In occasione della Giornata Mondiale della Giustizia Sociale (21 febbraio) ecco un significativo approfondimento: IL PENSIERO ECONOMICO E L’AZIONE SOCIALE DI GIORGIO LA PIRA

Lo stato immaginato da La Pira è uno stato che, come vuole Keynes, declina il verbo spendere senza farsi cogliere dal terrore del pareggio del bilancio e che considera la spesa come uno strumento per mettere in azione tutte le forze sociali. E ciò che dovrebbe essere adottato proprio ora, per superare la crisi e dare lavoro ai giovani  (estrapolazione della tesi di laurea di Carlo Mafera)

La figura di Giorgio La Pira sotto questo aspetto si rivela ancor più poliedrica, egli è conosciuto come esperto di diritto, profondo conoscitore della dottrina tomista o meglio ancora come organizzatore di clamorose iniziative politiche internazionali ma un po’ meno quale scrittore di cose economiche. “Con il maggio 1947 la politica economica del nostro paese prende una direzione molto netta” scrive Piero Roggi, docente straordinario di storia delle dottrine economiche, “cadute le speranze per le grandi riforme economiche come l’azionariato operaio, sono i problemi di tutti i giorni che prendono il sopravvento: fra tutti quello della disoccupazione. Ma nelle misure per contrastarla non c’è concordanze di vedute: se fossimo obbligati a disegnare con un sol tratto il complesso quadro di posizione politica economica che si venne formando alla fine degli anni quaranta, potremmo forse dire che il campo era diviso in due schieramenti: i “keynesiani” e i “monetaristi”. Allora chiameremo “keynesiani” tutti coloro che ritenevano la disoccupazione contrastabile attraverso l’aumento della “domanda aggregata” e specialmente della spesa governativa; “monetaristi” tutti coloro che secondo la definizione di Modigliani ritenevano che tutto quel che c’era da fare, era mutare il valore della moneta e tutto il resto sarebbe andato da sé. L’intento di mediare le opposte tendenze naufragava miseramente riconoscendosi dietro la relazione Rumor (monetarista) la posizione ufficiale del governo cioè di Pella e di De Gasperi. A quel punto la sinistra di Dossetti (Keynesiana), pur essendo al governo, viene esclusa dalle cariche di partito. Le dimissioni di Fanfani non si fanno attendere ma vengono respinte. Ed ecco che nell’aprile del 1950 La Pira scrive il celebre saggio: “L’attesa della povera gente” che vuole rappresentare, per la sinistra D.C. oramai esautorata, un’arma fatta di parole che può smuovere le coscienze, assai difficilmente le azioni di chi tiene in mano i fili del potere. “L’attesa” non vuole rappresentare un testo scientifico specialistico ma solo “premesse al ragionamento economico”, teoria economica nel senso di individuare ciò che sarebbe utile fare, cioè, in una parola la politica economica. Dice La Pira che ad ogni diagnosi segue una terapia. Se la diagnosi era Keynesiana, Keynesiana sarà anche la terapia. La mancanza di spesa determina la disoccupazione? L’aumento della spesa la riassorbirà. In che misura dovremmo allora aumentare la spesa affinché la disoccupazione scompaia, affinché dal livello attuale di occupazione insufficiente si arrivi al cosiddetto livello di piena occupazione? Facendo si che il governo spenda autonomamente la differenza tra il valore della domanda di piena occupazione e quello della domanda presente. Al contrario di quei governi che cercano di risparmiare al massimo sulle spese, lo stato immaginato da La Pira è uno stato che, come vuole Keynes, declina il verbo spendere senza farsi cogliere dal terrore del pareggio del bilancio e che considera la spesa come uno strumento per mettere in azione tutte le forze sociali. Un altro riferimento doveroso è quello relativo ad una spinosa questione. La terapia proposta nell'”attesa” sarebbe stata bollata, diceva La Pira, come provvedimento che avrebbe portato all’inflazione. Allora egli cercò di anticipare la risposta inserendola preventivamente nel suo scritto. L’inflazione – sosteneva – ha a che fare con una differente crescita del volume della moneta rispetto al volume dei beni: e la moneta che supera nella sua corsa i beni