IL CONCERTO E LA DANZA – FABIO PASQUALETTI – EDIZIONI SANPAOLO 2014 : ovvero la musica come luogo di incontro tra le generazioni

La ricerca di senso è il vero dramma del mondo giovanile. La psicoterapia esistenziale di Frankl e la antropologia filosofica di Buber potrebbero essere le risposte più valide per soddisfare tale esigenza . La musica è però un terreno dove si potrebbe costruire concretamente un dialogo tra i giovani e gli adulti. Riportiamo il pensiero di esperti, dello stesso autore in un suo precedente articolo e una possibilità di soluzione del problema che si è realizzata già un paio di anni fa a Firenze

Una premessa doverosa innanzi tutto -“Le crisi adolescenziali scatenano negli adulti un senso di smarrimento. L’esperienza di un Centro di consulenza psicopedagogica, alla cui base c’è l’impianto teorico della logoterapia e analisi esistenziale di Frankl, testimonia che occorre lavorare non solo con gli adolescenti, ma con gli adulti. Se essi, infatti, riprendono a credere e a sperare nella vita e nel futuro, i figli potranno sognare e impegnarsi per la realizzazione dei propri sogni”: è quanto afferma Alessandro Iannini, psicologo ed educatore del Centro di consulenza psicopedagogica SOS Ascolto Giovani al Borgo Ragazzi Don Bosco. Oggi molti giovani faticano a sviluppare un progetto di vita, vivono schiacciati sul presente, passando da un’esperienza frammentaria all’altra, senza riuscire a costruire un senso comune per la loro esistenza. In più, nella società moderna i giovani sono sempre di più oggetto e soggetto di un eccesso di consumo, e destinatari di una quantità di messaggi davvero preoccupante. Un ulteriore fattore di rischio è il crescente uso ed abuso di sostanze che creano dipendenza (fumo, alcool, cocaina, ecc.), a fronte di politiche preventive e informative inadeguate o inesistenti. “

“Vanno inoltre ricordate le difficoltà che molti ragazzi incontrano lungo il percorso scolastico: sono numerosi infatti i ragazzi che abbandonano la scuola precocemente, e molti di più coloro che, soprattutto nei primi anni delle scuole secondarie, vengono bocciati anche più di una volta, rischiando una precoce esclusione sociale. Infine, va ricordata, come evidenziato da ricerche e studi, la fragilità della famiglia e, accanto ad essa, la frammentazione della comunità locale. Sembrano infatti rarefatte se non scomparse le relazioni “di buon vicinato”, di mutuo aiuto, grazie alle quali i problemi del singolo venivano condivisi dalla comunità e questo contribuiva, se non a risolverli, quanto meno a renderli meno drammatici.”

Uno degli aspetti più drammatici che caratterizza il mondo giovanile è la carenza di un significato da dare alla propria vita . La mancanza di direzione – continua Iannini – produce mancanza di senso, un senso di vuoto difficilmente comunicabile a parole che viene percepito come disagio, malessere. Il “disagio esistenziale” di cui parla Frankl, che esprime la sensazione di disorientamento che stanno vivendo. Alcuni sembrano girare a vuoto per mesi e anni: fanno tante cose senza mai prendere posizione e decidersi su niente.”

“E il mondo degli adulti (genitori, insegnanti ed educatori) – conclude Alessandro Iannini – è anch’esso disorientato. Fa fatica a reggere il passo con i mutamenti repentini delle nuove tecnologie, cambia il modo di comunicare tra gli esseri umani e tra le generazioni. Inoltre gli adulti fanno fatica a prendere posizione rispetto ad aspetti cruciali dell’esistenza quali la famiglia, la vita umana, le diversità. Le crisi adolescenziali tipiche dell’età evolutiva, nella nostra società attuale, sono sempre più profonde e numerose e, quel che peggio, più difficilmente superabili per l’aumentata fragilità dei giovani e per la carente comunicazione con i genitori e/o con delle figure rappresentative.”

