IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA REPUBBLICA IL SPV RICORDA I PRINCIPI CONDIVISI DEL NUOVO STATO ITALIANO – LA PIRA “PADRE COSTITUENTE”

L’uomo nella sua dimensione sociale, cioè il povero, doveva essere difeso. Di fronte al grido della povera gente non doveva esserci nessun machiavellismo economico o politico. Di fronte al bisogno di lavoro, di case, di scuole, di ospedali non si potevano adottare politiche attendiste ma bisognava soddisfare urgentemente le attese della povera gente che è anche il titolo di un suo famoso articolo. E’ quanto diceva Giorgio La Pira dimostrando una sorprendente attualità

“Come costruire una nuova città cristiana ed una nuova civiltà cristiana? Da dove ricavare le linee architettoniche essenziali per questa ricostruzione? A quale, sicuro modello ispirarci? … In tante incertezze di situazioni e di eventi a quale certezza ancorarsi? Per tutte queste domande… noi non abbiamo trovato che una risposta sola: quella che ha costituito, costituisce e costituirà, l’oggetto, direi unico del nostro dialogo: l’architettura della città dell’uomo non può ricavarsi che dalla contemplazione e dalla imitazione dell’architettura della città di Dio”. Così scrive La Pira alle Claustrali nel 1952 a riprova del suo pensiero più ricorrente: contemplare la città divina per trarne le architetture essenziali della città umana.

Egli afferma che esiste un rapporto fra l’ordine della grazia e il mondo inteso come il complesso organico dei valori naturali dell’uomo individuali e sociali. Come studioso del diritto romano egli era rimasto conquistato dall’analogia tra la “scienza del diritto”, costruita con l’uso della logica aristotelica, dai giuristi romani a partire dall’età di Augusto e la “scienza della teologia costruita sempre con metodo aristotelico, da Tommaso d’Aquino.

Sin dal 1937 egli fece appello alla dottrina tomista con la pubblicazione della rivista “Principi” “per rivendicare, in opposizione con la teoria hegeliana dello Stato, il valore della persona umana. La Pira ribadisce più volte che il dramma sanguinoso che si svolge nel mondo è stato preceduto da un dramma non meno grave svoltosi sulla frontiera della metafisica, prima che cedessero le visibili frontiere delle nazioni hanno ceduto le solide frontiere di quella metafisica umana che la più alta scienza antica e l’ispirata sapienza cristiana avevano costruito per mettere gli uomini al riparo dell’errore e della rovina.

Egli continua affermando che “la lotta fra la metafisica della verità e la metafisica dell’errore… è stata condotta, intorno ad un sistema di “fortilizi” nei quali è impegnata la validità dell’intero edificio metafisico etico e religioso dell’uomo: il concetto di sostanza; il concetto di persona umana, il concetto di società, il concetto di stato; il concetto di diritto e sopra di essi, come volta dell’edificio, il concetto di Dio trascendente”. “La teologia cattolica ha costruita, con questi e con altri concetti, un edificio che ha muri maestri destinati per la loro solidità a sfidare i secoli. Contro di essa si è levata, agguerrita, suggestiva, tentatrice, oscura, una teologia senza Dio, una metafisica senza trascendente che ha cercato di sconvolgere le basi essenziali della cultura cristiana.

E’ una lotta dice La Pira che si svolge duramente dove la metafisica dell’errore ha conseguito notevoli successi riuscendo ad affermare e consolidare le strutture sociali contemporanee facendole assurgere “a valore di sostanza e di fine ed abbassando la persona umana – unico valore sostanziale e finale – a valore di accidente e di mezzo.

E’ opportuno sottolineare questo concetto da cui parte tutto il pensiero e l’azione di La Pira. Solo la persona è veramente sostanza – egli dice – mentre la società non possiede unità sostanziale bensì un’unità di ordine, e di relazione.

Egli mette in guardia l’uomo contemporaneo nei confronti della metafisica dell’errore che è quel sistema di pensiero che ha in Hegel il suo teorizzatore. In tale sistema viene negata l’esistenza di Dio trascendente ed è negato il valore sostanziale degli esseri individuali a vantaggio di enti collettivi astratti e di un universale astratto – l’Idea, lo Spirito – nel quale sarebbe contenuta la vera sostanzialità. In particolare Hegel sostiene che lo Stato è una delle più grandi manifestazioni dell’Idea: è sostanza etica, è spirito vivente; è Dio reale; è l’infinito ed il razionale in sé e per sé.

Da tutto ciò deriva “il dovere supremo dei singoli di essere componenti dello stato; l’individuo, esso medesimo ha oggettività, verità ed eticità, soltanto in quanto è componente dello Stato; solo nello Stato l’uomo ha l’esistenza razionale … tutto ciò che l’uomo è lo deve allo Stato”. E ancora Hegel prosegue … “Cosa e il diritto? Soltanto quello posto dello Stato, il positivo; l’impossibile quindi parlare di diritti naturali dell’uomo preesistenti alla stessa costituzione statuale”. E per finire anche il diritto internazionale è disegnato per giustificare la sete di potere del dittatore nel quale la volontà dello Stato è incarnata e le cui caratteristiche sono: a) inesistenza di un diritto internazionale; b) assoluto distacco della politica dalla morale; c) la guerra, e il successo come unica legge regolatrice dei rapporti interstatuali; e) il progressivo assorbimento di tutti gli Stati da parte dell’unico Stato nel quale si esprime totalmente lo spirito: quello germanico.

