommissario aggiunto di P.S. dott. Palatucci Giovanni, del quale non sono eccessivamente contento”.

 

MAFERA: Palatucci passò poi a Fiume…

Il dr.. Palatucci assunse il nuovo incarico il 15.11.1937. A Fiume il dr.. Palatucci divenne il responsabile dell’ufficio stranieri della Regia Questura. Gli competeva, tra l’altro, il compito di vidimare i permessi di soggiorno per gli spostamenti degli ebrei (divenuti – di fatto – “stranieri” nel loro Paese). Se uno di loro intendeva, ad esempio, raggiungere Trieste (o altra località del Regno d’Italia), era obbligato a richiedere un visto (autorizzazione della Questura). Dai documenti conservati in più Archivi (non solo italiani), risulta che il dr.. Palatucci non manifestò in modo accentuato l’orientamento politico del tempo, ispirato alle direttive mussoliniane, a quelle del PNF, alla filosofia gentiliana, e alle prassi stabilite nelle sedi fasciste locali. Egli mantenne, al riguardo: una linea di riservatezza, un proprio rigore morale su determinati valori-chiave, esternò attenzione non debole verso temi riguardanti la vita italiana, manifestò rispetto non servile (fu infatti critico in diverse occasioni) verso chi rappresentava lo Stato. In tale contesto, traspare da taluni scritti privati: una personale insofferenza verso le intemperanze fasciste; un disaccordo verso oppressivi rastrellamenti “a raggio”; una netta presa di distanza da quelle affermazioni razziste che costituirono la base teorica del sistema persecutorio antiebraico (e non solo). Le indagini condotte per un cognome, per una nascita, per un’appartenenza genetica, non trovarono in lui un assertore. Non facevano parte del suo costume professionale, della sua etica. Si ricorda, al riguardo una sua affermazione: “Vogliono farci credere che il cuore sia solo un muscolo e ci vogliono impedire di fare quello che il cuore e la nostra religione ci dettano”; sul piano della fede, Palatucci dimostrò un proprio itinerario spirituale, e una costante partecipazione alla vita ecclesiale.

 

MAFERA: Il problema chiave furono le persecuzioni antiebraiche…

Certamente. Mentre il dr.. Palatucci era impegnato nei suoi compiti d’istituto, il regime del tempo diffuse Il Manifesto degli scienziati razzisti (14.07.1938). Poco dopo, venne emanato il regio decreto legge Provvedimenti per la difesa della razza italiana, conv. senza modif. in L. 5.1.1939, n. 274. In segreto, però, cominciarono ad arrivare al Duce rapporti dell’OVRA (Polizia segreta fascista) che segnalavano dissensi e prese di distanza nella popolazione. Malgrado il momento durissimo per gli ebrei, tre risposte organizzate all’oppressione fascista si delinearono tra il 1938 e il 1943: l’organizzazione immediata di scuole per bambini, ragazzi e insegnanti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche nel 1938; l’organizzazione del soggiorno e delle partenze dei profughi stranieri che fuggivano dai Paesi invasi dai nazisti; l’organizzazione dell’assistenza sociale per profughi stranieri e per ebrei italiani antifascisti rinchiusi in campi di internamento dal giugno del 1940, o sottoposti a domicilio coatto sotto la categoria di “internati liberi” o di “internati civili di guerra”.

 

MAFERA: Con la situazione che precipita, inizia il movimento dei profughi…

Negli anni dal 1938 fino al 1943-1944 il dr. Palatucci si trovò di fronte alla realtà dei profughi ebrei prima dall’Austria e poi da Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Croazia, ecc. che spesso attraversavano i confini in modo clandestino pur di evitare il campo di concentramento. Per questi profughi l’ordine di Mussolini (anche ministro dell’Interno) prevedeva l’espulsione, quindi consegna ai nazisti. Il numero dei profughi – in maggioranza ebrei – può solo venire stimato. Era poi significativa la realtà degli ebrei della città di Fiume e dintorni – circa 1600 persone – che nel 1938, con le leggi razziali si trovarono quasi tutti privati della cittadinanza italiana. e i loro viaggi verso le altre province italiane dovevano avere il visto di autorizzazione di Palatucci.

 

MAFERA: Tra i profughi, anche gli ebrei jugoslavi …

Dopo lo smembramento della Jugoslavia attaccata dall’esercito italiano e da quello tedesco, tra aprile e maggio del 1941, una parte di quel territorio fu riconvertito in una nuova entità denominata Stato Indipendente di Croazia. La capitale fu Zagabria, a capo del regime venne posto Ante Pavelić. Quest’ultimo fu tra i fondatori del movimento ustaša (“ribelle”). Tale organismo si dimostrò violentemente ostile a una Jugoslavia multietnica, e assolutamente intollerante verso serbi, ebrei e zingari. Altri territori ex iugoslavi furono annessi all’Italia (decreto 19.5.1941). Nelle aree annesse all’Italia, i governanti applicarono agli ebrei locali la stessa politica in atto nel Paese dal settembre del 1938 (norme persecutorie razziste). Anche in quel territorio venne esteso pertanto il provvedimento di internamento degli ebrei stranieri in atto in Italia fin dal giugno del 1940. Erigere campi di internamento sul posto, divenne, però, in più casi, un problema (questioni di vettovagliamento e di sicurezza). Per tale motivo, i colpiti da questo provvedimento furono per lo più trasferiti in Italia, e inizialmente rinchiusi nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza) o di Campagna (Salerno), da cui vennero ritrasferiti, in condizione di “internati liberi”, in domicilio coatto in paesini isolati del Centro e del Nord Italia.

 

MAFERA: In questa situazione assume un ruolo strategico l’Ufficio Stranieri…

Appena entrate in vigore le leggi razziali, il compito del dr. Palatucci fu quello di schedare gli ebrei, di controllarne i dati anagrafici e di proibire eventuali loro contatti con gli ariani. Al riguardo, sull’operato della Questura di Fiume, è stato offerto un contributo importante dalla Studiosa di fede ebraica dr.ssa Anna Pizzuti.

 

MAFERA: Intanto si ampliò il territorio della Provincia di Fiume…

Dal 7 giugno 1941, a seguito dell’aggressione delle Potenze dell’Asse alla Jugoslavia e al trattato di Roma del 18 maggio 1941, la provincia di Fiume fu ingrandita. Vennero annessi l’entroterra orientale di Fiume (Sussak, Castua, Buccari, Čabar) e le isole quarnerine di Veglia ed Arbe. Presso la Prefettura di Fiume furono attivati due uffici, l’Intendenza civile per i Territori annessi del Fiumano e della Cupa, e il Commissariato civile di Sussak, con competenza rispettivamente sulle aree interne e su quella costiera.

 

MAFERA: Palatucci ebbe problemi con i superiori…

Dalla documentazione esaminata, risulta che il dr. Palatucci, nel suo lavoro, al di là delle apparenze e degli atti formali, ebbe problemi con i superiori. Un riscontro di ciò lo si trova in una lettera indirizzata ai familiari, datata 8 ottobre 1941.

“I miei rapporti coi superiori sono formali. Più esattamente essi sanno di aver bisogno di me, di cui, a quanto sembra, non possono fare a meno, e certamente mi considerano bene, mi stimano come capacità e rendimento; ma sanno bene che, grazie a Dio, sono diverso da loro. Siccome lo so anch’io, i rapporti sono di buon vicinato ma non cordiali. La cosa non ha molta importanza. Non è a loro che chiedo soddisfazioni, ma al mio lavoro, che me ne dà molte. Ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i miei beneficati me ne sono assai riconoscenti. Nel complesso incontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare. Purtroppo ho sospesi i contatti epistolari con quasi tutti, parenti e amici, in assoluta mancanza di tempo (…)”.