che si producono. Si tratta – continuava La Pira – di una teoria dell’aumento dei prezzi incentrata cioè sul rapporto tra la quantità di moneta circolante ed il valore dei beni prodotti. Ma, diceva La Pira, i suoi avversari dovevano tenere in considerazione il fatto che con l’aumento della spesa governativa è vero che aumentava la quantità di moneta in circolazione, ma è anche vero che aumenteranno i beni esistenti.” L’inflazione è patologia perché è moneta senza beni; ma in questo caso, conclude La Pira, non ci sarà nè inflazione nè malattia. “L’attesa della povera gente” innescò subito una disputa fra le parti sociali ed un dibattito di politica economica. Lo stesso Einaudi con l’economista Bresciani – Turoni si scagliarono contro La Pira irridendo la sua convinzione nella “magia del moltiplicare Keynesiano”. La Pira – come tutti i keynesiani – pensa Bresciani – è un ingenuo che non và ascoltato perché”se lo stato ricorre al torchio dei biglietti farà dell’inflazione”. Infatti “l’aumento del volume di beni si verifica più tardi e nel frattempo è creata una maggiore domanda non compensata da un maggior afflusso di beni”. Quel che fa aumentare i prezzi può agire indisturbato prima che l’ondata di beni prodotti possa contenere l’effetto. La teoria che sta nella “Attesa” non è nata in seno al mondo cattolico. E’ stata scelta dai cattolici ma è la teoria di Keynes. E’ stato l’apparato del pensiero religioso che nell’Attesa ha scelto fra le varie teorie della disoccupazione, quella di Keynes. Essa è congeniale perché coerente con quelle premesse. La “Attesa” e il dibattito che ne seguì sono stati importanti anche per l’efficacia che ebbero in seguito. A La Pira si rimproverava non solo l’irruzione del religioso nel santuario della scienza economica – scrive “Piero Roggi” – ma anche questa volta da parte dei compagni di fede l’uso un pò disinvolto delle sacre scritture. L’impiego del vangelo e degli altri testi, a sostegno di tesi relative alla vita sociale ha sempre suscitato diffidenza. Con i testi alla mano e spesso possibile sostenere una posizione ed anche, non di rado, il suo esatto contrario. Ma è anche vero che tutti gli economisti, chi più chi meno, hanno usato delle metafore o delle immagini nelle quali poi hanno costruito la loro teoria. Smith aveva l’immagine della mano invisibile che metteva d’accordo i fini particolari degli uomini con quelli più generali della società: Sismodi faceva riferimento alla meccanica dell’orologio. Perchè allora negare a La Pira le immagine attinte dal vangelo. Forse perchè le sue, a differenze della grande maggioranza degli autori di cose sociali, sono esplicite. Messe sotto gli occhi del lettore ne aumentano certamente la comprensione ma talvolta possono urtare la sua suscettibilità. Eppure nella sua folle visionarietà La Pira suscitò un dibattito sul cui livello non possono esservi dubbi. “Come succede talvolta a quei magnifici dilettanti” – conclude Roggi – che si accostano con la creatività intatta della propria mente ad un nuovo ed inesplorato campo del sapere e riescono ad avere vedute che spesso superano per lucidità e semplicità quelle dei più consumati professionisti La Pira dette il suo contributo al dibattito. Un contributo che per chiarezza ed incisività resterà ancora per molto tempo un esempio. Il caso Pignone è un momento importante di rottura con il passato e di avvio del nuovo. Il Pignone era una fabbrica in crisi soprattutto per responsabilità dell’imprenditore privato: però gli effetti di queste inadempienze si ripercuotono sugli operai che vengono minacciati di licenziamenti. Nell’inasprirsi della vertenza sindacale, la proprietà decide la serrata e gli operai reagiscono con l’occupazione. A questo punto La Pira interviene come sindaco preparando l’ordinanza di requisizione della fabbrica. La Pira ancor prima di diventare sindaco si era occupato del grave problema della Pignone. Ma proprio quando egli diventa sindaco la questione precipita quasi che la sconfitta comunista del 18 aprile 1948 facesse ritenere alla proprietà della fabbrica che fosse venuto il tempo di fare i propri comodi.
