LA VOCE DI CHI È USCITO

 

Gli ex-numerari dell’Opus Dei. Dai vissuti alle proposte per migliorare la vita della Prelatura.

Mons. Escrivà proclamato Santo nel 2002 

 

IL DOTT. CARLO MAFERA INTERVISTA LO STORICO

PROF. PIER LUIGI GUIDUCCI

 

 

 

Madrid. 2 ottobre 1928. Nasce una nuova espressione ecclesiale. L’Opus Dei.   Il fondatore è don Josemaría Julián Mariano Escrivá de Balaguer y Albás. Nato nel 1902. Morirà a Roma nel 1975. Proclamato santo nel 2002. Alla base di tutto un’idea-chiave: la santità nel lavoro ordinario. Nel 1930, Josemaría coinvolge nel suo disegno apostolico anche le donne. Nel 1943 promuove la Società Sacerdotale della Santa Croce. Nel 1946 raggiunge per la prima volta l’Italia. Il 24 febbraio 1947 Pio XII concede all’Opera il decretum laudis. Il 16 giugno 1950 arriva l’approvazione definitiva. La sede centrale dell’Opus è a Roma. Si vuole così sottolineare un punto: servire la Chiesa come la Chiesa vuole essere servita. In stretta adesione alla cattedra di Pietro e alla gerarchia ecclesiastica. Alla morte del fondatore, l’Opus fa affidamento su un alto numero di membri. Di più Paesi. Il 28 novembre del 1982 l’Opus diventa Prelatura personale.

I fedeli della Prelatura, sia uomini che donne, si chiamano numerari, aggregati e soprannumerari.

I numerari sono quei fedeli (sacerdoti e laici) che vivono nel celibato apostolico e hanno la massima disponibilità personale per le attività apostoliche che sono proprie della Prelatura. Possono abitare nella sede dei centri della Prelatura, dove si occupano delle relative attività apostoliche e della formazione degli altri membri dell’Opus Dei.

Gli aggregati sono i fedeli che vivono nel celibato apostolico e hanno delle responsabilità determinate (di tipo personale, familiare o professionale) che li impegnano in permanenza ad abitare presso la propria famiglia di origine e a limitare la disponibilità pratica per i compiti apostolici o di formazione dell’Opus Dei.

I soprannumerari sono quei fedeli, coniugati o no (in quest’ultimo caso senza l’impegno del celibato), che partecipano in pieno all’apostolato dell’Opus Dei ma adattano la loro disponibilità in rapporto alle attività apostoliche, alle concrete esigenze derivanti dagli impegni familiari, professionali e sociali.

Le pubblicazioni su san Escrivá de Balaguer e sull’Opus sono migliaia. In molteplici lingue. Per un numero significativo di autori, l’Opera è un dono prezioso per la Chiesa. Altri si spingono verso una linea fortemente critica. Esistono poi coloro che restano di fatto estranei al dibattito (non concluso).

In tale contesto, oltre a biografie, opere di spiritualità, testi sulle attività della Prelatura, libri giuridici, esistono anche lavori che riguardano la situazione degli ex-numerari. Di coloro, cioè, che hanno scelto di lasciare la Prelatura. Il prof. Pier Luigi Guiducci studia da anni le loro testimonianze. Per comprendere quali insegnamenti possono derivare dalle esperienze degli ex-numerari. A beneficio della Chiesa. E della stessa Opus.

 

MAFERA: Prof. Guiducci, quando sono iniziate le sue ricerche su coloro che hanno lasciato l’Opus Dei?

A fine anni ’90. Dopo aver letto alcuni articoli. Al riguardo, vorrei premettere che, nell’ambito della storia della Chiesa, molti fedeli hanno operato nel tempo nuove scelte.

