La Bibbia e l’Europa

In occasione del prossimo viaggio di Sua Santità  Papa Francesco in Turchia, pubblichiamo un interessante riflessione del Cardinal Martini sempre per riscoprire il pensiero di uno dei più grandi conoscitori della Parola di Dio . Ecco un Suo intervento ai Camaldoli nel luglio del 2002 dove metteva in relazione la Bibbia con la formazione e la crescita dei popoli europei. E’ un patrimonio, quello della testimonianza della carità intellettuale del compianto arcivescovo di Milano, che non deve andare perduto.

Sono lieto di poter intervenire a questo incontro di studio di Camaldoli, che rappresenta uno dei pochi luoghi e momenti di riflessione del nostro tempo in cui ci si sforza di ripensare in maniera aperta e senza pregiudizi il tema dell’agire politico nel contesto europeo e mondiale con un rigoroso riferimento alla Parola di Dio.

Il mio intervento vuole sottolineare appunto una delle premesse fondamentali per questo ripensamento. Esso si riallaccia a un «sogno» che avevo espresso durante il secondo Sinodo dei vescovi europei: il sogno cioè che attraverso una familiarità sempre più grande degli uomini e delle donne europee con la sacra Scrittura, letta e pregata da soli, nei gruppi e nelle comunità, si ravvivasse quella esperienza del fuoco nel cuore che fecero i due discepoli sulla strada di Emmaus (cf. Lc 24,32). E aggiungevo che, anche per la mia esperienza, mi sentivo certo che la Bibbia letta e pregata, in particolare dai giovani, sarebbe stata il libro del futuro del continente europeo.

Riprendo ora questo tema partendo anzitutto da un’icona biblica, quella descritta da libro degli Atti degli Apostoli al capitolo 16,6-9. Suona così: «Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, attraversata la Misia, discesero a Troade. Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”. Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore».

Il brano è anzitutto caratterizzato da un accumulo di nomi geografici, di regioni dell’Asia Minore, che vogliono dare un’idea generale dello svolgimento della seconda missione di Paolo, quella iniziata subito dopo il concilio di Gerusalemme (At 15,36). Non è facile orientarsi in tale elenco di regioni dell’Asia. La direzione di marcia di Paolo è in ogni caso verso Ovest, con varie digressioni. Ma il tutto è raccontato con estrema rapidità per farci arrivare a ciò che sta a cuore al narratore: il passaggio della Parola in Europa.

Paolo ha la certezza che Dio lo sta guidando e, invece di lasciarsi prendere dall’impazienza o dalla frustrazione per quello zigzagare nelle province dell’Asia, intuisce che egli si trova di fronte a un disegno provvidenziale. Esso gli diventa chiaro quando a Troade, durante la notte, ha la visione di un macedone, che lo supplica: «passa in Macedonia e aiutaci».

È chiaro che questo macedone sta per un popolo, per una nazione, che chiede soccorso. Possiamo perciò dire che l’inizio dell’evangelizzazione dell’Europa da parte di Paolo viene presentato come l’attuazione di un disegno provvidenziale di salvezza. È Dio che ha guidato gli avvenimenti.

Probabilmente già altri cristiani erano arrivati a Roma o altrove. Tuttavia l’unico inizio dell’evangelizzazione dell’Europa che ci viene descritto solennemente è quello presentato qui in Atti 16,6-9. Da quel momento la parola di Dio sarà proclamata di regione in regione fino agli angoli più remoti del continente europeo e a seguito di ciò anche i libri delle sacre Scritture entreranno fortemente nella cultura e nella mentalità dei popoli europei.