Le frasi riportate (a rischio di controlli censori) indicano dei messaggi in codice. A Fiume la situazione non andava bene. La “non cordialità” significa una sostanziale non intesa. Anche il riferimento ai “beneficiati” è volutamente generico. Palatucci non si azzardò a entrare in dettaglio. Per questo motivo, a uno storico non può bastare una lettura di superficie. Nella lettera è proprio il riferimento a dei soggetti che ottengono “benefici” che induce a riflettere su qualcos’altro. I problemi con i superiori trovano comunque due riscontri: in più occasioni (1939-1942), Palatucci chiese di essere trasferito; il 23 luglio del 1943 un ispettore, per ordine ministeriale, fece delle verifiche nell’ufficio di Palatucci. Trovò solo elenchi di stranieri non residenti più in Italia da lungo tempo. Imputò al giovane responsabile negligenza, scarsa vigilanza. Fu consegnata, così, una nota di biasimo. Per il ricercatore, tutto questo significa andare oltre le note positive ufficiali che può trovare in un fascicolo. Deve inoltre indagare anche su un eventuale spionaggio interno per verificare il reale comportamento dei superiori riguardo a Palatucci.

 

MAFERA: Ci furono poi ulteriori situazioni…

Con lettera del 28 febbraio 1943 il dr. Palatucci comunicò ai suoi genitori di aver conseguito la promozione a commissario aggiunto. Il 1 ottobre del 1943 fu istituita la Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland). Il territorio venne posto sotto il diretto controllo tedesco. Commissario supremo fu il Gauleiter Friedrich Rainer (1903-1947). A quest’ultimo venne affiancato per i compiti di repressione il Gruppenfuhrer SS Odilo Lotario Globocnik (1904-1945). L’ufficiale in questione aveva guidato l’Aktion Reinhardt  nei campi di Sobibor, Treblinka, Belzec e Majdanek. Era noto come il “boia di Lublino”. Fiume, pur inclusa nella Repubblica Sociale Italiana, entrò (di fatto) a far parte della succitata Zona. Il comando militare della città fu assegnato al capitano delle SS Hoepener.

 

MAFERA: Palatucci scrisse poi quella che fu l’ultima lettera ai genitori…

Il 21 ottobre del 1943 il dr. Palatucci scrisse una lettera ai genitori. Sarà l’ultima. Ecco il testo: “Carissimi genitori, questa lettera vi giungerà quando le circostanze lo permetteranno. Essa vi recherà il mio ricordo e l’espressione del mio costante affetto. In salute a tutt’oggi sto benissimo, sebbene abbia molto lavoro. Il morale è alto. Supereremo la bufera, nella speranza che alla nostra patria sia riservata una sorte onorevole a condizioni possibili di vita. Appena possibile vi farò pervenire altre notizie. Non occorre dire che, appena le circostanze lo consentiranno, correrò da voi. State assolutamente tranquilli per me. Sono certo che non incorrerò in alcun male. Auguro a voi le migliori cose con la speranza di potervi riabbracciare al più presto. Giovanni”.

 

MAFERA: Palatucci arrivò ad essere reggente…

Il 28 febbraio del 1944, dopo il trasferimento del reggente dr. Roberto Tommaselli, il dr. Palatucci venne nominato reggente della Questura alle dirette dipendenze di Tullio Tamburini (1892-1957, Capo del Corpo di Polizia Repubblicana) e poi di Eugenio Cerruti (Capo del C. di P. R.). La Questura, comunque, aveva perso ogni potere e ingerenza. Era costretta a eseguire ordini impartiti da terzi. Tutto il personale venne disarmato. In tale contesto, si mosse un amico di Palatucci. Grazie alla documentazione conservata presso l’Archivio statale di Rijeka (due fascicoli) e presso il Fondo privato Giovanni Palatucci (di cui è conservatore l’avvocato Antonio De Simone Palatucci), è possibile estrapolare dei dati. La persona vicina al reggente era un conte. Si chiamava Marcel Frossard de Saugy (1885-1949). Nato a Graz (Austria). Di nazionalità svizzera. Coniugato con Gerda Frossard de Saugy (nata nel 1883). La moglie proveniva dalla famiglia von Bülow. I Frossard erano genitori di due figlie. Possedevano una villa a Laurana. In questa proprietà, nel 1950, venne ritrovata dalla signora Gerda (in occasione della vendita dell’immobile) una valigia con vestiti ed effetti personali che Palatucci aveva lasciato. È dalla lettera che la signora Gerda scrisse in seguito alla madr.e di Palatucci (21 agosto 1950) che sono provati i rapporti di amicizia tra il reggente e la famiglia Frossard. Frossard invitò il dr. Palatucci a seguirlo in Svizzera. L’avrebbe ospitato a Ginevra, in rue de la Tertasse 5. Pur avendo la possibilità di allontanarsi da Fiume, il reggente espresse la volontà di non lasciare il proprio ufficio.

 

MAFERA: Al suo posto mandò una ebrea…

Il dr. Palatucci, mandò al suo posto una giovane ebrea (con la madre). Questa donna si chiamava Mika (Mikela) Eisler. Proveniva da Karlovać (nella parte più centrale del territorio croato). Alcuni ricercatori si sono chiesti perché Palatucci non lasciò Fiume. Le ipotesi, al riguardo, si sono accumulate con il risultato di creare nebbie. In realtà, studiando i documenti del tempo, emergono dei dati chiari. 1. Il reggente non volle allontanarsi dai suoi uomini. Quest’ultimi ebbero con lui molteplici colloqui legati soprattutto a situazioni di incolumità personale e a vicende di famiglia. L’ambiente della Questura era ormai segnato da paure, insicurezze, previsioni funeste. Palatucci era pienamente consapevole di drammi incombenti (che puntualmente si verificarono). 2. Esistevano delle situazioni fortemente a rischio che gravavano sui civili. Quest’ultimi continuavano a vedere nelle ultime autorità italiane rimaste degli interlocutori naturali. 3. Il reggente approfittò dell’opportunità fornita dal conte Frossard per mettere in salvo due donne ebree. È in questo periodo che Palatucci potrebbe aver cercato di manomettere alcuni incartamenti di ebrei (altri fecero lo stesso a Roma, Ancona, La Spezia, Trieste…). Comunque, il reggente non distrusse l’archivio, come qualcuno ha erroneamente scritto (sarebbe stata un’eclatante prova di colpevolezza). I fascicoli restarono al loro posto (e sono stati fotografati).

 

MAFERA: La situazione precipitava…

Nel frattempo la situazione precipitava. Per tale motivo, in data 26 luglio 1944, Palatucci scrisse una relazione al Capo della Polizia Eugenio Cerruti. Nel testo si ritrova anche un’esplicita denuncia: “(…) L’azione della Polizia germanica continua a essere esercitata assai spesso su vasta scala, e viene svolta con criterio di durezza e di assoluta mancanza di rispetto della libertà individuale. A partire dal 29 giugno u.s. è stato condotto un rastrellamento che ha interessato alcune centinaia di persone (si parla di 650 persone), nei cui confronti si è proceduto ad arresto indiscriminato, nel cuore della notte, e spesso solo per esperire normali accertamenti di Polizia, mancando elementi di colpevolezza. Degli arrestati alcuni, e sono pochissimi, sono stati rilasciati, altri sono stati con tutta probabilità avviati in Germania, o smistati in altre carceri. Le battute devono essere state molto fruttuose, se il comandante della “Sicherheitspolizei” mi aveva interessato, sul principio del mese, alla ricerca di locali per un nuovo carcere.