 

MAFERA: Qualche esempio…

Si tratta di situazioni diverse. Possiamo essere in presenza:

– di passaggi tra Famiglie Religiose. Pensi a sant’Antonio da Padova (1195-1231). Era all’inizio un monaco agostiniano a Coimbra;

– o di uscite da una Congregazione per fondarne una nuova. Un esempio riguarda la beata madre Teresa di Calcutta (1910-1997). Faceva parte all’inizio delle Suore di Loreto (un ramo dell’Istituto della Beata Vergine Maria);

– o di ritorni dallo stato sacerdotale o religioso a quello laicale;

– o di un passaggio da un ruolo dirigente laicale a una Famiglia Religiosa. Mi viene in mente Carlo Carretto (1910-1988). Nel 1952 lasciò il suo incarico di presidente della Gioventù Italiana di Azione Cattolica. Entrò poi nella congregazione religiosa dei Piccoli Fratelli di Gesù fondata da Charles de Foucauld (1858-1916).

Questi riferimenti aiutano, in qualche modo, a evitare nel nostro colloquio l’inutile sensazionalismo. L’immotivato particolarismo. Il gossip d’occasione…

 

MAFERA: Dopo questa premessa, ci sono degli input – comunque – da tener conto?

Sì, certamente. Sono diversi. Con varie caratteristiche. Mi viene in mente il saggio dell’ex-numerario Alberto Moncada (2005). Riguarda alcune realtà di sofferenza tra i membri dell’Opus (frustrazioni, depressioni). Include il riferimento a fatti dolorosi (suicidi o tentativi di suicidio). C’è anche il libro del giornalista e saggista Ferruccio Pinotti (2006). Vi sono contenute testimonianze. Un altro volume è stato scritto dall’ex-numeraria Emanuela Provera (2009). Anche quest’opera riporta testimonianze. C’è poi il lavoro di un ex-numerario spagnolo. Si tratta di E.B.E., El Opus Dei como revelación divina. Análisis de su teología y las consecuencias en su historia y en las personas (2012). Nel 2014 è uscito un volume di un ex-numerario: Antonio Esquivias (El Opus Dei: el cielo en una jaula).

 

MAFERA: Altri possibili input?

Esistono diverse iniziative. All’interno delle quali lo studioso trova documentazione. Si può citare:

– il Opus Dei Awareness Network (O.D.A.N.). Fondato nel 1991 (http://www.odan.org/). Nel sito ci sono testimonianze (http://www.odan.org/testimonies_and_writings.htm);

– la lettera inviata a Benedetto XVI da un gruppo di ex-numerari, datata 24 ottobre 2005 (http://www.opuslibros.org/libros/oraculo/liberta_it.htm);

– il FORUM riservato agli ex-numerari online. Fornì la base per la stesura del libro Dentro l’Opus Dei;

– il sito di Opuslivre (Brasile). Ha anche presentato il libro Opus Dei – Os bastidores (Dietro le quinte). È stato scritto da tre ex-membri della Prelatura. Si tratta del professore ordinario di Filosofia e Storia dell’Università di São Paulo Jean Lauand, del giudice Marcio Fernandes da Silva, e del cardiologo Dario Fortes Ferreira.

il sito: http://www.opuslibros.org/ (Spagna).

 

MAFERA: Opuslibros?

Sì. In quest’ultima iniziativa riveste un ruolo significativo la coordinatrice (ex-numeraria) Agustina López de los Mozos Muñoz.

Oltre a lei, sono indicati molteplici ex-numerari ed ex-numerarie: Carmen Charo Pérez de San Román, Elena Longo, Mercedes Cortés Cortés, Isabel Nath (de soltera, Isabel Sala), Ana Azanza, Pedro Martínez Gadea, Gustavo Ramirez Calderon, Anna María Calzada Jiménez, Flavia Dezzutto, Jacinto Choza, Federica Raimondi, Paulo Andrade, Heidi Berger, Amina Mazzali, Nicanor Wong, Eva Siciliano, Ann Schweninger …

 

MAFERA: Qual’è la situazione di chi esce dall’Opus?