Come nota uno studioso protestante contemporaneo (Giorgio Girardet, Bibbia perché, Claudiana, Torino 1993, 196) «è difficile sottovalutare il peso che la Bibbia ha avuto nella formazione e nell’elaborazione della civiltà occidentale, nella sua filosofia, nelle sue dottrine politiche, nell’etica e nella concezione del mondo: cioè per molti aspetti che rendono l’Occidente originale e diverso da altre culture e civiltà. Per oltre un millennio, dal IV ad almeno il XVII secolo, la Bibbia è stata il testo base della cultura sia religiosa sia secolare, dal quale si attingevano le verità da credere e spesso le norme da seguire e che, con la sua presenza nelle cattedrali, nei monasteri, nelle scuole e nella letteratura popolare, ispirava intellettuali, scrittori e artisti, influenzava la mentalità dei popoli europei e ne plasmava il linguaggio. Nata dall’incontro fra il mondo greco-romano e quello ebraico-biblico, la civiltà occidentale ha ricevuto dal primo i fondamenti della filosofia e delle arti, del diritto e della scienza; dal secondo le basi della religione e dell’etica, il senso della storia, la priorità della coscienza e un contributo originale alla laicità della politica. A questo si deve aggiungere un apporto della cultura ebraica post-biblica spesso indiretto e questo nonostante i suoi due millenni di esistenza come comunità perseguitata».

Dal canto suo Giovanni Paolo II ha affermato in molte occasioni che «la cultura europea non potrebbe essere compresa fuori dal riferimento al cristianesimo (…) Plasmata dalla parola di Dio, l’Europa ha svolto nella storia del mondo un ruolo unico, e la sua cultura ha fortemente contribuito al progresso dell’umanità. Il dinamismo della fede cristiana ha suscitato, nella cultura europea, una creatività straordinaria. La storia del mondo è ricca di civiltà scomparse, di culture brillanti il cui splendore si è da tempo estinto, mentre la cultura europea si è continuamente rinnovata e arricchita in un dialogo talvolta scomodo, spesso conflittuale, ma sempre fecondo con il Vangelo; questo stesso dialogo è fondamento della cultura europea» (Discorso al Simposio pre-sinodale su «Cristianesimo e cultura in Europa: memoria, coscienza, progetto», 31 ottobre 1991).

E ancora: «Della buona novella del Vangelo sono vissuti in Europa nel succedersi dei secoli, fino al giorno d’oggi, i nostri fratelli e le nostre sorelle. La ripetevano i muri delle chiese, delle abbazie, degli ospedali e delle università. La proclamavano i volumi, le sculture e i quadri, l’annunziavano le strofe poetiche e le opere dei compositori. Sul Vangelo venivano poste le fondamenta dell’unità spirituale dell’Europa» (Omelia per il millennio del martirio di sant’Adalberto, Gniezno, 3 giugno 1997).

Nella vita frammentata
Se questa è la storia del passato, a partire da qui noi ci chiediamo anzitutto in quale situazione si trovi oggi il cristianesimo in Europa e più in generale quali siano le condizioni spirituali del continente europeo. Il tema ci porterebbe lontano, ma voglio solo accennare ad alcune caratteristiche tipiche del cristianesimo nel nostro continente oggi. Parlando di cristianesimo mi riferisco qui in generale a tutte le Chiese cristiane presenti in Europa, prescindendo per il momento dal problema ecumenico. Alcuni problemi esistenziali sono infatti comuni in Europa un po’ a tutte le confessioni. Sottolineo tra i molti i quattro seguenti.

Il primo potrebbe essere descritto come la frammentazione o la parcellizzazione della vita. Essa è causata dalle diversità tra luogo di residenza, luogo di studio, luogo di lavoro, luogo di svago, con una conseguente dispersione degli orari familiari, come pure dalla molteplicità delle appartenenze. Si appartiene insieme alla Chiesa e alla squadra di calcio, al partito e al sindacato, alla categoria lavorativa e alla categoria sociale, al gruppo di volontariato e alla compagnia del tempo libero: ma spesso non si appartiene in profondità a nessuno di questi ambiti e si vive in una grande e solitaria soggettività. Vi sono dunque all’apparenza esterna molteplici appartenenze, ma molte di esse sono sbiadite e parecchie sono anche in contrasto tra loro.

In Europa sono sempre meno i luoghi dove si conduce un tipo di vita contrassegnato dalla stabilità e dall’omogeneità delle relazioni. Tale frammentazione opera una divisione nella vita che la rende più faticosa. Per questo la gente è sempre più nervosa, stanca, divorata dalla fretta, bisognosa di stimoli e di eccitazioni crescenti. Basta considerare la differenza esistente tra la concezione del tempo quotidiano in Europa e la concezione del tempo in Africa o in altri paesi del terzo mondo.

