Hans Urs von Balthasar e Maria, icona della Chiesa

Uno storico intervento mariologico ai “sabati mariani” del 2010 a Roma del prof. Luca De Girolamo

Padre Luca De Girolamo, insigne mariologo dell’università “Marianum” di Roma, ha magistralmente delineato il rapporto tra Von Balthasar e Maria nel IX incontro dei Sabati Mariani nella Basilica di S.Maria in via Lata a Roma. Egli sostanzialmente ha toccato i tre punti fondamentali della mariologia balthasiana. La prima consiste nella dimensione del “Fiat” mariano. A tal proposito egli ha detto “Il ritratto che von Balthasar ci offre della Madre del Signore si caratterizza per un ritorno costante al centro costituito dalla persona di Cristo nel suo farsi uomo. In questo grande evento si esige la collaborazione dell’uomo che Maria offre al piano di Dio con la prontezza di quell’«Eccomi sono la Serva del Signore» che sappiamo essere dal testo originale di S. Luca una manifestazione gioiosa. Un Sì – quello della Madre del Signore – illimitato, ci dice von Balthasar in un’omelia nella festa dell’Immacolata Concezione che ne determina il suo statuto. Il Si a Dio che Maria pronuncia nell’evento dell’Incarnazione è il medesimo Sì senza barriera costituita da quel peccato che segna l’uomo dalla sua nascita. Scrive il nostro autore: Cosa significa «concepita senza peccato» o come pure si dice «concepita senza macchia di peccato originale»? Significa, con parole brevi ed essenziali, che quella persona in cui venne al mondo il Figlio di Dio ha accolto in sé questo dono del Cielo con (…) un Sì senza alcuna limitazione, nemmeno nascosta, senza quel «Si, però…», «Si, se…», «Si a condizione che…», «Si, vedremo…». Si potrebbe chiamare questa festa anche la festa del Si a Dio senza macchia. La macchia è quella del peccato originale. Ma cosa è questa realtà ? Alla domanda, trattandosi di un’omelia, von Balthasar non fa speculazioni, ma preferisce toccare l’uomo da vicino: Cos’è il peccato originale ? L’insufficienza morale di ogni uomo che viene al mondo come membro della razza umana. Ognuno ne sa qualcosa: sa che non è come dovrebbe e potrebbe essere. Egli assolve forse i suoi doveri alla meno peggio, ma appunto: in parte bene, in parte male. (…) Ora egli si consolerà perlopiù dicendo «Sbagliare è umano, e non si può nemmeno pretendere più dagli altri, ed io faccio in effetti quello che posso». Ma proprio così dicendo, sente che dovrebbe potere di più. La carenza personale che ognuno avverte nel suo più intimo è allo stesso tempo una carenza universale, sociale.