Evidentemente, una persona che decide di uscire dalla Prelatura, specie se ha rivestito dei ruoli di responsabilità, può avere delle difficoltà. Deve affrontare una realtà “nuova”. Costruire un diverso percorso esistenziale. Riabituarsi ad alcune dinamiche relazionali. Possono pesare sulle spalle delle ore dolorose. Può esistere una sofferenza che rende problematici i primi collegamenti con l’esterno. Nella lettura del proprio vissuto l’ex-numerario può dare maggior risalto a memorie non serene…

 

MAFERA: Quali sono i dati più significativi che emergono dai suoi studi?

Mi sembra che esistano due serie di dati. Da una parte, alcuni ex-numerari tendono a ripercorrere una propria storia per circoscrivere i fatti non positivi e per farli conoscere. C’è, quindi, la necessità di esternare un qualcosa che è difficile da cancellare.

Dall’altra, mi sembra che si individui in alcuni di loro lo sforzo di non disperdere, di non vanificare un proprio vissuto. Ricco comunque di esperienze. Di tradurlo “in positivo”. Con proposte da far circolare nella Chiesa e nella stessa Opus…

 

MAFERA: Qui si colloca la sua ricerca…

Sì. Ho cercato di approfondire la seconda serie di dati. Perché, nel disegno di Dio, tutto può essere grazia.

 

MAFERA: Lei desidera restare sul versante di una linea costruttiva, propositiva. Le chiedo, però, almeno un cenno sulla prima serie di dati: le situazioni difficili.

Sono diversi gli aspetti riportati nelle testimonianze degli ex-numerari. Occorre leggerli con calma. Con attenzione. Senza schemi mentali predefiniti. Perché, in genere, non si conoscono (o si conoscono parzialmente) le reali situazioni interne. Sarebbe necessario dialogare con molte persone (tra loro molto diverse). Questo non è facile. E non è possibile quando si tratta di interlocutori di più Paesi. Inoltre, è importante (e corretto) tener conto delle voci che provengono da coloro che continuano a operare all’interno dell’Opus. Ciò premesso, ci sono alcune evidenze.

 

MAFERA: Qualche esempio…

Alcuni aspetti sembrano affiorare con una relativa frequenza: una tendenza al proselitismo accentuato (con un resoconto continuo al proprio direttore sulle persone che si cerca di convincere, sulle difficoltà incontrate, sui risultati, sulla condizione economica delle persone avvicinate…); un allontanamento dalla famiglia di origine. Si realizza un depauperamento delle relazioni famigliari. Molti genitori si sono lamentati con autorità ecclesiastiche; l’uso di metodi che producono un’alienazione della personalità. Nel soggetto sono svalorizzate alcune capacità.

Altre indicazioni riguardano: il verificarsi di situazioni di isolamento sociale e affettivo (la persona opera in un ambiente ove di fatto le relazioni con l’esterno sono decisamente monitorate); una formazione all’infantilismo e alla dipendenza dai direttori; un controllo della cultura e dell’informazione per forgiare la  vulnerabilità psicologica; un obbligo rigoroso del segreto. Parlare all’esterno di realtà interne può essere peccato grave; una prevalenza della norma sullo spirito (applicazione delle regole scritte e non scritte prima di tutto); un formalismo che talvolta va sopra le righe; l’abitudine all’uso di arredamenti costosi…

 

MAFERA: Sono dati “forti”. Ne esistono altri?

Alcuni ex-numerari riferiscono di una manipolazione delle coscienze, di un lavoro non retribuito, evidenziano l’espropriazione dei beni dei numerari, indicano la rigida applicazione di regolamenti interni segreti, si richiamano in più casi alle pratiche di mortificazione corporale….