Nulla si può opporre agli abusi e ai maltrattamenti perpetrati a danno dei cittadini italiani, perché le autorità italiane o rimangono assolutamente estranee a tali operazioni di Polizia, in quanto ridotte all’impossibilità di una concertazione in tale campo (Questura), o le avallano e le appoggiano mediante opera di delazione, spesso a fini di vendetta personale (milizia e P.F.R.). Il Prefetto, poi, che potrebbe svolgere almeno opera di moderazione e di tutela, è del tutto passivo, sia per mancanza di energia di temperamento, sia perché – come da molti segni è dato desumere – è attaccato alla carica per motivi di utilità personale. Gli interventi e le proteste da me fatti finora, sia a favore di cittadini italiani ingiustamente arrestati sia a tutela di agenti di Questura, sono rimasti senza neppure l’onore di una risposta. (…)”.

 

MAFERA: Partì un’operazione per eliminare Palatucci…

Palatucci non sembra aver commesso errori appariscenti. Le sue interazioni con persone sgradite alle autorità del tempo (donne ebree; soggetti sorvegliati a Fiume e a Trieste…)erano però sotto controllo. Lo spionaggio riferiva sulle sue mosse. Su questo punto la ricerca di molti storici non si è stranamente inoltrata. Alla fine, il reggente fu neutralizzato con i metodi del tempo. Il collaborazionista che fornì l’input necessario, fu quasi certamente un dipendente della Questura, vicino a Palatucci. Lo stesso storico Renzo De Felice (1929-1996) annota: “(…) Basta ricordare che sulle tracce del commissario Giovanni Palatucci, che salvò col sacrificio della vita migliaia di ebrei, gli addetti ai lavori furono guidati da uno ‘zelante’ poliziotto italiano, mai perseguito dopo la Liberazione”.

Nella notte del 13 settembre 1944, su ordine dell’autorità nazista (non di Kappler come qualcuno ha erroneamente scritto), venne perquisita l’abitazione del dr. Palatucci. L’appartamento si trovava in via Pomerio 29 (presso Malner). Non fu un’operazione ordinaria. Si trattava di arrestare il reggente la Questura. Occorreva quindi un’imputazione di reato molto grave. In tale contesto, si fece silenzio su una vicinanza del commissario agli ebrei. Ammettere l’esistenza di operazioni segrete a protezione di perseguitati, infatti, sarebbe stato un’auto-accusarsi di totale inefficienza (con conseguente durissima punizione). Nel caso di Palatucci bastò individuare “casualmente” una prova (uno scritto politico proibito?) così da non utilizzare “testimoni”. In tal modo fu “documentato” il reato di alto tradimento.

 

MAFERA: A questo punto che successe?

Il reggente fu interrogato con i metodi riservati ai traditori (con l’aggravante di essere un pubblico ufficiale, di aver mentito in modo continuativo, di aver mantenuto contatti con persone considerate nemiche del Terzo Reich, e di aver attivato determinati comportamenti ostili in tempo di guerra). Torturato, non fece alcun nome. Né di colleghi a lui vicini, né di oppositori al nazionalsocialismo e alla R.S.I. esterni alla Questura, né di ebrei. Un riscontro lo si ricava dal fatto che dopo il suo arresto non venne operato alcun fermo. Per il reato ascritto a Palatucci era previsto un processo (in genere molto rapido) che si concludeva con la condanna a morte (fucilazione alla schiena). Dopo l’arresto di Palatucci fu nominato al suo posto il commissario aggiunto Giuseppe Hamerl.

Palatucci, per circa un mese, fu rinchiuso nel carcere di Trieste (“Coroneo”). Gli storici si sono chiesti il perché di tale non breve detenzione “transitoria”, in presenza di accuse gravissime. Dalle ricerche effettuate, risulta che furono esperiti dei tentativi per salvargli la vita. Un riscontro di ciò lo si trova nella lettera che il padr.e del Dr. Giovanni Palatucci (di nome Felice) scrisse il 25 agosto del 1950 alla contessa Gerda Frossard. Nella missiva è annotato tra l’altro:

“Nobilissima Signora Contessa,

Ho ricevuto le vostre gentili e gradite lettere e non so come esprimerle i miei sentiti ringraziamenti per il ricordo che serba di mio figlio. Anzitutto le esprimo le mie vivissime condoglianze per la dipartita di suo marito e condivido con lei il grande dolore. So che era un paterno amico di mio figlio e molto lo aiutò a Trieste quando trovavasi nelle mani di quei barbari tedeschi (…). Con l’occasione la prego vivamente per il seguente favore. Dato che a Roma alla Direzione della Divisione personale della Pubblica Sicurezza, nel fascicolo personale di mio figlio si trovano importanti documenti spediti a suo tempo dal Prefetto di Fiume riguardanti il caro mio figlio quando fu tradotto nelle carceri di Trieste e il comando voleva ancora farlo fucilare, non fu eseguito per il pronto intervento del grande uomo di suo marito che si interessò presso il Comando Tedesco (…)”.

 

MAFERA: Si cercò di salvare la vita a Palatucci…

I tentativi mirati a salvare la vita al dr. Palatucci furono attivati dal conte Marcel Frossard de Saugy. Questa persona fu ascoltata dai nazisti perché, oltre ad essere inserito in attività finanziarie, Frossard era marito di una nobildonna tedesca, Gerda (cit.), appartenente alla già ricordata famiglia dei baroni von Bülow. Il padr.e di Gerda, Adam von Bülow Ditrik, era un socio di minoranza della Companhia Antarctica Paulista, che fu uno dei punti di riferimento del processo di modernizzazione in Brasile. Inoltre, prima della IIa guerra mondiale, il Brasile aveva stretti contatti con la Germania nazista: erano partner economici e il Paese sudamericano ospitava il più grande partito nazifascista fuori d’Europa. Contava più di 40 mila iscritti specie nei centri di Belém (Pará), Salvador de Bahia, San Paolo e Rio de Janeiro. Non possono, quindi, essere esclusi contatti economici tra i von Bülow e i vertici di Berlino.

Dal “Coroneo” Palatucci venne deportato   al KZL (Konzentrationslager) di Dachau. Vi giunse il 22 ottobre 1944. Matricola 117826 (tatuata sul braccio). Assegnato alla baracca 25. Era un internato politico di nazionalità italiana: indossò una casacca con un piccolo triangolo rosso avente al centro la lettera I. Morì per tifo petecchiale (10 febbraio 1945). Giuseppe Gregorio Gregori, compagno di baracca del reggente, affermò -però- che il decesso potrebbe essere stato provocato da un’iniezione letale. L’asserzione fu legata al fatto che l’epidemia colpì altre baracche ma non quella del dr. Palatucci. Il corpo del reggente venne gettato nella fossa comune sulla collina di Leiteberg. 78 giorni dopo, il lager fu liberato dagli Alleati.

 

MAFERA: Arriviamo alla segnalazione di Cantoni…

Pochi mesi dopo il decesso del dr. Palatucci a Dachau, avvenne comunque un episodio significativo. Dal 19 al 23 agosto del 1945 (anno della fine della IIa guerra mondiale) fu convocata a Londra una Special European Conference. Non si trattò (come scritto erroneamente da qualcuno) del II° Congresso Ebraico Mondiale, perché quest’ultimo si svolse a Montreux nel 1948. Agli atti dell’assise è conservato un intervento scritto del rappresentante italiano, rag. Raffaele Cantoni (1896-1971). Quest’ultimo, era stato un legionario fiumano, e aveva avuto contatti con il Congresso Mondiale Ebraico, a Ginevra, fin dal 1936. Fu dirigente della DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei). Massone e socialista, fu un fervente sionista. Nel dopoguerra venne eletto presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). Non è quindi una figura marginale, di scarso valore storico. Durante la Conferenza succitata, Cantoni rivelò l’esistenza del cosiddetto “canale di Fiume”; e da qui si giunse al nome di Palatucci attraverso testimonianze di persone da lui salvate. Cantoni affermò che si era riusciti a salvare migliaia (5.000) di ebrei. Cantoni non fu però il solo a parlare del reggente di Fiume. A lui si aggiunse pure la segnalazione di un esponente della Comunità Ebraica di Roma, il signor Settimio Sorani (1899-1982).