Tornando all’Incarnazione,- ha continuato Padre De Girolamo – è importante e significativa la precisazione che il nostro autore fa circa il termine tedesco impiegato Empfangen che significa accogliere, ma anche concepire. Tali verbi non denotano passività: «davanti a Dio, se compiuti con fede, sono sempre la massima attività. Se nel Sì di Maria – prosegue von Balthasar – ci fosse stata anche solo l’ombra di un’esitazione (…) alla sua fede sarebbe rimasta attaccata una macchia e il bambino non avrebbe potuto prendere possesso dell’intera umanità». Questo atteggiamento è vero e proprio insegnamento che ci aiuta a riaffermare l’unità esistente tra azione e contemplazione che solo in epoca moderna è stato drasticamente scisso, ma che S. Tommaso († 1274) affermava con un paradosso secondo il quale la creatura, quanto più riceve da Dio, tanto più partecipa del suo fare. Tale Sì mariano va a toccare perciò una incondizionatezza che affonda le sue radici nella libertà propria della Vergine; una verginità, nota ancora il nostro autore, in funzione della maternità. Tutto ciò tocca da vicino l’identità del Bambino che deve essere concepito e deve nascere. Se Egli prende la totalità dell’umanità, il Sì di Maria deve comprendere tutta la sua integrità psico‐fisica. Perché questo ? Il motivo è da ricercarsi nella missione che questo Bambino deve portare avanti e che può solo Lui portare a compimento. L’uomo pronuncia il suo “Si però…”, ecc., ma Dio vuole eliminare quest’oscillazione: il suo Sì all’umanità è la ragione di fondo per cui Maria può pronunciare un’analoga risposta positiva al piano di Dio, senza oscillazioni. È vero – potremmo aggiungere – che Maria è esente dal peccato che fa inclinare pericolosamente verso l’abisso, ma ciò non ci deve dispensare dal notare come, attraverso di lei, troviamo la manifestazione del Dio uno e trino diversa – ma non opposta – a quella sul Sinai dove ci si fermava alla enunciazione verbale della Legge. Ora la realizzazione è esistenziale in un essere umano che si colloca nella scia dei grandi dell’AT a partire da Abramo: È proprio la fede veterotestamentaria da Abramo in poi – nota ancora von Balthasar – a prendere parte (…) a questa esperienza trinitaria che necessariamente dovrà diventare punto di partenza per un’esistenza di fede neotestamentaria ed ecclesiale. (…) Per cui c’è parallelamente alla vita di Gesù anche una vita di Maria in cui tramite suo Figlio ella viene educata (…) al ruolo che dovrà esserle affidato ai piedi della Croce: essere il prototipo della Chiesa. Ma parlare di Trinità significa risospingersi all’interno della scena lucana dell’Annunciazione dove appunto viene proclamata la venuta di un Figlio che come la Madre è sotto l’egida dell’obbedienza: «la traiettoria dal seno del Padre eterno al grembo della Madre temporale – nota ancora il nostro autore – è un cammino nell’obbedienza, il più difficile e ricco di conseguenze, ma che viene percorso nella missione da parte del Padre: «Ecco io vengo per fare la tua volontà» (Eb 10,7). Chi porta e lo sospinge è lo Spirito. Lo Spirito del Padre, che manda, e del Figlio, che obbedisce, e quindi lo Spirito che nel portare e nel sospingere, è tanto attivo quanto obbediente». Perché allora, potremmo chiederci, sussiste questo sì dell’uomo a Dio pronunciato da Maria ? Potremmo rispondere facilmente citando il titolo di una piccola “operina” che è un commento all’enciclica Redemptoris Mater scritta da von Balthasar insieme ad un altro grande autore, oggi particolarmente noto, cioè J. Ratzinger: perché Maria è il Sì di Dio all’uomo. Un Sì che passa per l’umanità e la coinvolge (del resto è lo statuto più profondo della Rivelazione nella sua duplice dimensione di manifestazione divina e coinvolgimento dell’uomo) e che dall’Annunciazione si estende fino ai minimi dettagli della vita comune che Maria intrattiene con il Figlio. Citiamo qui due eventi: lo smarrimento nel Tempio dove le parole di Gesù spingono l’umanità ad un oltre («Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio»), ad un’apertura totale. In secondo luogo: la vicenda nuziale di Cana: il «Fate quello che vi dirà» assume per von Balthasar una valenza eucaristica («Fate questo in memoria di me») che passa anche per la moltiplicazione dei pani.”