In secondo luogo il cristiano europeo vive convivenze logoranti e dirompenti. Designo con questa espressione la contiguità, nel mondo europeo, di ambienti vitali improntati ancora alla fede e ambienti vitali segnati da laicismo e indifferentismo. Per cui un cristiano dei nostri tempi può vivere magari per qualche ora alla settimana in un ambiente di tradizione religiosa ancora sentita e per tante altre ore in ambienti professionali o pubblici nei quali il nome di Dio è assente, la fede non influisce per nulla sulla vita e prevalgono modelli pratici di azione difformi dal Vangelo. La comunicazione di massa riflette per lo più l’ambito dell’indifferentismo e dell’agnosticismo. Così il credente vive la grossa fatica di passare, magari più volte al giorno, dall’uno all’altro ambito, ciò che determina un crescente logoramento religioso e spirituale.

Come è stato ripetuto più volte nei simposi dei vescovi europei, l’Europa non si può ritenere del tutto secolarizzata. Specialmente in alcune regioni permangono ambiti e luoghi vitali con residui più o meno importanti di cristianesimo. Tuttavia viviamo un po’ tutti in una mistura di ambiti che confondono e smarriscono molte persone. C’è poi da dire che la parrocchia tradizionale perlopiù non è stata abituata a preparare i suoi fedeli al passaggio continuo da un ambito all’altro.

Una terza caratteristica è rappresentata da appartenenze parziali, soggettivismo ed ecletticismo. A proposito di questa, mi permetto di richiamare un’inchiesta sui valori europei che è stata aggiornata periodicamente in questi anni. Vi si propone una divisione tipologica secondo diverse categorie di persone rispetto al loro legame con una Chiesa. Utilizzo un’immagine che a mio avviso illustra il senso dell’inchiesta: l’immagine dell’albero. Ci sono i cristiani della linfa, i cosiddetti impegnati, coloro che partecipano abbastanza da vicino alle iniziative della parrocchia. Ci sono i cristiani del midollo, che frequentano la messa con qualche regolarità, che contribuiscono magari economicamente alle necessità della Chiesa, però non collaborano direttamente alla costruzione della comunità. Ci sono poi i cristiani della corteccia, che vivono marginalmente rispetto alla comunità cristiana. In numero crescente ci sono gli allontanati della prima generazione, cioè coloro che sono stati educati cristianamente ma da tempo hanno abbandonato la Chiesa. Ci sono infine i lontani della seconda generazione, pure in crescendo, che non sono stati educati cristianamente, non hanno mai avuto alcun contatto serio con la Chiesa e perlopiù non sono neppure battezzati.

È interessante notare che la percentuale delle diverse categorie è assai diversa da nazione a nazione. In Italia per esempio i cristiani della linfa sono calcolati all’8%, i cristiani del midollo al 44%, quelli della corteccia al 33%. In Francia i cristiani della linfa sarebbero il 7%, i cristiani del midollo il 12%, quelli della corteccia il 45%, mentre il fenomeno dei lontani di seconda generazione, per ora poco presenti in Italia, caratterizza la Francia in misura assai maggiore. Ovviamente tali statistiche hanno valore relativo. Ma è chiaro che in Europa convivono tipologie religiose diversissime, da cui derivano forme di appartenenza spesso soltanto parziale alla Chiesa o di adesione parziale alla stessa fede, con un crescente ecletticismo e soggettivismo in campo religioso.

Un quarto aspetto è di origine più recente. Esso non riguarda soltanto il dialogo ecumenico, che in Europa ha segnato in questi ultimi decenni grandi progressi ed è uno dei fattori che contribuiscono al risveglio spirituale dell’Europa e alla capacità di dialogo a livello europeo e mondiale, ma si riferisce al fatto nuovo della presenza in Europa di un numero sempre più grande di seguaci di altre religioni, soprattutto musulmani. Il problema della capacità di convivenza, del dialogo reciproco, della collaborazione e del rispetto per le varie religioni, della ricerca di valori comuni si pone dunque sempre più fortemente, se vogliamo evitare o la ghettizzazione di questi gruppi o lo scontro di religioni e di civiltà. Ci si domanda dunque che cosa sono chiamati a fare i cristiani rispetto a questa situazione.