 

MAFERA: Da Cantoni a Sorani…

Sorani, fu il responsabile della sezione romana della DELASEM dal 1941 al 1943. Si dimostrò molto attivo nelle operazioni della resistenza ebraica. Terminata la guerra, assunse la direzione di organizzazioni sionistiche. Dal 1948 al 1952 divenne Commissario per l’immigrazione presso la Legazione dello Stato d’Israele a Roma. Poi, direttore del Keren Hayesod italiano (fondo nazionale di costruzione d’Israele, centrale finanziaria del movimento sionista mondiale, come dell’Agenzia Ebraica). Dal 16 ottobre 1955 al 31 dicembre 1964, Sorani svolse le funzioni di segretario della Comunità ebraica di Firenze. Nel 1967 terminò di scrivere il testo delle sue memorie (pubblicato solo nel 1983 per difficoltà con gli editori, a cura di A. Tagliacozzo, dopo la morte dell’autore). Come persona non fu un “diplomatico”, ed espresse dure critiche verso il Vaticano. Morì a Firenze. Il “Fondo Settimio Sorani” è conservato a Milano, presso la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Sorani, nelle sue memorie annotò la situazione a Fiume e poi fece riferimento a Palatucci.

 

MAFERA: Che scrisse?

“… Un immediato, spontaneo e quanto mai prezioso aiuto essi (gli ebrei) lo ebbero da un funzionario della R. Questura. Costui era il Dr.. Giovanni Palatucci, capo dell’ufficio stranieri… Il Dr.. Palatucci era, tra l’altro, cattolico credente ed era convinto che non si debba obbedire ad una legge del potere civile in contrasto con la legge suprema della difesa e del rispetto dell’umanità. Quando ebbe coscienza che nelle sue mani di funzionario addetto al controllo e alla vigilanza degli stranieri, stavano, in gran parte, le sorti degli ebrei di Fiume, non esitò un istante a prendere posizione conforme alla sua coscienza di cristiano e di italiano. Senza la sua adesione, assai difficile sarebbe stata l’azione dei patrioti fiumani.

(…). Il Dr.. Palatucci si assunse la responsabilità di rendere inoperanti gli ordini: provvide cioè ad allontanare da Fiume, alla chetichella, gli ebrei stranieri che avrebbero dovuto essere arrestati e deportati. Ufficialmente egli li faceva apparire irreperibili, mentre poi, munitili di documenti alterati che li facevano apparire “ariani”, li avviava dapprima ad un suo zio, Vescovo di una diocesi del Sud, il quale provvedeva a sistemarli un po’ dappertutto, poi ai centri che nel frattempo si formavano nell’Abruzzo, nel Molise ecc. per l’ospitalità ai cosiddetti sfollati di guerra, sotto il cui nome potevano facilmente passare i perseguitati razziali…

(…) gli ebrei fuggenti dalla Croazia nel territorio italiano dovevano essere colti come in trappola. Grazie invece alla collaborazione dei soldati e degli ufficiali della Seconda Armata, la trappola non funzionò, ma agì invece il “canale” di Fiume, noto segretamente negli ambienti della Seconda Armata. Il concorso dei soldati e degli ufficiali della Seconda Armata all’azione di salvataggio degli ebrei venne portato a conoscenza della prima conferenza ebraica mondiale, tenutasi dopo la Guerra a Londra, nell’Agosto del 1945 dal Delegato Raffaele Cantoni, il quale rivelò che ben 5.000 ebrei erano stati da essi posti in salvo… Dopo l’8 Settembre 1943 mutò la base delle condizioni di Fiume… Il C.L.N. fiumano esortò il Dr.. Palatucci a restare al suo posto onde il “canale”, continuasse a funzionare… Così il Dr.. Palatucci divenne il “Dr.. Danieli” del Movimento di Liberazione Nazionale.

Dopo l’8 Settembre la Seconda Armata abbandonò il territorio jugoslavo che venne occupato ora dai partigiani di Tito, ora da croati ustascia, ora dai tedeschi. Nell’ Ottobre 1943 i tedeschi effettuarono il primo attacco contro la Comunità Israelitica di Fiume… Le disposizioni prese subito dal Palatucci per parare i colpi dei tedeschi e dei fascisti… permisero di ottenere il controllo dei preparativi delle SS e dell’ufficio politico contro gli ebrei. Intanto egli sollecitava l’esodo degli ebrei presenti in città. Il risultato definitivo fu che la maggior parte degli ebrei di Fiume scampò alla morte (…).”

 

MAFERA: Gli ebrei furono riconoscenti a Palatucci…

A Palatucci, nel 1953, gli venne dedicata una strada a Ramat Gan, vicino Tel Aviv. Gli fu poi assegnata una medaglia d’oro alla memoria dall’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia nel 1955. Nello stesso anno, Antonio Luksich Jamini pubblicò un articolo dal titolo Il salvataggio degli ebrei a Fiume durante la persecuzione nazifascista. In seguito, venne conferito a Palatucci il titolo di “Giusto tra le Nazioni” dal Memoriale   Ebraico dell’Olocausto Yad Vashem (1990). Seguirono altri riconoscimenti.

 

MAFERA: All’improvviso, i fatti del 2013…

Nel 2013, il Centro “Primo Levi” comunicò ai media (non agli storici) che “Giovanni Palatucci fu un pieno esecutore delle leggi razziali”. Quanto riportato venne scritto da Natalia Indr.imi, direttrice del Centro, in una lettera pubblicata dal “New York Times” (2013). Il testo prosegue: “e, dopo aver prestato giuramento alla Repubblica Sociale di Mussolini, (Palatucci) collaborò con i nazisti”. Il Centro ha spiegato, inoltre, che la deportazione di Palatucci non fu decisa dai nazisti per l’opera a favore degli ebrei, ma per aver passato ai britannici i piani per l’autonomia di Fiume. Riguardo al vescovo Giuseppe Maria Palatucci (1892-1961; francescano conventuale), zio di Giovanni (operò con il nipote a tutela di più ebrei) il giudizio è drastico. Indrimi e il suo Centro spiegano che fu proprio lui a “costruire”   in modo non chiaro il mito: “Tutto iniziò nel 1952, quando lo zio vescovo raccontò questa storia per garantire una pensione ai parenti dell’uomo”.

 

MAFERA: Ci sono state reazioni…

La posizione del Centro “Primo Levi” ha sorpreso molte persone. Per vari motivi.

 

1.Non fu il Centro a promuovere lavori su Fiume e Palatucci. Furono degli studiosi in Italia (2003). L’iniziativa non riscosse un particolare seguito. L’attenzione dei media fu tenue. Così, a New York, qualcuno decise di “rilanciare”.

 

  1. L’alto numero di documenti “inediti”, ai quali fa riferimento il Centro, sono in realtà noti. Un’importante strumento conoscitivo rimane a tutt’oggi il database online dello  Yad Vashem (Gerusalemme). L’Archivio in questione riporta le schede delle oltre quattrocento vittime ebree che vivevano a Fiume. I nazisti decimarono la loro Comunità (cinquecento persone ca). Digitando “Fiume” (nello spazio riservato al luogo di residenza), appaiono i nomi delle persone trucidate, con l’età ed altri dati essenziali (è quanto rimane di loro).