 

MAFERA: Un cenno alla mortificazione corporale…

In alcuni report di persone che hanno lasciato l’Opus si evidenzia un concetto. Mortificazione corporale significa negare al proprio corpo il rispetto che merita.            Dominare con “l’io superiore” la propria zona d’ombra, per respingerla, comprimerla, rifiutarla. Mortificare il corpo è provare sete, fame, sonno, stanchezza, malattia, dolore fisico e scomodità, senza cercare immediatamente un sollievo. La mortificazione include anche l’uso del cilicio, della disciplina, la decisione di dormire su un’asse di legno invece che sul materasso, la scelta di fare la doccia fredda…

 

MAFERA: Chi esce, quindi, non dimentica…

Preferirei dire: “chi esce soffre”. Colpisce infatti un dato. Negli ex-numerari non scolora, in genere, una fedeltà alla Chiesa, una sequela Christi… Tale aspetto lo si individua quando dalle varie “analisi”, dai confronti “terapeutici”, dai programmi dei gruppi di auto-aiuto, si passa ad affermazioni che propongono, indicano soluzioni, suggeriscono nuovi metodi. A volte certe frasi possono sembrare non precise. Non chiare. Emotive. Riscontrabili solo in certi contesti e non in altri. Ma sono comunque voci da ascoltare.

 

MAFERA: Prof. Guiducci, può fare degli esempi…

Mi sembra che gli ex-numerari esprimano soprattutto una serie di sollecitazioni. Ad esempio, quella di scoprire spontaneamente (senza “programmazioni” interne) le molte occasioni della vita per parlare di Dio attraverso le persone che sono vicine, con gli amici, talvolta con soggetti  che non si conoscono. Si insiste sul fatto che è sufficiente una vita “normale“, immersa nelle realtà temporali, per trovare le occasioni di sacrificio; non serve cercare il castigo del corpo con strumenti specifici che rischiano di produrre effetti negativi, specie sulla personalità di persone giovani.

 

MAFERA: Altri esempi…

Si afferma che occorre trovare quel Gesù storico del Vangelo che non condanna ma perdona. Che non chiude, ma apre ad una libertà interiore. Profonda e impegnativa al tempo stesso. È importante, inoltre, non insistere su un continuo ricorso al sacramento della riconciliazione (situazioni di angoscia, di scrupolo, di incertezza). Occorre, poi, vivere in pieno la realtà ecclesiale, partecipare realmente al cammino della propria diocesi, con tutti i problemi e le povertà umane che esprime e genera. È necessario imparare ad avere fiducia nella capacità dell’uomo di aderire liberamente ad un Dio che salva…

 

 

 

MAFERA: Sulla formazione…

Alcuni ex-numerari hanno scritto che la formazione non deve consistere in un travaso di prescrizioni ascetiche, dottrinali, apostoliche, nella mente e nel cuore delle persone, come se queste fossero incapaci di elaborare un’interazione con Dio, un rapporto religioso. Creatività, ingegno, intelligenza devono avere la possibilità di esprimersi in pienezza. Nessuno deve sparire nel “pensiero unico” propinato come “spirito dell’Opera”, santo, perenne e voluto da Dio.

 

MAFERA: Emergono altre sollecitazioni?

Sì. Ne ricordo alcune. Occorre superare: alcuni sistemi di controllo interno (confidenza o “colloquio fraterno” con i direttori dell’Opera); le “manifestazioni di coscienza”; taluni atti censori (anche sui quotidiani che si leggono nei centri dell’Opera). È necessaria una separazione tra direzione spirituale personale e azione di governo. Bisogna dare spazio a una vera trasparenza; far conoscere all’esterno tutte le norme che riguardano l’Opera, anche le norme interne segrete. Si suggerisce di cancellare la prassi di assegnare a un numerario il ruolo di “padre spirituale” di un laico che si avvicina all’Opera.

 

MAFERA: Prof. Guiducci, Lei conosce personalmente degli ex-numerari?

Sì.

 

MAFERA: Quali proposte suggeriscono per modificare la vita dell’Opus?

In un messaggio on-line del 18 gennaio 2015, sono stato informato di quanto segue: “(…) Le proposte maturate dagli ex numerari nel corso degli anni, mano a mano che si prendeva coscienza degli abusi sistematici ma anche della violazione di norme ecclesiastiche e civili, riguardano innanzitutto la revisione degli Statuti, ossia delle Costituzioni approvate nel 1982 da Giovanni Paolo II (…)”.