Giovanni Paolo II afferma a questo proposito: «Oggi, dinanzi alla moltiplicazione di correnti intellettuali, alla diversità di concezione della vocazione dell’uomo e anche alle delusioni di innumerevoli contemporanei, è importante che il dialogo prosegua nella chiarezza e nel mutuo rispetto tra i discepoli di Cristo e i loro fratelli e sorelle di altre convinzioni» (Discorso al Simposio presinodale, 31 ottobre 1991). E ancora: «Il traguardo di un’autentica unità del continente europeo è ancora lontano. Non ci sarà l’unità dell’Europa fino a quando essa non si fonderà nell’unità dello spirito» (Omelia a Gniezno, 3 giugno 1997).

È dunque importante suscitare nei fedeli una profonda unità interiore di vita, convinzioni radicate, una coerenza tra fede pensata e fede vissuta e insieme una capacità di apertura, di dialogo, di valorizzazione dell’altro che permetta di guardare al futuro come a un futuro di pace e di collaborazione. Si pone dunque la domanda: come aiutare i nostri fedeli in questo cammino che appare sempre più arduo? Come educarli a vivere i loro valori e a esprimerli in maniera comprensibile ed efficace in un contesto così movimentato e difficile?

Il libro che educa
È in questo quadro che emerge il significato e l’importanza educativa della sacra Scrittura per il futuro del continente europeo. Una delle esperienze che maggiormente mi hanno accompagnato in questi anni non solo nei miei contatti con gli episcopati e le comunità cristiane europee ma anche nelle missioni pastorali svolte in tante altre parti del mondo è che la Bibbia può essere a buon diritto considerata come il grande libro educativo dell’umanità.

Lo è anzitutto come libro letterario, perché è un libro che crea un linguaggio comunicativo, narrativo e poetico di straordinaria efficacia e bellezza, un linguaggio che sta alla base di alcune almeno delle nostre lingue moderne europee, in particolare della lingua inglese e della lingua tedesca, nate insieme con le grandi traduzioni bibliche. Ma molte tracce dell’influsso del linguaggio biblico sono facilmente reperibili anche nella storia della nostra lingua italiana e di molte altre lingue parlate in Europa.

Ma la Bibbia è un grande libro educativo non solo come libro letterario, ma anche come libro sapienziale, che esprime la verità della condizione umana in una forma così efficace, così attraente, così incisiva che ogni persona umana, di qualunque continente e cultura, può sentirsi specchiata almeno in qualche parte di essa. Ne ho fatto l’esperienza anche in questi decenni predicando sul testo biblico in tanti continenti e a tante culture diverse del nostro pianeta.

La Bibbia è inoltre un grande libro educativo anche come libro narrativo, perché descrive le vicende di un popolo nell’ambito di altri popoli attraverso un cammino progressivo di liberazione, di presa di coscienza, di crescita di responsabilità del soggetto individuale, fornendo un paradigma storico valido per l’intera storia dell’umanità.

Ma la Bibbia è per i cristiani di tutte le confessioni un libro educativo in particolare perché libro dello Spirito Santo, che muove il cuore al vero e al bene, che descrive le condizioni del cammino umano verso l’autenticità intellettuale, morale e religiosa, che stimola ogni energia positiva e smaschera le trappole e gli infingimenti che ostacolano il raggiungimento della verità e della libertà della persona.