Purtroppo i giovani cercano di affrontare il percorso verso l’individuazione e la ricerca della propria identità ma si scontrano con adulti impreparati, che non hanno alcuna voglia di confrontarsi, alle prese con problemi personali e, spesso, ripiegati su se stessi. I giovani sembra non abbiano più fiducia nell’altro. E tale sfiducia ha dei risvolti molto gravi e autolesivi come: la violenza individuale o di gruppo, uso di sostanze stupefacenti, alcol, gare spericolate talvolta mortali e altri atteggiamenti che violano le più elementari norme di comportamento, peraltro puniti dalla legge.

Malauguratamente il disagio giovanile ha, nei casi estremi il peggiore degli esiti e cioè quello di spingere i giovani a togliersi la vita. Infatti secondo le statistiche dopo la Lombardia, la Sicilia è la regione italiana con il più alto numero di tentati suicidi giovanili, oltre 30 mila casi tra il 2004 e il 2005 che riguardano soggetti tra gli 11 e i 24 anni. Non ultimo quello che si è verificato a Roma il cui protagonista è stato un bambino di appena 10 anni.

In tali casi, è importante perciò saper individuare i segnali di disagio del ragazzo e comprendere se le sue intenzioni suicide sono vere o soltanto metaforiche. La crisi personale si scontra con quella della cultura e del mondo degli adulti, e ognuno di loro si trova nell’impossibilità a vivere la propria adolescenza, dal momento che la società non è più in grado di offrire il contesto protettivo e strutturante che questa crisi esige.

La ricerca estrema dell’attenzione è un altro elemento significativo. Il figlio infatti gioca la sua ultima carta per farsi comprendere, per lanciare un messaggio al genitore perché lo raccolga e perché così cambi qualcosa nella relazione. E’ questo il nocciolo della questione: l’aspetto centrale che c’è in ogni tentativo di suicidio, quando questo rimane tale e non va oltre il punto di non ritorno. La psichiatria contemporanea si sforza di far capire ai genitori non tanto perché il ragazzo abbia tentato il suicidio quanto chi era il destinatario di quel tipo di messaggio. Quindi la prevenzione più efficace per questi eventi drammatici nell’ambito familiare è quella di migliorare il legame mediante l’offerta di relazione da parte dei genitori nei confronti dei figli. Un’offerta di passare il tempo insieme, di condivisione, di stringersi, di abbracciarsi, di piangere insieme senza fare troppe domande.

Il terreno di incontro tra giovani e adulti potrebbe essere rappresentato dal mondo della musica dove generazioni e generazioni di ragazzi di ieri e di oggi si sono misurati. E’ interessante quanto ha detto don Fabio Pasqualetti parlando dell’argomento in un articolo NOTE DI PASTORALE GIOVANILE. Proposte per la maturazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani, a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile di Roma, che riportiamo parzialmente . Egli afferma che la musica è un modo con il quale il giovane descrive la sua identità, proiettandola, per così dire, nel suo divo  «Secondo me un album è Metal quando i tuoi ti urlano di abbassare lo stereo e ti dicono che quella non è musica ma è solo rumore. I miei compagni di classe mi chiamano Metal e io ne vado fiero» (in «Metal Hammer», n. 3/2000 marzo, p. 73)

Un frammento di una lettera, fra le tante, che arrivano alle riviste di musica per giovani, ma che contiene alcuni aspetti interessanti del nostro tema. In questa «confessione» si nota: la validità di un genere musicale viene misurata sulla reazione del mondo adulto; la contrapposizione concettuale tra musica e rumore, dove però è chiaro che la «vera» musica per il nostro giovane è l’etichettato «rumore»; il gruppo di compagni che riconoscono in lui l’epifania della sua stessa musica a tal punto da chiamarlo «Metal», un’entità e un’identità precisa; infine, l’essere fieri per ciò che si è.

Una riflessione interessante che ci permette di fare un ulteriore passo in avanti è quella proposta da Simon Frith nel suo libro Performing rites. Frith sostiene che parte integrante della popular culture è proprio il parlarne. Questo parlare, sia che si tratti della squadra di calcio, di automobili, sesso o musica, è un parlare discriminante, con giudizi di valore e argomentazioni accese e appassionate. Quel «mi piace/non mi piace», spesso considerato come un giudizio superficiale, è sostenuto da ragioni, evidenze e argomentazioni appassionate e mirate a convincere l’altro, spronandolo a sentire o vedere nel «giusto modo», cioè il nostro.