 

  1. È noto, poi, che chi operò a favore degli ebrei, fece in modo di non destare sospetti, di non attirare sguardi, di evitare i controlli, la censura, i delatori, di non mettere niente per iscritto. Per questo motivo, una ricerca per il Vice Capo della Polizia italiana non trovò elementi in fascicolo personale.

 

  1. Palatucci, nelle sue iniziative umanitarie, non agì mai da solo. Egli si appoggiava a terzi. Quindi, studiare la sua figura (e i suoi movimenti) escludendo una rete di solidarietà è un metodo assolutamente non storico.

 

  1. I tentativi umanitari alcune volte riuscirono, in altre situazioni ebbero un esito parziale, in varie occasioni non arrivarono a buon esito, in ulteriori casi furono alla base di arresti e deportazioni. Tutto questo è conosciuto dagli storici. È noto anche agli studiosi la triste attività di chi volle lucrare sulle disgrazie altrui (operazioni via mare), e su chi (specie i passatori di montagna) strinse accordi di morte con le autorità naziste.

 

  1. Non è possibile calcolare il numero dei salvati da Palatucci (che comunque ci furono). Vari studiosi hanno cercato di farlo, con l’aiuto di direttori di archivio, di storici e di esponenti del mondo ebraico. Poi, ci si è resi conto della co-presenza di molteplici variabili. Inoltre, di alcune vicende non si conosce l’esito. In tale contesto, la prudenza invita a una certa cautela nell’indicare la cifra complessiva di ebrei salvati.

 

  1. I giuramenti a un dato regime politico (in un conflitto con più fronti) non implicarono necessariamente, in foro interno, delle adesioni. Molte volte (non sempre) costituirono una strategia per rimanere in ambiti ove si operò alla luce e in sordina.

 

  1. Dai documenti conservati in più Archivi (Londra, Washington) risulta che i britannici erano già a conoscenza del moto autonomista presente a Fiume. Per tale motivo, pare debole un’insistenza su un ruolo-chiave di Palatucci in merito a questioni di autonomia locale.

 

  1. L’uso di canali non autorizzati da parte di Palatucci riguardò, in realtà, varie situazioni (chiarite nelle memorie dei sopravvissuti). In particolare, il telex di Kappler (10 gennaio 1945), citato dal Capo della Polizia del tempo Eugenio Cerruti (a sua volta informato dal Prefetto Spalatin), fa riferimento a “contatti informativi col servizio informativo nemico”. Non punta il dito su questioni di autonomia locale. I nazisti, quindi, stavano seguendo non la pista degli autonomisti (alla quale erano invece molto interessati i titini) ma un sistema di segnalazioni che includeva anche il dramma dei perseguitati e dei profughi (ciò risulterà molto evidente dagli eventi successivi).

 

  1. Mons. Palatucci, vescovo di Campagna (provincia di Salerno), segnalò la figura del nipote in più circostanze. Ma non nel 1945. Solo in anni successivi. Ad assumere la prima iniziativa furono esponenti della comunità ebraica.

 

  1. A Campagna si trovava un campo di internamento costituito dalla caserma San Bartolomeo (ex convento dei Domenicani), e dalla caserma Immacolata Concezione (ex edificio claustrale degli Osservanti). In quest’area, i Palatucci cercarono di inserire alcuni ebrei. Consultando l’Archivio locale, e visitando il museo, è possibile capire le differenze   esistenti tra questo campo e altri luoghi d’internamento (nord Italia). Il 29 ottobre 1941 l’allora segretario del Partito Nazionale Fascista, Adelchi Serena (1895-1970), scrisse una lettera all’allora Capo della Polizia con la quale si lamentava della “troppa libertà in cui vivono gli internati ebrei del campo di concentramento di Campagna” e chiese “provvedimenti conseguenti da parte delle forze di polizia del regime”.

 

  1. Dall’Archivio di Fiume, i documenti relativi al periodo successivo all’ 8 settembre 1943 sono stati sottratti. Il fascicolo personale di Palatucci (consultabile) è visibilmente carente. Ci sono le note burocratiche delle sue domande di trasferimento, le richieste di permessi, la nota positiva per essere “di ottima condotta morale, politica e sociale, iscritto al Partito Nazionale Fascista dal 23 marzo 1928”, la promozione a vicecommissario aggiunto in data 28 luglio 1940, con decorrenza 16 maggio.

 

  1. Nell’Archivio di Fiume esiste un solo documento posteriore all’8 settembre 1943. È una lettera del 29 febbraio 1944 indirizzata dal reggente della questura, Roberto Tommaselli, a Carlo Paknek, consigliere germanico per la provincia del Carnaro e, per conoscenza, al prefetto (la copia consultata è quella di pertinenza della prefettura, protocollata il 3 marzo). Si tratta una protesta perché Palatucci il 26 febbraio era stato convocato dal commissariato tedesco e interrogato sul possesso di una radio appartenuta a un’ebrea di nome Weisz. Mentre si trovava nel commissariato, un civile e un agente tedesco erano andati a casa sua chiedendo informazioni sulla medesima radio alla proprietaria dell’appartamento. Il dirigente della questura protesta per il modo irriguardoso utilizzato dai tedeschi nei confronti di un dirigente di polizia italiano.

 

  1. Secondo l’opinione di diversi storici, i documenti che non si trovano nell’Archivio di Fiume, dovrebbero essere custoditi a Belgrado, all’Archivio militare, dove si trovano altri incartamenti della Questura e della Prefettura di Fiume. Belgrado, comunque, si è dimostrata poco sensibile ai ricercatori.

 

  1. Da una sommaria ricognizione, compiuta nell’Archivio di Belgrado, da una storica fiumana, Lijubinka Karpowicz, è soltanto emersa una richiesta di ricerca del 25 novembre 1946 (un anno e nove mesi dopo la morte di Palatucci). Il Comitato antifascista del 259° battaglione prigionieri di guerra chiede alla sezione italiana per i prigionieri di guerra, a Belgrado, di voler “comunicare se il compagno Palatucci Giovanni di Felice è prigioniero in Jugoslavia, in quale campo o se è rimpatriato”. Una nota a mano del 2 dicembre ordina: “Accontentare questo Comitato antifascista e poi rispondere”.

 

MAFERA: Qual è stata l’accusa più grave?

L’accusa più grave, rivolta al reggente di Fiume, ha riguardato la denuncia di quest’ultimo di una famiglia ebrea nascosta sotto falso nome, in seguito a una richiesta della Questura di Ravenna (telegramma del 23.5.1944). Secondo il “Primo Levi”, Palatucci avrebbe dovuto rispondere che essi non erano residenti a Fiume, e che non erano noti al suo ufficio, né lo erano presso la sua anagrafe. Invece l’informativa fu redatta in questi termini:

“Trattasi di ebrei apolidi fiumani qui irreperibili che identificansi per…”, con i dati anagrafici dei membri della famiglia. Il biglietto era firmato “Pel reggente Palatucci”.

Il 23 maggio 1944 Palatucci era reggente della Questura da meno di due mesi. Non è difficile pensare che era sorvegliato (poco più di tre mesi dopo subì l’arresto). Il telegramma pervenuto alla Questura di Fiume non era “riservato-personale” a lui. Quindi – essendo stata già controllata la richiesta da terzi – il reggente non poteva mentire, negando che i nomi della famiglia ebrea fossero registrati nelle liste della Polizia e all’anagrafe. Di conseguenza, la risposta fornita “Per il reggente” non avrebbe potuto riportare null’altro che i dati di archivio. Inoltre, la data del biglietto, ‘urgente’ solo formalmente, è del 23 maggio 1944. L’arresto della famiglia era già avvenuto il 4 maggio. Unitamente a ciò, si rileva un altro dato. Dichiarare in quel momento una persona “irreperibile” significava comunque complicare le indagini. In un’ora nella quale Fiume era accerchiata da più realtà ostili, era difficile pensare a ricerche accurate sugli “irreperibili”.