Il secondo aspetto che Padre Luca De Girolamo ha toccato riguardo alla mariologia balthasiana è stato “Il posto di Maria nella Communio Sanctorum” ed egli ha proseguito con grande acutezza affermando che “Più volte von Balthasar nella sua opera teologica si sofferma sul tema della santità e lo fa con un ampio ventaglio di specificazioni e sfumature. Possiamo dire che tutta la sua teologia è inclusa in questo status di santità e che il teologo, proprio perché è tramite e esegeta della Rivelazione, deve essere santo. Tale aspetto singolare emerge soprattutto nel commento a Gv 15 dove troviamo la nota figurazione della vite e dei tralci contrassegnata da quella famosa frase del v. 5: «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» che von Balthasar applica alla teologia in nome di una semplicità che coincide con l’inclusione paolina “en Christo” (cf. Gal 1,16. 2,19‐20; II Cor 12,9).20 Non è possibile far teologia se non si torna al centro che è il Cristo giovanneo, Rivelatore del Padre (cf. Gv 1,18). Solo in tal inserimento è possibile rendersi conto in modo concreto del fatto che tale santità che è una forma di fecondità antropologica (che riguarda cioè tutto l’uomo) attuata in una missione possiede un principio sempre divino, non umano. Per questo motivo, osserva von Balthasar: “La santità cristiana qualificata comincia con il libero sì dell’uomo alla sua elezione e con la sua fedeltà nell’esecuzione del compito. In nessun caso si può dire il sì sia in tutti i chiamati egualmente debole e impotente; al contrario alcuni dicono un sì pieno, altri un chiaro no, altri un «forse» un «adesso no, ma dopo»… (…) Quelli che dicono un sì pieno talvolta incespicheranno o esiteranno o rimarranno indietro rispetto al loro primo ideale, ma la grazia li aiuta. (…) Non solo loro a possedere una missione, ma è la missione a possederli. Non importa quale essa sia (…) importante è che l’uomo le rimanga fedele.”Accanto a questo tratto dell’accoglienza di una specifica missione bisogna aggiungercene un altro non meno importante, quello che von Balthasar chiama anonimità proprio della fecondità. Ma anonimità non è un tratto dispregiativo quanto piuttosto rinvia all’universalità: Ogni uomo che si lascia espropriare da Dio e dal suo incarico – nota ancora von Balthasar – è una pietra d’angolo di comunione, uno spazio in cui gli altri possono prosperare, crescere e procurarsi materiale per costruire se stessi. Ogni santo è essenzialmente tale non per se stesso, ma per Dio e per i fratelli. Un santo che lavorasse all’edificazione della propria santità sarebbe una contraddizione in sé. Egli non sarebbe acceso e reso incandescente dal fuoco di Dio, che è sempre amore purificante, ma brucerebbe nel proprio fuoco, che ultimamente può soltanto essere preso a prestito dall’inferno. Come si colloca la Madre del Signore in tutto questo contesto apparentemente lontano e diciamo pure al plurale rispetto ad un’esistenza singola come la sua ? La risposta – dice Padre De Girolamo citando Von Balthasar – va ricercata proprio nell’entità stessa della missione che non viene solo posseduta dal credente, ma possiede il credente. Questo lo vediamo in Maria e nella Visitazione: ricevuta e concepita la Parola, Maria la porta all’anziana parente, ma in realtà è portata da questa Parola, vive l’espropriazione (cioè l’esser fatta cosa propria da Dio) ma essa si veste di gioia perché sa di essere glorificata da Colui che in lei si sta formando. Tutto questo senza paura: nel momento in cui ha accolto la missione è Serva della Parola, ma ne è anche portatrice. «Nel suo Magnificat – ci dice ancora von Balthasar – questi due elementi si unificano: tutte le genti la loderanno e non cesseranno di guardare a lei, ma, da parte sua, ella guarda solo a Colui «che ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e a tutta la sua discendenza» Infine Padre Luca De Girolamo ha concluso toccando il terzo aspetto della mariologia di Von Balthasar e cioè “Maria tipo e modello originario” e in particolare ha detto “Per von Balthasar – uomo che non partecipa al Concilio, ma che di esso respira l’aria innovatrice – la trattazione di Maria quale modello parte da molto lontano e si colloca nel campo della grazia, così come essa rappresenta un tipo di fecondità parallela a quella matrimoniale tra uomo e donna modellata su Ef 5,21ss. Proprio da questo testo paolino, nota il nostro autore sono sorte due linee di pensiero, due filoni teologici: anzitutto il tema della nuova Eva senza la quale non poteva darsi il nuovo Adamo; concetto che troviamo nel II secolo con Giustino ed Ireneo. Successivamente, quello dell’anima ecclesiastica modellato su quel bellissimo poema d’amore biblico che è il Cantico dei Cantici commentato con questo taglio da Origene (al quale von Balthasar ha dedicato non pochi scritti). Se il primo tema quello della nuova Eva è di facile comprensione, il secondo va a toccare in profondità l’uomo in quanto consiste in un’elevazione della sua anima (e chiaramente di tutta la sua persona) ad una dimensione ecclesiale e comunitaria. Appare chiaro come il rapporto tra Maria e la Chiesa si colloca su questo terreno. Al centro ritroviamo Cristo in comunione con la Madre, ma anche con la Sposa‐Chiesa. Un Cristo che esprime un grazie ad entrambe ma in modo diversificato: ma «qui – nota von Balthasar ponendosi sulla scia di Agostino – Maria sembra possedere una priorità insuperabile non a motivo di una maternità fisiologica, ma a motivo del suo atteggiamento profondamente personale di una fede perfettamente servizievole».Tale servizio esplicato da Maria, che è una vera e propria mediazione all’interno di quella potente del Figlio, si colloca per la Chiesa come modello. Von Balthasar qui tiene a precisare come nella scena della donna anonima di Lc 11,27‐28 che alza la voce per proclamare la beatitudine della madre, la risposta è al plurale: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica». Il motivo è molto profondo e ci conduce al modello che Maria rappresenta e a quella priorità che non può essere ristretta solo alla sfera fisica della maternità, poiché la fede è connessa indissolubilmente al dato fisiologico. Un doppio volto di un unico evento e che forma l’identità unica della persona Maria. Riecheggiando il testo lucano: Nessuno come lei ha ascoltato e messo in pratica la parola di Dio, fin nelle ultime fibre del corpo, cosicché in lei la fede‐di‐Abramo nella promessa divina fu portata a compimento: la sua fede compì l’incarnazione della parola di una promessa: naturalmente solo perché Dio stesso, nella sua sovrana libertà, volle diventare uomo in lei, l’umile serva. A questo punto ci si potrebbe chiedere con un’espressione immediata: e la Chiesa quale vantaggio trae da tale rete di rapporti? Il rapporto è analogico (unisce cioè somiglianza a diversità): da un lato Maria è livellata, all’interno del corpo ecclesiale perché ognuno, in forza dell’ascolto, dell’obbedienza e della prassi, può divenire Madre di Gesù permettendo alla Parola una successiva incarnazione, per altro verso, però Maria si distacca dai credenti in quanto lei sola è madre corporea di Cristo e perciò redenta anticipatamente, realizzazione della Chiesa senza macchia e senza ruga. È quindi tipo della Sposa, ossia “di quel «popolo di Dio» che per largo tratto manifesta ma in ciò non si distingue dalla Sinagoga. La distinzione ha inizio con Maria, nella quale il Verbo si fa carne, con l’Eucaristia, carne e sangue di Gesù donati e offerti per unirci alla sua sostanza, con lo Spirito Santo, che viene spirato nell’armonia ecclesiale dal Figlio dell’uomo risorto.” Si è dinanzi ad un modello femminile che, tuttavia, ingloba quello maschile,- ha precisato Padre Luca De Girolamo – laddove ricettività ed iniziativa vengono a coesistere. Qui von Balthasar inserisce il famoso principio mariano che vive in tensione positiva con quello petrino (del governo) e quello giovanneo (dell’amore) in quanto saldamente connesso con Cristo e con la Chiesa. Ma anche qui i concetti di matriarcato e patriarcato, osserva il teologo svizzero, sono da prendere con molta attenzione, perché si tratta pur sempre di categorie sociologiche che portate all’estremo rischiano di eliminare il mistero della reciprocità dei sessi invece di portarlo alla fecondità completa. Per questo motivo il teologo svizzero è contrario al conferimento del sacerdozio ministeriale alle donne.