Essa è infine un grande libro educativo perché mette al centro Dio educatore, come ho cercato di descrivere in una delle mie lettere pastorali che porta appunto il titolo Dio educa il suo popolo (1987), dove richiamo le coordinate fondamentali del cammino che Dio ha fatto percorrere a Israele. Si tratta di un processo personale e insieme comunitario, graduale e progressivo, con momenti di rottura e salti di qualità, conflittuale, energico, progettuale e liberante, inserito nella storia, realizzato con l’aiuto di molteplici collaboratori, compiuto in maniera esemplare nella vita di Gesù, inserito nei cuori mediante l’azione dello Spirito Santo nell’uomo interiore (Programmi pastorali diocesani 1980-1990, EDB, Bologna 1990, 405-478). Questo processo è illuminante anche per ogni cammino educativo dei nostri tempi ed è capace di stimolare potentemente ogni attività di formazione non solo religiosa ma anche umana e civile, come pure una sana disponibilità al dialogo anche con altre culture e religioni.

Di qui nasce anche il mio auspicio per il futuro dell’Europa, auspicio che ho espresso nell’ultimo Sinodo europeo, che cioè la Bibbia divenga il libro del futuro dell’Europa e dell’intero pianeta.

Di fronte a Dio che parla
Ma come valorizzare in pratica questa potenza educativa della Bibbia e farla giungere alla gente semplice, alle grandi masse anche nelle nostre metropoli, aiutandole a superare le difficoltà sopra descritte della frammentazione della vita, delle convivenze dirompenti, delle difficoltà del dialogo interculturale e interreligioso?

Per quanto riguarda la mia esperienza pastorale, esprimo la seguente risposta: tra i mezzi che possono maggiormente aiutare i cristiani che vivono nel mondo contemporaneo a raggiungere quell’unità di vita e quella capacità di orientamento che è premessa a un vivere sociale costruttivo, v’è certamente l’esercizio paziente, metodico, tendenzialmente quotidiano della lectio divina.

Con il termine lectio divina intendo la capacità di mettersi di fronte una pagina della Scrittura per leggerla in spirito di fede e di preghiera, così da smascherare le insidie della mentalità contemporanea e giungere a leggere tutte le realtà secondo la mente e il cuore di Dio.

Mi rifaccio per questo all’ultimo capitolo (VI) della costituzione Dei Verbum del Vaticano II. In essa si raccomanda che tutti i fedeli abbiano accesso, anche diretto, alla sacra Scrittura; che la leggano frequentemente e volentieri; che imparino a pregare su di essa, per conoscere autenticamente Gesù Cristo.

Tale progetto è qualcosa di nuovo nella storia della Chiesa, perché suppone una situazione culturale non presente nei secoli precedenti. Anzitutto la capacità della massa della gente di leggere e di meditare; inoltre la disponibilità a essere educati a un esercizio personale di riflessione e di preghiera, al di là del semplice ascolto di una predica. Mentre in una condizione culturale più omogenea i segni del divino presenti nell’ambiente quotidiano insieme con la predicazione e la catechesi domenicale potevano apparire sufficienti per la formazione di cristiani adulti, oggi non è più così. Non a caso dunque il Concilio ha proposto la lectio divina tendenzialmente per tutti, almeno come meta pastorale da raggiungere.

Non entro nella metodologia della lectio, che è stata approfondita in questi anni e che supera l’ambito della mia esposizione. Mi preme tuttavia insistere sul fatto che non è lectio divina il solo prendere ogni tanto in mano, da soli o in piccoli gruppi, qualche pagina della Bibbia. La lectio è un esercizio ordinato, metodico, non casuale, fatto in un clima di silenzio di preghiera, con una lettura idealmente continua di tutta la Bibbia, secondo il modello che la liturgia ci propone nel triplice ciclo delle letture domenicali e nel duplice ciclo delle letture feriali. La lectio è dunque un atto che si compie nella Chiesa e in comunione con una Chiesa, ma con un’attivazione della soggettività orante e intelligente di ciascuno.

Essa non sostituisce né la catechesi né altre iniziative di insegnamento e di aggiornamento culturale che aiutano un cristiano a divenire adulto nella fede. Tuttavia la lectio fa qualcosa che i discorsi, le prediche le catechesi non possono sempre fare: pone cioè ciascuno con la sua coscienza e responsabilità di fronte a Dio che parla, che invita, che chiama, che consola o rimprovera, il tutto in un’atmosfera di preghiera e di dialogo, di umile richiesta di perdono, di domanda di luce, con la disposizione a lasciarci guidare dallo Spirito Santo per realizzare l’offerta della propria vita.

