La cura della vita e le sfide odierne

Per la rubrica : “Il giornalismo non è solo l’attualità” – Una vecchia conferenza al servizio della vita
di Carlo Mafera
Il professor Dario Sacchini della Università del Sacro Cuore ha presieduto venerdì 25 marzo 2011, presso la sala convegni della parrocchia Santa Maria della Speranza, una conferenza molto interessante su tematiche riguardanti il fine-vita. Il prof. Andrea Farina, dell’Università Salesiana, ha presentato l’incontro affermando che l’attuale situazione storica, e cioè la post-modernità, “è caratterizzata dalla complessità” in campo etico. Non c’è più un sistema di valori condivisi ma si parla ormai di ‘politeismo etico’. “Siamo tutti stranieri morali e ci sono infatti tanti linguaggi morali. Non si parla più di primato dell’etica – ha concluso Farina – ma di primato dei diritti sull’etica.
Il soggetto vuole autodeterminarsi e disporre della propria vita e della propria morte. E ciò determina un conflitto fra diritti.”

Il professor Sacchini ha esordito dicendo che a monte di qualsiasi tipo di conoscenza ci sono due errori ideologici : “Il primo è quando si vuole attribuire alla realtà una valenza che non ha. Il secondo è quello di attribuire alla realtà solo pochi oggetti. Nello specifico tema del fine-vita, Il consenso informato è solo una minima parte del rapporto tra curante e curato”. Sacchini ha lasciato intendere che il fulcro del problema sta proprio nella relazione medico-paziente. È ingiusto invece “polarizzare le posizioni a favore della morte del malato o contro”. Ci sono infatti una molteplicità di aspetti relazionali e scientifici che non possono essere ridotti ad un pro o contro tout court. “Ci sono ragioni della ragione e ci sono ragioni del cuore, e le ragioni della ragione non escludono le ragioni del cuore ma le includono.”

Sacchini ha messo in evidenza che compito del medico è “scegliere il meglio per il paziente” tenendo però presente che la medicina è il regno della probabilità. Quindi non esiste un unico approccio alla malattia proprio in virtù di quel “politeismo etico” di cui si diceva. Al di là dell’approccio cattolico, c’è una laicità metodologica e ci si può confrontare con varie scuole di pensiero etico. Valgono dei valori ma a condizione allora che ci atteniamo sulle procedure concordate. Il relatore ha fatto riferimento ad un ordine delle cose per il quale alcune valgono di più e altre valgono meno. E ciò si ricollega al Cognitivismo Etico e al Non Cognitivismo Etico. Altro principio morale a cui si deve ricollegare l’attività medica del fine vita è il principio Kantiano secondo il quale bisogna trattare il proprio simile come fine e mai come mezzo.

E così si è arrivati al momento clou della conferenza, e cioè alla richiesta di sospensione dei mezzi di sostegno vitale (MSV) da parte del paziente. Il professor Sacchini si è chiesto se questa fosse proprio una richiesta di morte. Egli infatti ha precisato: ”Per il medico la richiesta di sospensione dei MSV e l’eventuale desiderio sotteso di morire manifestato dal paziente non dovrebbe costituire un assunto ideologico da contrastare, ma piuttosto un bisogno da interpretare.”

Spesso infatti dietro tale richiesta c’è un dolore insostenibile: per esempio quello rettale o quello costale. Da ciò “ si evince che il malato non è ben curato” – ha detto Sacchini. Più spesso c’è anche “ un’insufficiente relazione con il medico.” E nella relazione è importante il modo di guardare il malato terminale. Proprio i terminali “osservano molto come li si guarda”. È un po’ la caratteristica di un’insufficiente relazione.

La richiesta di sospensione dei trattamenti si deve però ricollegare, ha dichiarato ancora Sacchini, alla ordinaria situazione clinica e in particolare “all’importanza di un’adeguata palliazione. Non è vero che ci sono malattie incurabili. È vero invece che tutte le malattie sono curabili, ma non tutte sono guaribili”.

Sacchini ha quindi esaminato ulteriormente il profilo del paziente con la volontà di morire. “I pazienti con desiderio di morte sono gravati da sintomi dolorosi, dispnea profonda, astenia e depressione e soprattutto mancanza di sostegno.” E poi vi è il problema relativo al pudore della pulizia intima. Forse con delle semplici richieste si supererebbero ostacoli ritenuti difficili. Per esempio la pulizia intima di un uomo potrebbe essere realizzata da un altro uomo.

Quindi bisogna lavorare molto sulla dignità in modo pragmatico. La dignità umana è infatti un valore inalienabile e insopprimibile, “è come una pelle attaccata addosso alla persona”. E per valorizzare tale dignità l’operatore deve essere preparato, deve avere una particolare sensibilità. Oltre al già ricordato modo di guardare il malato, il medico deve saper ascoltare. Ecco la parola chiave: ascoltare. E poi anche parlare, ma anche rimanere in silenzio. E tutto ciò ha il primato sull’immagine o sulla tecnica clinica. Infatti il professor Sacchini ha ricordato, concludendo la conferenza, che “bisogna passare da una medicina hi-tech ad una medicina hi-touch” facendo riferimento all’importanza di toccare il paziente e di mantenere una distanza attenta e partecipativa. Il relatore ha partecipato all’assemblea alcune esperienze personali che lo hanno arricchito enormemente. Ad esempio ha raccontato di una paziente terminale che, vistolo in imbarazzo, si è rivolto a lui con una battuta affettuosa per incoraggiarlo. Oppure un’altra esperienza dove, alla fine del momento medico-scientifico, si sono raccolti tutti, parenti e operatori sanitari, a pregare.

Ed infatti la spiritualità in questo contesto di fine-vita è molto importante e entra a far parte della terapia o comunque di quell’accompagnamento ad attraversare quella porta che ci conduce dall’altra parte. Ne sapeva qualcosa Madre Teresa di Calcutta e ora le sue consorelle, che sono capaci di far ciò con grande tenerezza. Forse, attraverso questi incontri e queste testimonianze potrebbero nascere dei futuri volontari in questo delicato settore. Tale è stato l’auspicio di tutti alla conclusione della conferenza.

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