Per reagire a questa concezione del mondo oramai imperante negli anno 30 La Pira approntava uno strumento di contestazione e di luce nel tragico anno 1939 con la rivista “Principi” dove metteva in evidenza il valore della persona umana e della libertà e dove stigmatizzava le responsabilità del potere in Italia e il pericolo del razzismo in Germania e in Europa.

La parte di “Principi” più drammatica è quella dedicata alla guerra dove si sosteneva la liceità della stessa allorquando la libertà e la vita degli uomini sono minacciate. La Pira sul finire del 1939 di fronte alla violenza che calpestava la Polonia e la Finlandia cercava le ragioni della “giusta guerra” e dimostrare la “somma iniquità” della guerra offensiva.

“Se l’assassinio di un uomo è il massimo dei delitti, a più forte ragioni è tale, l’assassinio di una intera nazione”. Il rispetto, l’amore per l’uomo nelle sue diverse dimensioni era per lui viscerale. La persona nella sua qualità di cittadino doveva vivere. La città, il luogo dove l’uomo viveva, aveva il diritto ad esistere contro ogni strapotere dello Stato.

L’uomo nella sua dimensione sociale, cioè il povero, doveva essere difeso. Di fronte al grido della povera gente non doveva esserci nessun machiavellismo economico o politico. Di fronte al bisogno di lavoro, di case, di scuole, di ospedali non si potevano adottare politiche attendiste ma bisognava soddisfare urgentemente le attese della povera gente che è anche il titolo di un suo famoso articolo.

Tutto ciò dimostrava che la vita di Giorgio La Pira ebbe un filo conduttore preciso: il valore della persona umana e la sua difesa.

Prima individuando e precisando il concetto nei suoi studi e nelle sue riflessioni tratte dalla lettura di S. Tommaso e di Maritain. Poi sviluppando con grande acume tale assioma nella stesura dei primi articoli della Costituzione italiana. Egli infatti, in qualità di membro della prima sottocommissione dei 75 in sede costituente influenzò in modo determinante i principi animatori della nostra carta costituzionale.

“Come doveva essere la nuova Costituzione? Prima di rispondere a questa domanda bisogna capire perché è entrata in crisi la precedente” La Pira punta subito sul fine che ogni carta persegue. Esistono, dice La Pira, dei fini immediati come la determinazione degli organi dello Stato quale appare nella Costituzione della antica repubblica romana. Ma oltre questo fine immediato e visibile continua La Pira, alcune costituzioni si preoccupano nei loro preamboli di determinare, i criteri fondamentali cui deve ispirasi l’attività legislativa dello Stato e così orientare le norme giuridiche positive.

“Questa orientazione costituisce, in certo senso, ciò che di più rilevante vi è nelle costituzioni moderne … essa definisce quindi, quello che  Montesqieu chiamava “l’oggetto” della Costituzione e dello Stato (perché lo Stato non è che la costituzione in atto, come la costituzione non è che lo Stato in potenza”. In definitiva, struttura e fine dello Stato, sono essenziali in ogni costituzione e ne precisano la tipologia. A questo punto La Pira si chiede quando una costituzione è buona. “La risposta è evidente: quando l’organizzazione giuridica è proporzionata alla società cui si riferisce: quando, cioè, è osservato il principio di proporzionalità che governa il rapporto società-costituzione (o che è lo stesso) società e Stato”. Quindi per sapere come bisogna costruire l’organismo costituzionale affinché esiste una proporzione con la società, bisogna conoscere qual’ è il fine e qual’ è la struttura del corpo sociale.

Come si fa a discernere ciò se la “società …. è frutto della libertà dell’uomo, da qui scarti e deviazioni di ampia portata”. La Pira prosegue

“Ci vuole, quindi, un canone superiore all’esperienza storica, per interpretare tale esperienza: la realtà storica e sociale non può non essere vista attraverso una lente metafisica (cioè attraverso un principio teoretico che la illumina): se questa lente è buona l’interpretazione sarà esatta; se questa, lente è cattiva l’interpretazione sarà errata”.

Per esempio le “lenti metafisiche” di Hobbes, Rosseuau e Kant sono errate perché affermano che l’uomo non è sociale e che la società è frutto di un contratto al quale loro malgrado si assoggettano.

Hegel al contrario, dice che la storia dell’uomo è solo collettiva dando la priorità alla società che è il prius (sostanziale) e al singolo solo valore di accidentalità.

Allora, la crisi costituzionale si verifica quando l’organizzazione giuridica non è conforme alla struttura vera ed al vero fine del corpo sociale.

Il motivo per il quale, questi “architetti” costruiscono male l’edificio costituzionale è perché hanno una visione errata del vero fine del corpo sociale.