Di fronte al dramma degli operai della Pignone, al duro colpo che una eventuale liquidazione dello stabilimento darebbe all’intero tessuto economico fiorentino, La Pira mette in subbuglio mezza Italia. Interrompe la seduta di un consiglio dei ministri, scrive a Pio XII, ai vescovi, alle parti sociali. Tutti rispondono nel senso della piena solidarietà. Persino il papa risponde con una lettera piena di citazioni della dottrina sociale della chiesa. Molti ambienti del mondo cattolico hanno da ridire e manifestano inquietudine. Molto opportunamente il cardinale Della Costa, arcivescovo di Firenze, dice: “La Pira è scomodo?” Ma si capisce, è una copia del vangelo vivente. L’affare Pignone è scomodo? Si capisce, però come non scegliere la parte di coloro che sono nell’angustia per l’incertezza del loro avvenire? Nella controversia del 1953 sulla fabbrica fiorentina si scontrano non soltanto episodici interessi. Contrapposti, ma diverse culture giuridiche, politiche economiche. Inoltre nel caso Pignone si riassumono tutte le componenti del pensiero religioso-mistico, giuridico- costituzionale e sociale- economico di Giorgio La Pira. Ci sta il principio della carità dare occupazione ai disoccupati. Ma c’è anche il principio costituzionale per la quale è la stessa natura della comunità di lavoro che viene messa in discussione. Nell’architettura di uno stato democratico La Pira aveva messo in evidenza i contenuti di alcuni articoli della costituzione: per esempio il 43 relativo al trasferimento di impresa a comunità di lavoratori; il 45 relativo al riconoscimento della cooperazione; il 46 riguardante la collaborazione dei lavoratori alla gestione delle aziende; l’art. 35 che si rifaceva al diritto al lavoro ed alla retribuzione sufficiente. Tutti questi articoli implicano una revisione delle disciplina giuridica della proprietà degli strumenti di produzione e della struttura dei rapporti di lavoro. La vicenda della fabbrica di Rifredi si conclude con l’assunzione dello stabilimento da parte dell’ENI di Enrico Mattei e nasce così il Nuovo Pignone, un’industria che assumerà dimensioni internazionali e resterà un esempio di positiva gestione del sistema delle partecipazioni statali .Dal 1951 eletto Sindaco di Firenze con i convegni per la pace e la civiltà cristiana, aveva stabilito un inedito rapporto, a Firenze, con arabi, israeliani, africani, asiatici, latinoamericani, insomma, con uomini di cultura del “terzo mondo” – Nel mondo più prosaico – “continua Citterich” – nel contesto dell’affare Pignone La Pira prospetta a Mattei un affare più esteso: “Fra poco diventeranno tutti indipendenti, saranno i padroni dei loro giacimenti petroliferi non è meglio che restino nostri amici?” Mattei capisce e rileva le azioni del Nuovo Pignone – Questo è a mio avviso, il senso ultimo di quella telefonata. Sogno e ragioneria. Firenze, domicilio organico delle persone. Ma proprio per questa sua caratteristica, anche città sul monte della scena contemporanea. E’ bene anche ricordare, a proposito delle polemiche in precedenza descritte quella con Don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, che lo accusa di voler instaurare il socialismo e lo statalismo in Italia. La Pira gli risponde così: “Bisognerebbe che lei facesse l’esperienza – ma quella vera – che tocca fare al sindaco di una città di 400.000 abitanti avente la seguente cartella clinica; 10.000 disoccupati; 3000 sfratti e 17.000 libretti di povertà con un totale di 37.000 persone assistite dal Comune. Scusi, davanti a tutti questi “feriti”, buttati a terra dai “ladroni”, cosa deve fare il Sindaco? Può lavarsi le mani dicendo a tutti: – Scusate, non posso interessarmi di voi perchè non sono statalista ma interclassista? Si fa presto – ed è anche comodo – a lanciare accuse di marxismo a coloro che “scendono da cavallo” per sanare il fratello in quarantena ferito”. E ancora per dovere di cronaca e amore della verità, il 24 settembre 1954 lo stesso Sindaco in occasione delle dimissioni di due assessori liberali comunica col ricordare la costruzione di 1500 alloggi la ricostruzione dei ponti cittadini l’apertura di nuove scuole l’impegnativo investimento di 12 miliardi e l’attuazione del programma di ricostruzione e sviluppo della città. Ma se volete che resti ancora sino al termine del nostro viaggio, allora voi non potete che accettarmi come sono: senza calcolo; col solo calcolo di cui parla l’Evangelo: fare il bene perché bene! Alle conseguenze del bene fatto ci penserà Iddio”.

CARLO MAFERA

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