LA CRISI ECOLOGICA : Stiamo abbattendo la nostra casa

Nell’ambito della scuola di formazione socio-politica, il prof. don Joshtrom Isaac Kureethadam sdb della Facoltà di Filosofia presso l’Università Pontificia Salesiana ha esposto il delicato tema  a Santa Maria della Speranza. A tal proposito gli abbiamo formulato alcune domande.

D. Professor Kureethadam Lei ha più volte sottolineato, durante la conferenza, che il problema ecologico è un problema di consapevolezza. Ci può spiegare meglio?

 

R. Esattamente. La crisi ecologica contemporanea riguarda la nostra propria casa (oikos), la casa comune del pianeta Terra per tutti gli esseri viventi, inclusa l’umanità.  E’ necessario chiarire che l’attuale crisi ecologica non è solo un problema ‘ambientale’ o anche una serie di problemi ambientali, come generalmente si suppone. Oggi abbiamo bisogno di un radicale cambiamento di paradigma per comprendere e affrontare la crisi in cui versa il nostro pianeta. Si tratta di una crisi eco-logica, cioè avente a che fare con il destino della nostra propria casa. Solo quando impariamo a vedere la Terra per quello che realmente è, la nostra casa, e la nostra unica casa, solo allora saremo disposti ad agire per salvarla.  Infatti salvando la nostra casa comune, salveremo noi stessi.

 

D. Professor Kureethadam, Lei stesso si chiede se non stiamo abbattendo la nostra stessa  casa in cui viviamo?  È proprio vero?

 

R. Prima di rispondere a questa domanda fondamentale, è importante, però, rendersi conto di quanto il pianeta Terra sia unica come una casa di vita, un fatto che non sembra essere sufficientemente apprezzato dalla maggior parte di noi. In realtà, la Terra è l’unico posto che possiamo letteralmente chiamare ‘casa’ nell’universo infinitamente grande, essendo l’unica dimora conosciuta per forme complesse di vita come la nostra – almeno per quanto riguarda la nostra conoscenza attuale. Le recenti scoperte in cosmologia rivelano che la vicenda di come la Terra sia gradualmente diventata una casa che ospita la vita, inclusa quella umana, è strettamente legata alla più vasta epopea cosmica dell’origine, formazione ed evoluzione dell’universo.  I blocchi costitutivi necessari per la costruzione della nostra casa comune che è la Terra sono stati originariamente creati e plasmati nella fornace cosmica dell’universo nel corso di miliardi di anni.  Per poter veramente comprendere il significato della formazione della Terra come una casa per la vita, dovremo porre la nostra storia geologica nella più grande odissea cosmica di quasi 14 (13,82) miliardi di anni.  L’emergere del nostro pianeta, e infine della nostra stessa esistenza, possono essere compresi solo ritornando agli albori della creazione, all’origine dell’universo attribuito ad un momento singolare chiamato il ‘Big Bang’, e gli eventi successivi che sono accaduti.

 

D. Allora, professore, dopo aver fatto giustamente un po’ di storia della creazione per inquadrare la questione, possiamo dire ora che la nostra “casa” è in pericolo determinando la contemporanea crisi ecologica?

 

R. Abbiamo presentato in questa conferenza, alcuni indicatori autorevoli da parte della comunità scientifica che suonano la campana d’allarme sull’attuale stato del nostro pianeta, la nostra casa comune.  Il primo è l’importantissimo studio realizzato da un gruppo di 28 studiosi dello Stockholm Resilience Centre, tra i maggiori scienziati delle discipline del sistema Terra, tra i quali il premio Nobel Paul Crutzen e James Hansen della NASA.  Lo studio intitolato Planetary Boundaries (“i confini del pianeta”) identifica i limiti che l’intervento umano non può superare, pena effetti veramente negativi e drammatici.  Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, nel numero del 24 settembre 2009.[1] Lo studio Planetary Boundaries analizza gli effetti dell’impatto delle attività umane sui sistemi naturali e cerca di individuare alcuni fondamentali punti critici, oltrepassati i quali gli effetti a cascata che ne derivano possono risultare devastanti.   Vanno individuate nove grandi questioni planetarie considerate critiche per il nostro futuro, e si cerca di indicarne i relativi “confini planetari”.  Le problematiche affrontate sono le seguenti: il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, la modificazione del ciclo biogeochimico dell’azoto e del fosforo, l’utilizzo globale di acqua, i cambiamenti nell’utilizzo del suolo, la perdita di biodiversità, la diffusione di aerosol atmosferici, l’inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici.