La conseguenza di questi errori è sempre fonte di gravi squilibri in tutto l’ordine sociale perché il diritto positivo errato provoca esiti molto gravi sulla vita effettiva degli individui. Così basta vedere l’ordinamento economico degli Stati dell’800.

Le costituzioni liberali di quel periodo ebbero una influenza negativa prima di tutto per la intangibilità della libertà individuale come unica norma regolatrice del mondo economico senza che lo Stato potesse ingerirsi nei fatti e nei rapporti dell’economia la quale era abbandonata all’inesorabile meccanismo di discutibili principi. Tra questi quello che vieta le associazioni di lavoro, le corporazioni e il principio associativo in generale risultano, insieme al “laissez-faire”, gravissimi per le sue conseguenze, infatti l’economia sottratta ad ogni regola superiore, etica e giuridica, provoca degli squilibri vastissimi con una concentrazione del capitale da una parte e  dall’altra con la formazione di un proletariato di sempre più vaste proporzioni. Così la struttura dei rapporti di lavoro era, perciò palesemente ingiusta e il capitale era il tiranno del lavoro usurpando quel primato che spettava invece al secondo.

Quindi la crisi della società borghese era economica ma anche politica perché il riconoscimento dei diritti politici era solo formale. Una classe dominante infatti non permetteva alla classe economicamente più debole di costituirsi in associazione, e ciò dimostra che non siamo in presenza di una democrazia politica né tantomeno economica.

“Cosa fare? Come superare questa crisi così grave? – Si chiese La Pira – “le costituzioni di tipo “liberali” hanno provocato, … una serie, di sproporzioni sul piano dell’economia e in tutti i piani dell’edificio sociale … bisogna, dunque superare la crisi eliminare le sproporzioni di base e quelle derivate; cioè bisogna sostituire alla costituzione di tipo liberale-borghese, una costituzione che sia conforme al vero fine dell’uomo ed alla vera struttura e finalità del corpo sociale”.

La revisione va operata – dice La Pira – attraverso le correnti, di pensiero che si contrappongono alla società borghese. Queste sono in definitiva due la dottrina cattolica e quella “collettivista”.

Egli si chiede in fine cosa dovesse fare una costituzione personalistica in campo economico.

Prima di tutto garantire il diritto di proprietà che è un diritto naturale ed una proiezione e difesa della personalità umana. Infatti non è consona alla dottrina personalista un regime come quello capitalista nel quale vi sia una grande moltitudine di “espropriati” ed una piccola minoranza di grande proprietari.

“Bisogna diffondere la proprietà privata: bisogna nuovamente unire l’uomo al suo strumento di lavoro: creare un tipo di economia analoga a quella che vigeva quasi universalmente nella economia medievale: bisogna dare ad ognuno la proprietà di qualcosa: così solo si può creare un ordine economico solido ed in certo modo “conservatore”.

Nello stesso tempo la dottrina sociale della Chiesa è opposta a quella liberale ma anche a quella comunista che “ingigantisce il capitalismo sino a creare il capitalismo di Stato”. La dottrina, dei Papi (in particolare di Leone XIII) invece sradica il capitalismo “diffondendo, il capitale a tutti i lavoratori”.

In quale modo si può arrivare a tale meta. La Pira, rifacendosi a La Tour du Pin e a Maritain, crede che individuando un limite al Capitalismo si può arginarlo. “Ed il limite è questo: creare, analogamente a quanto fece la corporazione medievale, la cosiddetta “proprietà del mestiere” creare un titolo di lavoro, uno status di lavoratore: il lavoratore così qualificato … è davvero un proprietario, cessa  per lui quella instabilità e quella insicurezza che costituiscono il problema più affaticante della sua esistenza”.

“E’ questo in fondo” dice La Pira – “il nocciolo della questione operaia: fare che il lavoratore consideri come propri gli strumenti di lavoro; fare che egli sia soggetto e non oggetto della economia; rifarlo partecipare giuridicamente della comunità di lavoro alla quale di fatto appartiene”.

E continua “Creare una democrazia economica significa appunto tutto questo: e tutto questo non è altro che fare quanto già fece, in qualche modo e pur con tanti limiti l’economia medievale: cioè derivare dal concetto e dalla dignità della persona umana le conseguenze di cui esso è carico anche per l’ordinamento dell’economia.

Ma come si tradusse concretamente il pensiero giuridico- costituzionale di La Pira allorquando si accinse, in qualità di membro della commissione dei  75 incaricata di redigere il testo della nuova costituzione a formulare  i primi articoli riguardanti  i principi fondamentali? E’ interessante notare come La Pira propone un primo articolo che dice “  vorrei desse il tono a tutta la costituzione disegnando  l’architettura  e definendone l’ispirazione.” .Questo recita  così “ nello stato italiano che riconosce l’origine e la destinazione divina dell’uomo, scopo della costituzione è il presidio e il potenziamento della persona umana e degli enti sociali nei quali essa si integra e progressivamente  si espande.

Carlo Mafera

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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