Frith sostiene quindi che le argomentazioni quotidiane a livello di cultura popolare non sono tanto questioni di «mi piace/non mi piace», ma piuttosto modi di vedere, di sentire, e di essere. Quando per esempio un ragazzo/a dichiara di amare un gruppo o una cantante, non è una semplice scelta di gusto musicale. «Impazzire» per gli U2 al posto dei Back Street Boys è una scelta di vedere e pensare se stessi, agli altri e il mondo. Se si analizza il suo modo di comunicare la passione per il suo gruppo, emerge chiaramente la vivacità, la tenacia, l’emotività, la precisione, la documentazione con cui sostiene i suoi argomenti. Conosce ogni particolare del gruppo a tal punto che diventa difficile avere argomentazioni contrarie se non si è addentro alla «materia», e si sa che comunque li difenderà a spada tratta. Anche se messo/a di fronte a fatti scandalosi del suo gruppo o cantante, tenderà a sminuirli o a denunciarli come operazioni denigratorie dei media. Questo è molto di più di un «mi piace/non mi piace». È un credo, una fede, intrisa di fedeltà.

Frith indica, in questo parlare nella quotidianità attraverso un processo di discriminazione valoriale, l’esercizio fondamentale per la socializzazione e la costruzione della propria identità. La cultura popolare ha a che fare con la socializzazione, sul come si parla dei temi della vita quotidiana e su come si interpretano. In altre parole, mentre l’accademico si chiede che «cosa significa» una cosa, la persona comune si chiede «cosa posso fare con questa cosa», dove il «che cosa poter fare» è «ciò che significa». In questa azione del valutare vengono coinvolte una serie di assi estetico/funzionali attorno alle quali ruota questo esercizio culturale, e queste assi sono: la credibilità (la musica di questo gruppo e il modo in cui si presentano viene percepito come vero, genuino, nuovo); la coerenza (strettamente legata alla credibilità, è una variabile che giudica il gruppo col passare del tempo); la familiarità (la necessità di riconoscere il proprio gruppo tra un lavoro e l’altro e allo stesso tempo l’attesa di novità, di crescita, di maturità artistica); l’utilità, sia a livello materiale (questa musica mi piace, esprime bene i mie sentimenti, la mia situazione esistenziale) che a livello spirituale (questa musica mi fa bene, le parole dei testi le sento mie, vorrei essere come loro).

Questo ha dei riflessi molto importanti, per cui la credibilità del gruppo diventa la mia credibilità, la coerenza allo stile è la mia coerenza. I giovani imparano le canzoni a memoria, divorano tutto ciò riguarda il loro gruppo e la loro musica. Si scambiano pareri, opinioni, informazioni, giudizi. Litigano per decidere quale sia il miglior album. L’attesa del concerto è un’attesa densa di preparativi. Il concerto poi sarà una festa, una celebrazione, una liturgia estatica.

Insomma la musica che eleggono come propria è una musica che li racconta in molti modi, per questo la si può considerare come messaggio in codice al mondo adulto di chi sono e di che cosa stanno vivendo. La loro musica racconta il momento contingente perché la passione che li travolge per un gruppo, anche se può sembrare un patto sigillato con il sangue, può anche cambiare repentinamente a causa di fattori esterni: gli amici, la famiglia, la scuola, altri ambienti con cui si entra in contatto. E sono proprio questi cambi repentini in gusti musicali che un educatore deve sentire come segnali premonitori di cambiamenti in atto.

La musica è quindi una grande maestra, una grande scuola, ma soprattutto una grande compagna. Forse la ragione profonda del suo successo è che sa proporre percorsi personalizzati di apprendimento, sa raccontare storie che parlano della vita di chi le ascolta e che fa propri questi racconti. La musica è compagna nei momenti di solitudine quando chi vorresti aver vicino non c’è, ma lo è anche nei momenti di euforia e sballo come ai concerti o in discoteca.