 

MAFERA: Altri punti critici?

Esiste, poi, un altro punto che il “Primo Levi” devalorizza. Giovanni Palatucci, essendo responsabile dell’ufficio stranieri, interagì soprattutto con ebrei non residenti. Le operazioni riguardanti i residenti erano affidate a un personale che utilizzava il registro dello stato civile. Il lavoro seguiva una metodica. Basato su schedature, controlli, complicità e paure. Per una ricerca storica corretta, uno degli strumenti-chiave rimane il data base dei fascicoli del Fondo Questura dell’Archivio di Stato di Fiume.

 

MAFERA: C’è poi la questione dei testimoni…

Non è da tacere, ancora, un aspetto. I ricercatori del Centro in questione hanno smentito ogni testimonianza a favore di Palatucci. Tra i vari testi emergono figure significative. Se ne possono ricordare alcune (con i ruoli che svolsero all’epoca):

 

-Raffaele Avallone (morto infoibato nel 1945), guardia scelta di P.S.. Conobbe Palatucci a Genova. Al riguardo, riveste importanza la testimonianza del figlio Franco.

 

-Americo Cucciniello (1920-2004), nativo di Avellino, guardia di P.S.. Fu autista di Palatucci, lo aiutò in diverse operazioni “non ufficiali” a favore di ebrei.

 

-Alberino Palumbo (nato nel 1924), attendente (appuntato) di Palatucci, collaborò in operazioni a tutela di ebrei perseguitati.

 

-Alberto Remolino (nato nel 1917), nativo di Campagna, soldato di leva a Fiume, presso il 26° reggimento fanteria (vi restò fino al giugno 1945). Lavorò come sarto. Facilitò un collegamento tra Giovanni Palatucci (Fiume) e lo zio vescovo (Campagna). Affrontò rischi (periodo di guerra). Il suo ruolo di intermediario risulta da alcune azioni umanitarie (non ebbero sempre esito positivo);

 

– Giuseppe Veneroso (1921-2009), nativo di Pisciotta, finanziere. All’età di diciotto anni prestava servizio alla frontiera italo-jugoslava (Buccari), compagnia di Sussak (dal 1° maggio 1941 all’ 8 settembre 1943). Fu testimone del flusso clandestino di ebrei in fuga, e delle protezioni in loco. “In entrambi i posti di servizio ricordo perfettamente – scrive Veneroso – che, durante le lunghe notti, agenti della Pubblica Sicurezza accompagnavano gruppi di civili al nostro posto di guardia, per farli espatriare in sordina. Tutti quanti erano provvisti di lasciapassare a firma dell’allora commissario Palatucci e tutti eravamo a conoscenza che erano ebrei in fuga”.

 

Secondo il Centro succitato queste persone (e altre) furono testi inattendibili

 

MAFERA: Esiste poi la testimonianza di Rodolfo Grani…

Nel 1952, un ebreo fiumano, raccontò in Israele la propria storia. Si chiamava Rodolfo Grani (Granitz). In un articolo pubblicato a Tel Aviv, descrisse il suo internamento a Campagna. Ricordò interventi dei Palatucci (nipote e zio vescovo) a favore di alcuni ebrei perseguitati. Fornì anche delle indicazioni sull’interazione tra Giovanni Palatucci e il vescovo di Fiume, mons. Camozzo.

 

MAFERA: Può dire qualcosa su mons. Camozzo?

L’intesa tra mons. Ugo Camozzo (1892-1977) e il dr. Palatucci (le carte di merito sono depositate negli Archivi Diocesani di Rijeka e di Napoli) trova riscontro anche in due lettere che Camozzo indirizzò al vescovo Palatucci. La prima è datata 11 luglio 1945. Ecco il testo:

“Eccellenza Reverendissima, soltanto ora sono in grado di darLe notizie del Dr.. Palatucci, Commissario di P.S. a Fiume. Purtroppo esse sono dolorose. Fu trasportato, non ricordo esattamente quando, nel campo di concentramento di Dachau (Baviera) e di là ebbi sue notizie. Pochi giorni fa però tre rimpatriati da quel campo vennero da me. Chiesi ad essi notizie del caro Dottore ed uno mi assicurò che egli è deceduto a Dachau. Non ebbi altra possibilità di controllo e di conferma, solo il fatto che egli dimostrava di conoscerlo personalmente. Neppure sulla veridicità della persona potei indagare perché era di passaggio da me e prima non l’avevo conosciuto. Sono convinto che il buon Dr.. Palatucci è stato internato, perché vittima del suo buon cuore per cui non mancava di aiutare quanti poteva, specialmente se oppressi dalle leggi razziali. Egli ha lasciato un ottimo ricordo a Fiume che serva riconoscenza per lui (…)”.

In una seconda lettera, datata 30 agosto 1945, il vescovo Camozzo trasmette altri dati:

“Eccellenza Reverendissima,

Come ho già comunicato il Dr.. Palatucci Giovanni è stato internato dai Tedeschi a Dachau, credo perché aveva cercato di mitigare l’asprezza delle disposizioni antisemitiche. Ebbi di lui notizia dal campo di concentramento, perché eravamo in ottimi rapporti. Poi silenzio. Per essere completo devo dolorosamente aggiungere a V. E. che alcuni prigionieri reduci furono di passaggio da me ed uno di essi affermò che il Dott. Palatucci era deceduto nel campo di Dachau. Non ho altri dati, né conosco la persona che fa tale dichiarazione. Purtroppo però ho avuto l’impressione che la notizia fosse vera. Il Dr.. Palatucci ha lasciato ottimo ricordo di Sé a Fiume. In un tempo tanto difficile Egli ha saputo aiutare tanti infelici ed io stesso esperimentai la sua umana comprensione di tante sofferenze e cristiana carità (…)”.

Esiste anche la testimonianza di un avvocato, il barone Niel Sachs di Gric (ebreo fiumano di origine ungherese). Fu il legale di fiducia della Curia vescovile di Fiume. Nelle sue dichiarazioni ha confermato l’esistenza di contatti tra il dr. Giovanni Palatucci e il vescovo Camozzo.

 

MAFERA: La Commissione ha sottolineato delle evidenze…

Le testimonianze di chi operò con Palatucci per tentare di salvare delle vite umane, convergono su punti-chiave. Sono agli atti, ad esempio, le dichiarazioni di più persone di fede ebraica.

 

-Elena Ashkenasy Dafner Rehov e parenti

(Yad Vashem; istruttoria su Palatucci; Archivio Dipartimento Giusti, file n. 4338). Testimonianza autografa. Il documento è datato 10 luglio 1988. Fu redatto a Tel Aviv;

 

-Rozsi Neumann:

testimonianza in “Israel”, n. 39, 18 giugno 1953;

lettera del 26 giugno 1953 a mons. Palatucci : “(…) anch’io e mio marito apparteniamo a questi ebrei che sono stati tanto aiutati da questo veramente nobilissimo uomo”.

 

-Salvator Konforti (il cognome fu poi cambiato in Italia in Conforty), ebreo sefardita, di radici spagnole, e Olga Hamburger, askenazita, dell’Est Europa.

Erano i genitori di Renata Conforty. Quest’ultima, all’età di 71 anni, ha ripetuto la sua testimonianza nel 2013;

 

-la famiglia Berger.

Sull’interazione avvenuta tra queste persone e Palatucci, esiste, tra l’altro, un contributo dello studioso Aldo Viroli: Palatucci e la famiglia Berger. Un po’ di chiarezza sulla vicenda di un gruppo di ebrei fiumani rifugiati in Romagna.

 

-Elizabeth Quitt Ferber (1913-2005) e la sorella Anna.