 

MAFERA: Prof. Guiducci, nei suoi decenni di apostolato, ove ha svolto (e svolge) compiti di responsabilità, ha avuto modo di interagire con numerari dell’Opus?

Sì, certamente. Anche con soprannumerari. Pure con persone vicine all’Opera senza impegni vincolanti. A Roma e a Palermo. Con alcuni numerari ho lavorato – fianco a fianco – sul piano scientifico (preparazione di volumi, articoli, conferenze, atti accademici…). Con altri, ho avuto modo di parlare di varie tematiche. Specie di quelle educative (penso alla bravissima professoressa Mirella Rossi). Di pranzare e cenare insieme. Non sono state comunque affrontate realtà interne alla Prelatura. Ho anche scritto articoli sulla spiritualità del fondatore (era molto devoto a san Giuseppe). Tra i sacerdoti dell’Opus ho una particolare ammirazione per don Mariano Fazio. Era il rettore dell’università della Santa Croce. Poi è stato destinato all’Argentina. Mi piacerebbe un giorno rivederlo.

 

MAFERA: Da questa sua esperienza complessiva, di studioso e di amico di membri dell’Opera, può trarre qualche idea per concludere il nostro dialogo?

Penso che dobbiamo lasciare a ogni espressione ecclesiale (specie se giovane) il tempo per crescere. Per approfondire sempre meglio l’identità e il proprio servizio nella comunità. Nella storia della Chiesa tale esigenza ha riguardato anche i preti-operai, i focolarini, i neo-catecumenali, le comunità di base, ecc..

Articoli polemici, libri che gettano in alcuni casi del fango, scritti venati di sospetti, di eccessi, non aiutano certamente a facilitare dei rinnovamenti nella continuità. Testi polemici che usano anche espressioni violente acuiscono i problemi, distruggono la comunione ecclesiale, provocano confusione, incertezza, disinformazione. A questo punto, invece di partecipare alla costruzione di una comunione ecclesiale, si arriva a distruggere, a demolire.

 

MAFERA: Sono d’accordo…

Permane anche il rischio di dimenticare il lavoro apostolico che è stato realizzato in molteplici Paesi del mondo. E che continua ad essere promosso dalla Prelatura. Penso alle università, ai collegi universitari, ai seminari, ai centri di formazione (professionale, in particolare), ai policlinici, alle parrocchie, alle attività di formazione spirituale e dottrinale, ai club, alle residenze, ai centri vari, alle testimonianze rese nei luoghi più difficili e disagiati… Penso alla santità di Escrivá ma anche a quella di Álvaro Del Portillo y Diez de Sollano (beato, 1914-1994) e di tanti altri.

 

MAFERA: Qualche altra indicazione…

Mi sembra utile – anche all’interno dell’Opera – la costante verifica, in questo tempo che ci dona il Signore, dello slancio apostolico. Le forme di questo slancio. I metodi operativi. Il sistema organizzativo. I criteri che stanno alla base di alcune prassi. I rapporti con le altre espressioni ecclesiali.

 

MAFERA: Il riferimento è all’Opera…

Sì. È certamente importante conservare lo spirito fondazionale. Unitamente a ciò, ci potrebbero essere delle realtà da migliorare. Per arricchire la comunione. Rispettare le specifiche personalità. Rendere più chiaro l’aspetto laicale. Alimentare la vivacità relazionale. È un impegno, comunque, che riguarda tutte le espressioni ecclesiali. Dall’Ordinariato Militare alla comunità di Sant’Egidio, dalle confraternite agli Ordini religiosi. Non è quindi un discorso che vale solo per l’Opus.

 

MAFERA: Mi sembra un orientamento concreto…

A volte, con dei piccoli passi, si può facilitare una feconda interazione con i tanti volti della carità, della missionarietà, dell’eroismo, presenti in tutta la Chiesa. Si arriva così a confermare in ginocchio un fiat. Che il sacerdote eleverà ogni giorno dall’altare. E che offrirà all’unico Redentore del mondo.

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