I gusti musicali dei giovani sono radicali e schierati. Gli amici si stringono attorno alla loro musica e si lasciano descrivere da essa. La musica offre loro lo spazio per raccontarsi e presentarsi in un mondo assente e distratto di fronte ad una famiglia, una scuola, una chiesa, e una società imbarazzate che parlano troppo ed ideologicamente dei giovani, ma incapaci di garantire spazi di crescita, responsabilizzazione ed espressione per i giovani.

C’è un rapporto tra generi musicali e situazioni esistenziali dei giovani. I musicisti, gli artisti non vengono da altri pianeti, la musica nasce dalle loro esperienze. I fans sono coloro che vivono in un certo senso quello che raccontano sia a livello di suoni che di parole, e non fanno altro che adottarli, farseli compagni, proclamarli portavoce della loro vita. I giovani che si incontrano ad un concerto hanno molto più in comune fra loro che con i loro compagni di scuola, di parrocchia e a volte persino delle persone che vivono nella loro stessa famiglia.

Alcune riflessioni conclusive

Siamo partiti con la preoccupazione di incontrare la problematica costellazione musica-giovani evitando di cedere alla tentazione dei pregiudizi. Per far questo abbiamo ricordato l’importanza della musica nella vita dell’uomo. Anche se in poche battute, è stata sottolineata la dimensione sonoro-musicale dell’uomo e il fatto che viviamo continuamente in paesaggi sonori in continua mutazione. Il paesaggio sonoro odierno è ricco di mediazioni tecnologiche che contribuiscono ad un nuovo e complesso modo di relazionarsi con la musica. Sarebbe tuttavia un errore ridurre l’intrecciato e problematico rapporto giovani-musica al nuovo assetto tecnologico. Si è cercato quindi di ricordare l’importanza della cornice storica, sociale, culturale, economica e religiosa come condizione di una migliore comprensione sia del passato sia del presente. Abbiamo ricordato che l’arte con la sua capacità tipica di leggere, interpretare e spesso anticipare ciò che si muove nell’aria, dovrebbe essere una importante alleata di ogni educatore e animatore. Infine ci siamo soffermati sull’aspetto più interessante del rapporto musica-giovani dove sinteticamente si è cercato di far vedere che le scelte musicali fatte dai giovani hanno delle implicazioni sul modo di vedere, pensare, agire, gustare, ecc. la vita. La musica li racconta e li presenta al mondo degli adulti. Dietro questi messaggi cifrati ci sono le loro esperienze, le loro delusioni, speranze, angosce, amori, illusioni, insomma la loro persona e personalità.

Un educatore allora dovrà essere un paziente ascoltatore dei giovani, un sensibile sensore dei cambiamenti sociali e culturali, ma soprattutto un amico dei giovani e desideroso di crescere con loro in un cammino che li aiuti a diventare adulti.