Racconta Elizabeth: “con nostro stupore, ci indicò una serie di località da raggiungere come internati liberi. Alla fine la nostra scelta cadde su Sarnico, sul lago d’Iseo, e il dott. Palatucci ci assicurò che saremmo andati là. Non so come riuscì ad esaudire questa nostra richiesta, fatto sta che noi andammo direttamente a Sarnico. Come noi, ha aiutato una moltitudine di persone”.

 

– ingegnere Carlo Selan e moglie.

In una lettera del 21 dicembre 1940 Giovanni Palatucci raccomanda allo zio vescovo di interessarsi e d’intervenire riguardo ad alcuni ebrei che il poliziotto definisce “miei protetti”.  Tra questi c’è il nome di Carlo Celan.

Nel 1991, Celan scrisse da New York in un articolo: “Tutta la mia famiglia e ognuno che è sfuggito a Hitler e agli Ustascia, ha trovato un porto di serenità in Fiume solamente per la gentilezza e l’ammirabile personalità di Giovanni. Se non fosse stato per lui, ben pochi avrebbero potuto rimanere vivi oggi”.

 

MAFERA: Esiste poi una Shoah ungherese…

Attraverso il database dello Yad Vashem è possibile digitare “Salerno” (o “Altavilla”) Appaiono 32 nomi di ebrei. Altri nomi, inoltre, sono presenti in una serie di documenti conservati presso gli archivi dello stesso Centro. La località di nascita riportata dalle schede e nei documenti è Altavilla Silentina. Come dimostrato dallo storico della Shoah Nico Pirozzi, quelle persone facevano parte della Comunità ebraica di Lenti (Ungheria). Quest’ultima, contava 52 individui in tutto (i restanti figurano anch’essi, purtroppo, tra le vittime della Shoah; per trovare i loro nomi digitare “Lenti” nel database). Pirozzi documenta come fossero stati Giovanni Palatucci e lo zio vescovo a sostenere il piano di salvataggio degli ebrei di Lenti. Nell’Archivio di Yad Vashem sono pure conservate le schede di ebrei ungheresi che risiedevano in città diverse da Lenti, muniti dei certificati contraffatti dai Palatucci e purtroppo deportati nei lager.

In tale contesto, tenuto conto che l’operazione “Altavilla Silentina” si svolse in diverse località ungheresi, ci si chiede se in alcuni casi essa abbia ottenuto il risultato che i Palatucci speravano. Un punto, però, è chiaro. Alcuni ebrei ungheresi raggiunsero realmente la località di Altavilla Silentina, passando per il campo di internamento di Campagna, dove operava monsignor Palatucci. Ne dà notizia il ricercatore Oreste Mottola nel libro I paesi delle ombre. Il testo è basato su documenti conservati nell’Archivio Storico della Biblioteca Civica di Altavilla Silentina. Se è vero che numerose richieste di espatrio in Sud America (e altrove) non andarono a buon fine, altre – invece – consentirono agli ebrei di Campagna e di Altavilla di sottrarsi alle persecuzioni. Lo stesso “Primo Levi” ha riconosciuto che le vicende di Altavilla Silentina sono complesse e richiedono ulteriori approfondimenti.

 

MAFERA: Esistono altri dati forniti da Yad Vashem?

Sempre con riferimento a quanto è conservato presso Yad Vashem, si deve pure ricordare la presenza di file ove è riportato il fatto che “nel settembre 1943 il Dr.. Palatucci aderì al Movimento di Liberazione Nazionale, assumendo il nome di ‘Dr.. Danieli’, proseguendo nella sua mirabile opera di salvataggio di migliaia di perseguitati”.

 

MAFERA: Il “Primo Levi” ha attaccato anche il vescovo Palatucci…

La linea del “Primo Levi”, che nega azioni del reggente a favore degli ebrei, delegittimizza pure la testimonianza dello zio vescovo. Però, il carteggio tra S.E. mons. Palatucci e le autorità del tempo (1276 lettere), unitamente a quello con il nipote,   attesta come vari ebrei, facilitati dal dr. Palatucci a raggiungere Campagna, furono poi aiutati in loco, e aiutati nell’affrontare il viaggio verso   il Sud America (lettere di raccomandazione firmate dal vescovo). In tale contesto, riveste un rilievo non debole una lettera di Giovanni Palatucci indirizzata allo zio, datata 21 dicembre 1940. Si riporta il testo:

“Carissimo zio, Vi scrivo, come al solito in fretta. Gradirei notizie della pratica per il mio richiamo. Vi mando delle scarpe da far pervenire a casa alla prima occasione. Per quanto riguarda i miei protetti, la situazione è la seguente: 1. Ermolli Adalberto ha presentato domanda di trasferimento in un comune della provincia di Perugia, Pesaro o Chieti. Credo che lo interessi Chieti e in questo senso si è già interessato. Per lui sarà quindi il caso d’interessarsi solo se Voi abbiate la possibilità di intervenire ugualmente in modo efficace per gli altri, diversamente, non è opportuno sciupare delle possibilità che potrebbero essere utilmente impiegate, per questo vi ricordo i nomi: 2. Braun in Eisler Dragica (Carolina) e figlia, Eisler Maria: nipote. Jurche Nak. Selan ing. Carlo e moglie. Eisner Lotta con due bambine. Essi puntano alla provincia di Perugia o Pesaro. A me interesserebbe una destinazione in tali province, perché penso che Voi mi farete pervenire, a suo tempo, una raccomandazione per il vescovo del luogo, o chi per lui, che potrebbe agevolarvi sia presso la questura per una buona assegnazione nell’ambito della provincia o per una buona sistemazione, magari grazie all’interessamento a mezzo parroco. Per il momento, occorre appoggiare nel più efficace dei modi la loro domanda, che verrà presentata fra qualche giorno.

Io Vi informerò tempestivamente, e Voi vorrete, poi, interessare qualcuno, perché segnali la cosa nel migliore dei modi alla questura. L’Ermolli l’ha già presentata ed io ho già scritto oggi, ma la lettera partirà fra qualche giorno. Per quanto riguarda lui, se Voi avete la possibilità di interessare persona diversa da quella che interesserete per gli altri, fate pure, diversamente evitiamo di danneggiare tutti nel desiderio di tutti aiutare. Vi ringrazio per l’assistenza che mi prestate per un’opera di bene (…)”.

 

MAFERA: Il “Primo Levi” ha contestato anche aspetti dell’arresto…

Un punto sottolineato dal “Primo Levi” riguarda il motivo dell’arresto e della deportazione di Palatucci. Il Centro, in particolare, riporta il contenuto di un telegramma del colonnello Kappler, dove è scritto che Palatucci fu arrestato per avere mantenuto contatti col servizio informativo nemico. I ricercatori dimenticano che in seguito al 3 settembre 1943, data dell’armistizio di Cassibile e inizio dell’occupazione tedesca, gli ebrei furono definiti nel Manifesto di Verona quali “stranieri e nemici”. Palatucci, anche sotto la R.S.I., operava a contatto con la DELASEM (testimonianza di Sorani). Nella primavera del 1944 aspettava gli ebrei della Comunità di Lenti (Ungheria), muniti di falsi certificati (risultavano nati ad Altavilla Silentina). Per quella, e per altre azioni, il poliziotto di Fiume era sicuramente colpevole, agli occhi dei nazisti, di aver mantenuto contatti con il nemico.

