Il Cortile dei giornalisti – Un ponte tra laicità e religiosità

 

 Vi ricordate del dialogo proficuo fra il cardinale Gianfranco Ravasi e il fondatore de “La Repubblica” a dimostrazione che non c’è contraddizione tra fede e ragione?

 

Lo scorso 25 settembre 2013, è iniziato  un dialogo tra il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, ed Eugenio Scalfari, fondatore de “La Repubblica”, dialogo inserito nel contesto del  “Cortile dei Giornalisti”, la giornata del Cortile dei Gentili (www.cortiledeigentili.com) dedicata agli operatori della comunicazione. Nei due dibattiti successivi, i direttori dei principali quotidiani nazionali italiani si sono confrontati e interrogati su temi come il rapporto tra responsabilità e libertà, obiettività e verità nel mondo dei media – con i suoi “vizi” e le sue “virtù” – e le possibili interazioni tra fede e ragione. Considerazioni che sono scaturite dal nuovo stile comunicativo introdotto da Papa Francesco, nel mondo della Chiesa cattolica. Si auspica che continueranno perché è solo dal confronto che nasce la verità.

Scalfari racconta di  esercizi spirituali “forzati” dai gesuiti, nella Casa del Sacro Cuore a Roma, e puntualizza in anticipo: “Non siamo qui per convertirci a vicenda, ma abbiamo in comune la convinzione che le nostre posizioni diverse possano essere lievito per una terra che ha bisogno di essere fertilizzata”. La laicità e la religiosità hanno molti valori e punti in comune ed entrambi possono combattere la buona battaglia contro i “nuovi barbari”,  cioè “coloro che stanno elaborando un nuovo linguaggio”, molto più povero di parole e ricco di immagini ma che rischia di “accrescere la solitudine”; in un mondo in cui “il tasso di narcisismo è diventato patologico”. E qui  il  ruolo della Chiesa nella rivoluzione della comunicazione dell’era digitale,  può essere decisivo – ha lasciato intendere  il cardinale Ravasi che ha aggiunto: “Se un pastore oggi non si interessa di comunicazione è al di fuori del suo ministero”. Del resto, secondo il presidente del Pontificio Consiglio della cultura, è stato proprio Gesù il primo a usare i tweet “in maniera sistematica” – “Il Regno di Dio è vicino, convertitevi”, 145 caratteri in tutto, nell’originale greco della Bibbia – e il suo modo di predicare attraverso le parabole ne ha fatto il “precursore” della tv. Il linguaggio di Gesù era quindi sintetico ed efficace come quello dei media attuali. Anche  il linguaggio del corpo, la “via della corporeità” ha la sua rilevanza nella comunicazione e Papa Francesco ben conosce  l’importanza di questo sottile linguaggio, ha ricordato Ravasi. Un altro tipo di linguaggio comunicativo è costituito dai Tweet. Il loro successo straordinario promosso e incoraggiato dal Papa, è stato poi analizzato dal direttore de “L’Osservatore Romano”, Gian Maria Vian, che ha sottolineato la delicatezza  di tale iniziativa  “difficile da far capire” nella sua portata, ma che  poi si è affermata prepotentemente, come dimostrano i milioni di “followers” – in costante aumento  dell’account @pontifex nel mondo del web e di internet . Gli altri direttori dei principali quotidiani italiani si sono succeduti negli interventi mettendo in evidenza la condivisione di molti valori comuni tra mondo laico e mondo religioso .“In comune tra credenti e non credenti c’è la ricerca del bene comune e dei significati ultimi”, ha detto Ezio Mauro, direttore de “La Repubblica”, che come “cambiamento epocale” dell’attuale pontificato ha segnalato che “Papa Francesco non s’interessa delle beghe della politica”. “Papa Francesco ha abbandonato l’ossessione dei valori non negoziabili, che ha caratterizzato quasi esclusivamente la proiezione della Chiesa nel mondo mediatico, negli ultimi anni”- ha detto Ferruccio De Bartoli, direttore del Corriere della Sera. Mentre il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, dal canto suo ha sottolineato che  “Avere l’ossessione dei valori non negoziabili è avere l’ossessione per l’umano, nel tempo del preteso post-umano”. I cosiddetti valori “non negoziabili”, che sono poi quelli del magistero della Chiesa, e dunque anche di Papa Francesco, “sono quelli sui quali non si fa mercato, in un mondo in cui si fa mercato di tutto”. “Il Papa cambierà il nostro mestiere del fare informazione”, ha concluso profeticamente  Virman Cusenza, direttore de “Il Messaggero”.

                                                                     Carlo Mafera

 

 

 

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