Voglio sottolineare che la lectio divina, così vissuta, propizia quella unità interiore, quella profondità di convinzioni, quella coerenza pratica di vita che contrasta con le forze di frammentazione operanti nella moderna società. È davvero un rimedio divino provvidenziale per il nostro tempo.

Le indicazioni del Vaticano II sull’accesso diretto alla Bibbia da parte dei fedeli non devono dunque essere disattese. Nel mondo occidentale ci troviamo in un contesto pubblico che prescinde da Dio, in cui il mistero di Dio è quasi assente nei segni esteriori della vita della società. Siamo minacciati da un’aridità interiore che rischia di soffocare le coscienze, di non lasciar più emergere nell’esperienza quotidiana il senso e il gusto del Dio vivente. Solo se alimentiamo la nostra fede con un contatto personale con la Parola, riusciremo a passare indenni attraverso il deserto spirituale della società contemporanea. Come si esprime Giovanni Paolo II, «più che mai l’Europa ha bisogno di ritrovare la sua identità spirituale, incomprensibile senza il cristianesimo (…) La ricostruzione dell’Europa esige dunque anzitutto questo sforzo per renderla nuovamente cosciente della sua identità tutta intera, della sua anima» (Discorso al Simposio sulla pastorale familiare in Europa, 26 novembre 1982).

Sono persuaso che il principio della lectio divina può ispirare tutta un’azione e un programma pastorale nelle grandi metropoli europee. Ci sono oggi molte premesse culturali e spirituali che possono far diventare la lectio parte di un programma organico. Essa può essere il luogo che suscita e vivifica iniziative valide per il cammino di una comunità cristiana.

Un atteggiamento dialogante
Vorrei da ultimo ancora ricordare l’importanza della familiarità dei cristiani con la Scrittura per affrontare il dialogo interreligioso e interculturale. Tutta la Scrittura è pervasa da questo dialogo, perché essa racconta la storia del popolo di Dio che è entrato via via in contatto con nuove culture e correnti di pensiero e in parte le ha assorbite, in parte ha operato su di esse un discernimento illuminante.

Un atteggiamento dialogante, rispettoso e insieme cosciente dei propri valori e delle proprie certezze è dunque quell’atteggiamento che la Scrittura promuove e che è tanto necessario per un dialogo fruttuoso in Europa con le altre religioni e con le altre culture. Vorrei anche sottolineare come, per esperienza personale, anche il dialogo con i non credenti, che ho proposto in questi anni a Milano con la cosiddetta «Cattedra dei non credenti» ci ha fatto comprendere che il terreno della Bibbia è quello di più facile confronto anche con coloro che non credono in Dio o che sono in qualche modo in ricerca.

Ritengo dunque che la sacra Scrittura sia davvero il libro del futuro dell’Europa. Se vogliamo costruire un’unità di popoli cosciente dei propri valori e capace di promuovere dialogo, giustizia e pace nel mondo intero possiamo con sicurezza rifarci a quel libro che rappresenta tanta parte nella storia dei popoli europei, a partire da quel momento in cui Paolo accolse la richiesta di aiuto del Macedone e venne in Europa a portare il messaggio del Vangelo.

Concluderò perciò con le parole del mio grande predecessore e vescovo europeo s. Ambrogio, che parlando della fortuna e della prosperità di una città, che le è assicurata anzitutto da una moltitudine di uomini giusti («Quam beata civitas, quae plurimos iustos habet!»), afferma: «Come dunque tutta la città è consolidata e resa più prospera dalla presenza di persone sagge o è rovinata dalla loro scomparsa, così un discorso austero e pieno di senile prudenza è in grado di rendere salda l’anima e ferma la mente di ciascuno. Se riusciamo inoltre a utilizzare copiosamente la lettura dei testi sacri, vero e proprio senato di numerosi insegnamenti e di buoni consigli, essa rende addirittura perpetua la stabilità di quella città che è nel cuore di ciascuno» (De Cain et Abel, II,3,12).

a cura di carlo mafera

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