Il voltarsi indietro della moglie di Lot e invece il cammino in avanti di Maria

Il voltarsi indietro della moglie di Lot ci fa comprendere la forza devastante e distruttiva del rimpianto.

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Tutti conoscono l’episodio della Bibbia in cui il nipote di Abramo, Lot, fugge da Sodoma e Gomorra obbedendo all’ordine di non voltarsi indietro. “Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse …Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle, fuggi nelle montagne, per non essere travolto…. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale”. Perché nella Bibbia si fa riferimento al sale? Questo prezioso elemento era ritenuto simbolo di purificazione e infatti in molti passi del Vecchio Testamento viene citato nei riti catartici “Il Signore disse …Io rendo pura quest’acqua ; non procurerà né morte né sterilità , come aveva detto Eliseo, quell’acqua divenne pura e lo è ancora oggi” (II Re 2,19-22). Ma se il sale è simbolo di conservazione, è anche simbolo di distruzione per la sua attività corrosiva. La forza pedagogica dei racconti dei racconti biblici è qui più che mai rappresentata. Il voltarsi indietro della moglie di Lot ci fa comprendere la forza devastante e distruttiva del rimpianto. Spesso infatti tutti noi facciamo esperienza di restare legati al nostro passato non riuscendo a buttare dietro le nostre spalle ciò che dovremmo immediatamente abbandonare. E facendo ciò ci paralizziamo e non ci proiettiamo verso un possibile roseo futuro. Non bisogna fermarsi nella valle, come dice l’angelo e cioè sprofondarsi e chiudersi in se stessi dove si può essere sommersi dall’altrui distruttività. Piuttosto bisogna seguire il consiglio angelico “ fuggi nelle montagne per non essere travolto”. Fuggire nelle montagne significa fare un cammino verso l’alto (moto anagogico) cioè un cammino di spiritualità che ci porta a distaccarci dall’attaccamento alle cose e alle persone. La morale del racconto è quella per cui dal passato si può imparare attraversando la sofferenza e utilizzandola al positivo. Lot e i suoi figli non si voltano e camminano verso la montagna. La moglie di Lot invece non lo fa e cioè si autopunisce. In lei opera una forza negativa di rimozione e negazione del passato. Non riesce ad elaborarlo e superarlo e non riesce soprattutto ad avere una sufficiente dose di consapevolezza per passare oltre. Rimane ancorata a certi meccanismi di difesa oppure a certi comportamenti relazionali distruttivi. Inoltre si può verificare anche un’altra conseguenza negativa legata al “voltarsi indietro”. Spesso per fuggire dal passato a tutti i costi ci si incastra con un’altra situazione negativa. A volte si rimane legati ad un’immagine infantile di sé, di bambino ferito incapace di sopportare i rifiuti, gli errori e i fallimenti personali. Anche il nostro tipo di educazione ci porta ad essere intolleranti verso noi stessi e la nostra e altrui fragilità. Quindi si crea un circolo vizioso : più soffriamo e più siamo vulnerabili verso paure e ansie. E più abbiamo paura e più soffriamo. E cosi via. Questa è la “logica” del controllo dell’ansia. Come la moglie di Lot voleva curiosamente “controllare” ciò che accadeva a Sodoma e cioè scandagliare eccessivamente il suo inconscio e in particolare le sue paure, più si pietrificava. Bisognava che rivolgesse la sua attenzione verso l’alto (la montagna) e verso l’Altro da sé (Dio). Il controllo infatti porta soltanto alla repressione della sensibilità trasformandoci in bambini crudeli e insensibili. Il modo migliore per curare le ferite,la moglie di Lot lo avrebbe dovuto trovare nella comprensione e nella compassione per i suoi errori e per la sua vita passata. Solo così si può ottenere la consapevolezza della forza e della dignità che è in ciascuno di noi e riscoprire il nostro vero centro, quello più autentico, dove dimora la nostra anima. Ed ecco invece Maria, contrariamente al comportamento della moglie di Lot, ci insegna come camminare in avanti senza voltarsi indietro e con grande coraggio raggiungere le mete indicate dall’ispirazione e obbedienza divina. Lasciamo alla penna del grande Tonino Bello un piccolo assaggio del suo modo di camminare per le strade del mondo. “Se personaggi del Vangelo avessero avuto una specie di contachilometri incorporato, penso che la classifica dei più infaticabili camminatori l’avrebbe vinta Maria. Gesù a parte, naturalmente. Ma si sa, egli si era identificato a tal punto con la strada, che un giorno ai discepoli da lui invitati a mettersi alla sua sequela confidò addirittura: «Io sono la via».La via. Non un viandante! Siccome allora Gesù è fuori concorso, a capeggiare la graduatoria delle peregrinazioni evangeliche è indiscutibilmente lei: Maria!La troviamo sempre in cammino, da un punto all’ altro della Palestina, con uno sconfinamento fin anca all’estero. Viaggio di andata e ritorno da Nazaret verso i monti di Giuda, per trovare la cugina, con quella specie di supplemento rapido menzionato da Luca il quale ci assicura che «raggiunse in fretta la città». Viaggio fino a Betlem. Di qui, a Gerusalemme per la presentazione al tempio. Espatrio clandestino