 

MAFERA: C’è poi la questione del numero dei salvati…

Esiste, in ultimo, una questione sollevata dal “Primo Levi” anche con riferimento al numero degli ebrei salvati dal dr. Palatucci. Al riguardo, diversi studiosi (Ballarini, Bon, Coslovich, Pizzuti…) hanno cercato, prima di tutto, di individuare il numero di ebrei residenti e non residenti nell’area fiumana negli anni delle persecuzioni razziali. È stato anche necessario evidenziare delle variabili. Circa 1.200 ebrei fiumani, tolti dagli internati in Italia, avreb­bero abbandonato volontariamente il territorio tra il 1938 e il 1943. Di con­tro, tra il 1941 e il 1943, vi fu un’im­migrazione dalle zone dei Balcani e dell’Europa centrale occupate dai nazisti, dove le leggi razziali veni­vano applicate in modo rigorosissimo. Molti ebrei, ad esempio, fuggivano dalla Croazia, e cercavano a ogni costo di arrivare a Fiume, per lo più in barca. La città, del resto, era crocevia anche “legale” di ebrei internandi, diretti verso l’Italia. Secondo la testimonianza di Arminio Klein, presidente della Comunità ebraica di Fiume, sopravvissuto all’Olocausto, 16 persone di origine ebraica superarono la guerra a Fiume. Alla fine del conflitto gli ebrei fiumani sopravvissuti alla tragedia della Shoah, contrariamente a quanto avveniva nelle altre comunità ebraiche d’Italia, non poterono far ritorno alle loro case perché tutta la provincia del Quarnaro era stata nel frattempo occupata dalle truppe del maresciallo Tito e annessa alla Jugoslavia. Qualcuno tentò di metter piede in zona per cercare di recuperare i beni abbandonati, ma sparì dalla circolazione e non se ne seppe più nulla.

In tale contesto, rimane significativo un dato: tra il 1938 e il 1943, oltre ai profughi stranieri, lasciarono l’Italia altri seimila cittadini ebrei italiani individualmente o per famiglie, in cerca di Paesi più accoglienti (Stati Uniti, America meridionale, terra d’Israele). Ciò avvenne sotto la forte pressione di una persecuzione burocratica e di un’intensa propaganda antiebraica della stampa. Il calcolo, in definitiva, degli ebrei che furono aiutati (in vari modi, e da diverse persone e organismi di assistenza anche ebraica) a sfuggire alle persecuzioni, può essere elaborato tenendo conto :

– dei flussi sopra ricordati (emigrazione),

– e di quelli che consentirono a un numero significativo di ebrei di trovare riparo nella penisola italiana.

 

MAFERA : Si può sintetizzare l’apporto del dr. Palatucci?

Dalle testimonianze raccolte negli ultimi decenni, e pubblicate in più studi, il contributo offerto dal dr. Giovanni Palatucci a Fiume in difesa degli ebrei, si articolò essenzialmente su alcune linee operative: omissioni nell’applicazione di norme (es. registri non in regola, per i quali subì una nota di biasimo); trasmissione di dati informativi a ebrei in fuga, mirate a far loro evitare possibili situazioni rischiose; presentazioni di ebrei a interlocutori amici; coperture di varia natura, inclusa la consegna di documenti non autentici (permessi di transito e passaporti); ideazione di itinerari di salvezza con il supporto di terzi.

 

MAFERA: Esistono poi i dati di Sorani…

Sul tema degli ebrei salvati, esistono poi alcuni dati che vennero forniti da Settimio Sorani Questi indicò un “canale fiumano”, fece il nome del dr. Palatucci, collegò quest’ultimo a un’opera di protezione degli ebrei, annotò infine un risultato: cinquemila ebrei salvati. L’autore fece un chiaro riferimento a Fiume e a Palatucci perché a Trieste esistevano altri referenti. Emergono, in tale contesto, alcune evidenze sottolineate da Sorani:

  1. nel periodo bellico, Fiume era una città di confine; 2. i numeri dei salvataggi indicati da Sorani sono legati in massima parte a una stima sugli ebrei in fuga dal regime degli ustaše; 3. Sorani, nel dare conto di 12.200 profughi “controllati” e trattenuti nei campi nel territorio sotto controllo delle truppe italiane al di là del confine (sfuggiti alle persecuzioni, e in parte salvati), ha scritto che “debbono aggiungersi un numero indeterminato di persone non registrate perché entrate in Italia illegalmente senza regolari visti d’ingresso”;  4. la porta d’ingresso in Italia era Fiume, dove il responsabile dell’ufficio stranieri, “provvedeva ad allontanare alla chetichella gli ebrei stranieri che avrebbero dovuto essere arrestati e deportati” .

 

MAFERA: Qual è stata la conclusione della Commissione?

Sulla base delle ricerche effettuate, e tenendo conto anche degli studi realizzati da più storici (e da singoli autori a vario titolo), non sembra possibile indicare un numero esatto di salvati (direttamente o indirettamente) dal dr. Palatucci. Questi ci furono (esistono testimonianze non deboli), ma insistere sul voler divulgare dei totali “sicuri” rimane un percorso accidentato. Probabilmente, la testimonianza di Raffaele Cantoni e quella di Sorani – legate al numero di salvati da Palatucci – intesero fornire dati di orientamento (indicando “un alto numero”) e non risultati di rigorose sommatorie.

 

MAFERA: Come terminare questa intervista?

Con le informazioni ritrovate negli archivi italiani e in quelli esteri, pare difficile sostenere la tesi che Giovanni Palatucci non fu un “Giusto”. Lo stesso Memoriale dell’Olocausto Yad Vashem ha confermato, nel febbraio del 2015, il titolo di “Giusto” a Palatucci (comunicazione di David Cassuto, membro della presidenza). Addirittura, dall’Archivio Centrale dello Stato sono state individuate le relazioni del reggente (aprile-luglio 1944; alcune scritte poco prima che fosse arrestato) al capo della polizia Tullio Tamburrini (10 maggio 1944) e a Eugenio Cerruti (26 luglio 1944), al consigliere germanico per la provincia del Carnaro Carlo Pachneck (9 maggio 1943), al capo della milizia Chianese. Vi si può leggere e sentire allarme e disgusto verso quel che accade, giudizi severissimi verso il prefetto e i tedeschi, attenzione verso i suoi uomini, amore verso l’Italia. Vi si trova pure la frase: “in materia di dirittura morale io rendo conto alla mia coscienza che è il più severo dei giudici immaginabile, e se necessario ai miei superiori gerarchici…”. A questo punto, si possono forse sviluppare ulteriori approfondimenti inerenti:

i flussi dei profughi; le azioni politiche clandestine inerenti Fiume e l’area circostante; i canali resistenziali posti in essere da gruppi di oppositori; le reti sotterranee di solidarietà, intra ed extra Fiume; il numero dei salvati, alla luce di ciò che oggi è possibile acquisire (sugli spostamenti clandestini, non registrati in alcun documento, sarà sempre difficile conoscere i dettagli); il numero dei tentativi non riusciti mirati a salvare ebrei; il numero delle persone eliminate perché considerate vicine al mondo ebraico; le informative dello spionaggio nazista, di quello della R.S.I., di quello Alleato, di quello titino; le figure di specifici collaborazionisti, di delatori.

Ma oggi, discutere su dati che rimangono comunque parziali (non tutto è documentato, molti atti si sono persi, i testimoni del tempo sono morti…), ha senso? Sì, se ciò consente di evitare i trionfalismi, l’enfasi, la retorica, la mitizzazione; di accantonare i particolarismi; di rispettare maggiormente il metodo storico. Resta, comunque, un’esigenza. Quella di passare da una logica di morte (persecuzioni naziste) a una prospettiva di vita (costruzione di un mondo nuovo). Quella, cioè, di transitare, tenendo conto delle tante voci che provengono dalla Shoah, verso progetti di vita in grado di rompere steccati, e di sfondare barriere. In tal senso, il termine resistenza rimarrà sempre attuale. Perché sempre attuale resterà l’esigenza di dire no a ogni forma di violenza. Da qualsiasi parte provenga.

 

 

 

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