È probabile che qualcuno si aspettasse delle risposte più mirate a domande del tipo: Ma se un giovane è metallaro, come faccio a fargli cambiare gusto musicale? Mia figlia ascolta sempre la musica anche quando fa i compiti, come faccio a farle capire che non si dovrebbe studiare con la musica? Vari giovani dell’oratorio vanno tutti i venerdì sera in discoteca, come si fa a conciliare questa esperienza con quello che poi si propone loro? Ecc. Le domande potrebbero continuare con ognuno un caso diverso e simile allo stesso tempo. Cercheremo lungo la strada di rispondere anche a queste problematiche; per ora a chi è abbastanza digiuno in materia suggerisco alcune semplici strategie.Ci sono riviste musicali che i giovani comprano e divorano, e anche quelle non specializzate in musica hanno comunque degli ampi spazi dedicati alla musica. È importante leggerle ogni tanto, i vostri giovani non saranno proprio come quelli delle riviste, ma nemmeno troppo differenti. Basta andare in edicola e avere il coraggio di spendere un po’ di soldi, oppure chiedere agli stessi giovani che ve le prestino.La televisione con i suoi canali dedicati alla musica: MTV, Video Music, ecc. sono un serbatoio interminabile di notizie e informazioni sui nuovi trend e ciò che gira nell’aria. Anche qui è importante lasciarsi guidare da loro, dai giovani. Sanno tutto: gli orari dei loro programmi preferiti, i conduttori migliori, gli spettacoli, i concerti, ecc. Internet è il luogo della rivoluzione musicale. Il nuovo formato MP3 ha sconvolto non solamente l’industria musicale, ma anche il modo con cui si accede, si ricerca, si usa e si produce la musica. Inoltre ci sono tonnellate di informazioni su qualsiasi tipo di genere musicale, cantante o gruppo. I giovani stessi sono fonte inesauribile di un sapere specializzato sulla loro musica; basta avere la pazienza di essere «indottrinati» da loro. Provate ad ascoltarli! Normalmente, per un adulto non è facile, ma sarebbe un ottimo inizio per raggiungere quella familiarità e confidenza reciproca. La musica spesso è la fenomenologia superficiale di problemi più profondi e che trovano una specie di sfogo in questo linguaggio, che proprio per la sua elasticità e ambiguità si presta al mimetismo. È importante essere vigilanti sull’uso della musica. Cambi radicali di genere musicale sono moniti di cambi di interessi, di compagnie, di amicizie, di ambienti. Le canzoni con i loro testi, anche se non hanno mai causato delle rivoluzioni, sono certamente degli spazi, e degli echi dell’immaginario dei giovani. Una volta ho chiesto ad un ragazza: «Perché ti piace questa canzone?» e lei mi ha risposto: «Perché dice quello che io vorrei dire, ma che non sono capace di dire!». Ci sono canzoni che sono manifesti generazionali. Come tutte le forme d’arte, anche la musica e i musicisti colgono prima di tanti altri cosa si respira nell’aria e quali cambiamenti sono in atto. Partecipate a qualche concerto. Quando da 20.000 o 50.000 persone si alza un coro unisono che per due ore canta in sintonia e sincronia, qualcosa di magico sta accadendo. Si entra in uno spazio rituale dei più emozionanti. Forse si capisce per contrasto il bisogno di queste liturgie se si pensa alla banalità e alla piattezza del quotidiano di molti giovani che non hanno altre oasi di rifugio se non la musica. Accettare che nonostante i vari tentativi fatti, il nostro giovane rimanga sulle sue. Spesso c’è bisogno di tempo. L’educatore è un po’ il custode del tempo, nel senso che sa che ogni giovane cresce con un proprio ritmo e un proprio stile. Allargate l’orizzonte dei loro interessi offrendo al giovane tutte le forme d’arte come possibilità di espressione, di crescita, di incontro. Questo punto apre un discorso serio sulla responsabilità anche della scuola nel formare le nuove generazioni. Questo spetta a voi trovarlo…

Ci sono molti problemi lasciati in sospeso e aperti, come quello di un’educazione all’ascolto musicale che sappia comprendere più generi musicali. A questo aspetto vorrei dedicare un altro frammento di lettera che mi sembra significativo, perché viene scritto proprio da un giovane al responsabile dello spazio lettere di una rivista musicale.

«Caro Luca (…) Ti voglio dare una concisa interpretazione del significato dell’ascoltare musica (e il metal in particolare): l’edonismo che può derivare dall’ascolto di un brano è, a mio parere, un risultato PURAMENTE empirico. In parole semplici, se oggi ho ascoltato Santana, Cradle of Filth, Arch Enemy, Ciajkovskij e Mike Olfield, credo che sia per ciò che mi hanno fatto ascoltare PRIMA. PRIMA può essere a 5 anni, a 10, a 2 e così via. Quindi sono contento OGGI di saper ascoltare qualsiasi genere, e ringrazio il mi babbo e la mi mamma per Beethoven e Dire Straits, ma il metallaro medio non ha colpa se è legato a stereotipi e generi unidirezionali, solo non ha avuto una giusta preparazione» (in «Metal Hammer», n. 3/2000 marzo, 70).”

Ecco quanto diceva don Fabio in un suo articolo di qualche anno fa ponendosi le stesse domande e facendo le stesse riflessioni sul mondo dei giovani che si fa ancora adesso nel suo recente libro IL CONCERTO E LA DANZA. Le domande di senso e la ricerca di dialogo che i giovani chiedono al mondo degli adulti, accennati all’inizio della mia recensione compilativa, sono i temi scottanti che richiedono delle urgenti risposte, a mio avviso.