In sintesi questa è la sua posizione articolata in 4 punti: essendo Cristo il rappresentante più eloquente del Dio nel mondo è anche l’origine del principio maschile e del principio femminile; da Cristo, Maria viene pre‐redenta e Pietro e i suoi discepoli vengono costituiti nel loro ministero; essendo Cristo uomo egli rappresenta l’origine in quanto la fecondità della donna è sempre rinviata ad una fecondazione originaria. La polarità uomo‐donna non può però essere relativizzata al pari della rappresentazione dell’origine ad opera del ministero ecclesiastico. Questi i punti, ma a partire da essi Balthasar fa un’affermazione molto forte: “una donna che volesse appropriarsi del ministero, si approprierebbe di funzioni specificatamente maschili, ma dimenticherebbe quale preminenza ha l’aspetto femminile della chiesa rispetto a quello maschile (…) Ogni invasione di un sesso nel ruolo dell’altro riduce l’estensione e la dinamica dell’amore umanamente possibile anche quando questa estensione oltrepassa la sfera della sessualità, della nascita e della morte nel campo dei rapporti verginali tra Cristo e la sua chiesa, che non si realizzano nei singoli atti distinti di particolari organi, bensì nella donazione totale di tutto il suo essere».” E conclude con il riferimento a Maria: «l’elemento mariano nella Chiesa abbraccia il petrino senza pretenderlo per sé. Maria è “Regina degli Apostoli” senza pretendere per sé poteri apostolici. Essa ha altro e di più».Il modello che ne emerge è di accoglienza della Rivelazione e parte integrante di essa: Maria, nella visione balthasariana, non soffre riduttivismi, perché con essi si rompe l’unità e la varietà della Rivelazione e si rischia anche di deformare l’identità e la vocazione specifica di ogni cristiano.”

                                                                                                                             Carlo Mafera

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