in Egitto. Ritorno guardingo in Giudea col foglio di via rilasciato dall’ Angelo del Signore, e poi di nuovo a Nazaret. Pellegrinaggio verso Gerusalemme con lo sconto comitiva e raddoppio del percorso con escursione per la città alla ricerca di Gesù. Tra la folla, ad incontrare lui errante per i villaggi di Galilea, forse con la mezza idea di farlo ritirare a casa. Finalmente, sui sentieri del Calvario, ai piedi della croce, dove la meraviglia espressa da Giovanni con la parola stabat, più che la pietrificazione del dolore per una corsa fallita, esprime l’immobilità statuaria di chi attende sul podio il premio della vittoria. Icona del «cammina cammina», la troviamo seduta solo al banchetto del primo miracolo. Seduta, ma non ferma. Non sa rimanersene quieta. Non corre col corpo, ma precorre con l’anima. E se non va lei verso l’ora di Gesù, fa venire quell’ora verso di lei, spostandone indietro le lancette, finché la gioia pasquale non irrompe sulla mensa degli uomini. Sempre in cammino. E per giunta, in salita. Da quando si mise in viaggio «verso la montagna», fino al giorno del Golgota, anzi fino al crepuscolo dell’ Ascensione quando salì anche lei con gli apostoli «al piano superiore»in attesa dello Spirito, i suoi passi sono sempre scanditi dall’affanno delle alture. Avrà fatto anche le discese, e Giovanni ne ricorda una quando dice che Gesù, dopo le nozze di Cana, «discese a Cafarnao insieme con sua madre». Ma l’insistenza con cui il Vangelo accompagna con il verbo “salire” i suoi viaggi a Gerusalemme, più che alludere all’ ansimare del petto o al gonfiore dei piedi, sta a dire che la peregrinazione terrena di Maria simbolizza tutta la fatica di un esigente itinerario spirituale. Santa Maria, donna della strada, come vorremmo somigliarti nelle nostre corse trafelate, ma non abbiamo traguardi. Siamo pellegrini come te, ma senza santuari verso cui andare. Siamo più veloci di te, ma il deserto ingoia i nostri passi. Camminiamo sull’ asfalto, ma il bitume cancella le nostre orme. Forzàti del “cammina cammina”, ci manca nella bisaccia di vi andanti la cartina stradale che dia senso alle nostre itineranze. E con tutti i raccordi anulari che abbiamo a disposizione, la nostra vita non si raccorda con nessuno svincolo costruttivo, le ruote girano a vuoto sugli anelli dell’ assurdo, e ci ritroviamo inesorabilmente a contemplare gli stessi panorami. Donaci, ti preghiamo, il gusto della vita. Facci assaporare l’ebbrezza delle cose. Offri risposte materne alle domande di significato circa il nostro interminabile andare. E se sotto i nostri pneumatici violenti, come un tempo sotto i tuoi piedi nudi, non spuntano più i fiori, fa’ che rallentiamo almeno le nostre frenetiche corse per goderne il profumo e ammirarne la bellezza. Santa Maria, donna della strada, fa’ che i nostri sentieri siano, come lo furono i tuoi, strumento di comunicazione con la gente, e non nastri isolanti entro cui assicuriamo la nostra aristocratica solitudine. Liberaci dall’ansia della metropoli e donaci l’impazienza di Dio. L’impazienza di Dio ci fa allungare il passo per raggiungere i compagni di strada. L’ansia della metropoli, invece, ci rende specialisti del sorpasso. Ci fa guadagnare tempo, ma ci fa perdere il fratello che cammina accanto a noi. Ci mette nelle vene la frenesia della velocità, ma svuota di tenerezza i nostri giorni. Ci fa premere sull’ acceleratore, ma non dona alla nostra fretta, come alla tua, sapori di carità. Comprime nelle sigle perfino i sentimenti, ma ci priva della gioia di quelle relazioni corte che, per essere veramente umane, hanno bisogno del gaudio di cento parole. Santa Maria, donna della strada, «segno di sicura speranza e di consolazione per il peregrinante popolo di Dio», facci capire come, più che sulle mappe della geografia, dobbiamo cercare sulle tavole della storia le carovaniere dei nostri pellegrinaggi. È su questi itinerari che crescerà la nostra fede. Prendici per mano e facci scorgere la presenza sacramentale di Dio sotto il filo dei giorni, negli accadimenti del tempo, nel volgere delle stagioni umane, nei tramonti delle onnipotenze terrene, nei crepuscoli mattinali di popoli nuovi, nelle attese di solidarietà che si colgono nell’ aria. Verso questi santuari dirigi i nostri passi. Per scorgere sulle sabbie dell’ effimero le orme dell’eterno. Restituisci sapori di ricerca interiore alla nostra inquietudine di turisti senza meta. Se ci vedi allo sbando, sul ciglio della strada, fermati, Samaritana dolcissima, per versare sulle nostre ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza. E poi rimettici in carreggiata. Dalle nebbie di questa “valle di lacrime”, in cui si consumano le nostre afflizioni, facci volgere gli occhi verso i monti da dove verrà l’aiuto. E allora sulle nostre strade fiorirà l’esultanza del Magnificat. Come avvenne in quella lontana primavera, sulle alture della Giudea, quando ci salisti tu.” Ecco il racconto del nostro prossimo santo, Tonino Bello, sul cammino di Maria fra noi e su come questo cammino continua.

 

Carlo Mafera

 

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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