Cercando su internet ho trovato una risposta di Sara Barbanera, giornalista e laureata in comunicazione a La Sapienza di Roma. In un suo articolo Il mio babbo suona il rock che riporto parzialmente dal sito http://www.coopfirenze.it diceva :” l’idea della Band è nata proprio da un gruppo di genitori dell’Associazione Miniarock che, da novembre 2012, promuove attività creative e ludiche pensate perché genitori e figli spengano tv e computer e tornino a giocare insieme: raccontare storie, imparare la manualità, disegnare, passeggiare, cantare e ballare: divertirsi insieme, perché la famiglia sia quel luogo di tranquillità e armonia che rende un bambino sereno.

Una proposta leggera che fa passare un messaggio forte, come spiega Laura Vaioli, una delle fondatrici dell’Associazione e ideatrice della DaddyBand: «Al centro del nostro progetto c’è la famiglia: è lì che si nasconde il vero segreto del benessere!

Un bambino sereno è la molla per un mondo migliore, perché domani sarà un adulto equilibrato e aperto agli altri, capace di riprodurre questa armonia nel mondo. Noi ci crediamo e la musica è per tutti un divertimento così spontaneo che non servono nemmeno le parole: basta lasciarsi andare… e il gioco è fatto!».

Quindi rock “tosto” a misura di bambino, riarrangiato senza assoli e a volume ragionevole ma tutto in inglese e accompagnato da interventi parlati, spiegazioni, sketch comici per trasmettere ai più piccoli lo spirito di questo genere musicale: «tutti i brani trasmettono un messaggio positivo – continua Laura – di libertà e sentimenti forti che i giovani possono esprimere bene attraverso il rock.

In fondo, nel suo lato meno “nero”, il rock è stato una grande onda anticonformista di energie creative buone, e ancora oggi ha una forza dirompente che fa scatenare bambini, ragazzi e ovviamente… noi genitori».

Quindi porte aperte a Queen, AC/DC, Deep Purple e Kiss con titoli gettonatissimi e indimenticabili, rivisitati dalla band e incisi in un cd in vendita ai concerti: It’s a long way to the top diventa allora il racconto dell’impegno per raggiungere un obiettivo; We will rock you invita a esprimersi senza fare le bizze, ma cantando; My Sharona descrive la bellezza di una canzone per la persona amata. E, infine, la famosissima Smoke on the water che è addirittura una storia di pompieri, con tanto di sirena.

Dopo il pienone di gennaio e febbraio, il 16 marzo e il 16 aprile la Daddyband aspetta tutti al Viper di Firenze per due nuovi appuntamenti, come sempre gratuiti, con un rock che porta a galla emozione, divertimento e un pizzico di commozione: «sulle note di People have the power – continua Laura – ho visto tanti genitori commuoversi: il testo invita a chiedere aiuto, a darsi forza l’un l’altro nelle difficoltà e a prendersi per mano, sulla melodia suadente di questo inno d’amore per l’essere umano».” Anche il karaoke può fare la sua parte …..Il Karaoke è qualcosa di più di una semplice esibizione canora : è il profondo desiderio di esprimersi facendo riferimento al proprio sentire. Un verbo che per secoli è stato soppiantato dal verbo pensare. Il canto rappresenta una delle più alte forme di espressività delle quali l’uomo ha talvolta la chiave di accesso.
Cantare richiede un’ottima tecnica che è fondamentale per evitare danni alle corde vocali ma soprattutto cantare  significa poter dare il massimo sfogo alla nostra espressività.  Cantare con il Karaoke è indubbiamente un divertimento, è passare piacevolmente  le ore condividendo con gli altri momenti di gioia, ma è anche superare i propri limiti, la paura del giudizio, il donare se stessi agli altri e il conoscersi meglio trasmettendo e ricevendo profonde emozioni. Può diventare così il luogo di comunicazione tra le generazioni! (Carlo Mafera)

Mi sembra questa esperienza la migliore risposta agli interrogativi che don Fabio e tutto il mondo adulto si pone sul rapporto con il mondo dei giovani.

A cura di Carlo Mafera

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