 

D. Professor Joshtrom, qual è allora la conclusione del rapporto?

R.La conclusione più allarmante del rapporto è che per quanto riguarda i settori dei cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e l’interferenza con il ciclo dell’azoto, l’umanità ha già superato i confini. Lo studio sui confini planetari trasmette un messaggio molto importante e cioè che è tutta la casa comune dell’umanità ad essere attualmente minacciata. La crisi ecologica contemporanea in tal senso è singolare, nel senso che non si tratta di un unico problema ambientale, come il cambiamento climatico, per esempio – come viene spesso presentata attraverso i mezzi di comunicazione sociale. Lo studio citato dimostra anche che l’attuale crisi ecologica non costituisce un fenomeno locale o transitorio. Al contrario, è la casa comune della Terra che è in pericolo. La crisi ecologica contemporanea a questo proposito è senza precedenti nella storia geologica del pianeta. È la prima volta che la casa dell’umanità, la sua abitazione, viene minacciata in una maniera così onnicomprensiva.

 

D. Professore, Lei ha fatto cenno al concetto di impronta ecologica. Ci può spiegare meglio?

 

R. Ecco, stavo per dire che c’è un secondo indicatore autorevole da parte della comunità scientifica sullo stato allarmante della nostra casa comune, riguarda il consumo di risorse naturali. Uno strumento utilissimo qui è il concetto della “impronta ecologica” di ciascun cittadino del mondo.  Secondo il Global Footprint Network (organizzazione internazionale che misura l’impronta ecologica, cioè il segno che ognuno di noi lascia sul pianeta prelevando ciò di cui ha bisogno per vivere ed eliminando ciò che non gli serve più), nel 2013, il 20 agosto, l’umanità è entrata nell’ Ecological Debt Day (giorno del debito ecologico).  L’Ecological Debt Day (chiamato anche Earth Overshoot Day) è il giorno in cui l’umanità inizia ad attingere risorse che vanno al di là di ciò che la Terra può produrre in un anno.  Sarebbe il giorno in cui il reddito annuale a nostra disposizione finisse e gli esseri umani viventi continuassero a sopravvivere chiedendo un prestito al futuro, cioè togliendo risorse non solo ai figli e ai nipoti e alle future generazioni.  Il giorno del debito ecologico segna il giorno preciso in cui la domanda dell’umanità di risorse e servizi ecologici in un dato anno supera ciò che la Terra può rigenerare in quell’anno. Mentre le economie, le popolazioni e le richieste di risorse crescono, la dimensione del pianeta rimane la stessa. C’è un limite alle risorse che la Terra può produrre e dei rifiuti che può assorbire ogni anno. Il problema è proprio che le richieste umane sui servizi del pianeta superano quello che può offrire. Per millenni l’impatto dell’umanità, a livello globale, è stato trascurabile.  Nel 1961 metà della Terra era sufficiente per soddisfare le nostre necessità.  Il primo anno in cui l’umanità ha utilizzato più risorse di quelle offerte dalla biocapacità del pianeta è stato il 1986, ma quella volta il cartellino rosso si alzò il 31 dicembre.  Nel 1995 la fase del sovraconsumo aveva già mangiato più di un mese di calendario: a partire dal 21 novembre le quantità di legname, fibre, animali, verdure divorate andavano oltre la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi; il prelievo cominciava a diminuire il capitale disponibile, in un circuito vizioso che riduce gli utili a disposizione e costringe ad anticipare sempre più il momento del debito.  Nel 2005 l’Earth Overshoot Day è caduto il 2 ottobre, nel 2008 il 23 settembre e nel 2013 siamo arrivati addirittura al 20 agosto.

 

D. Allora dal 20 agosto ci siamo consumato tutte le risorse del pianeta?

 

R. Si, dal 20 agosto abbiamo viaggiato con i conti in rosso, consumando più risorse di quelle che la natura fornisce in modo rinnovabile.  In altre parole, da quella data abbiamo superato le soglie della bancarotta ecologica, mangiando il capitale biologico accumulato in oltre tre miliardi di anni di evoluzione della vita.  Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, l’anno in cui – se non si prenderanno provvedimenti – il rosso scatterà il primo luglio sarà intorno al 2050.  Alla metà del secolo avremo bisogno di un secondo pianeta a disposizione.  Si deve ricordare che esiste una disparità immensa e scandalosa quando si tratta dello stile di vita degli abitanti delle varie nazioni.  Secondo le statistiche del 2012, se il modello degli Stati Uniti venisse esteso a tutto il pianeta ci vorrebbero 4,16 pianeti.  Ma come sappiamo bene, di Terra ne abbiamo solo una.

E prima di concludere inseriamo l’ottima riflessione del dott Pietro Lo Miglio

 

 

 

 

 

D. E concludiamo sul famigerato effetto-serra. Quali sono le ultime evoluzioni?

 

R.Le dichiarazioni più autorevoli fino ad oggi per quanto riguarda la minaccia ecologica che affligge il pianeta sono state fatte dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici, co-assegnatario del premio Nobel per la pace per il 2007. Il recentissimo Quinto Rapporto dell’IPCC, del 2013, prevede un innalzamento della temperatura in questo secolo tra 0,3°C–4,8°C. È importante ricordare qui che le variazioni di temperatura media globale non hanno mai superato 1°C dall’inizio dell’attuale civiltà umana!  Il rapporto del 2007 aveva avvertito che scompariranno circa un terzo delle specie vegetali e animali se la temperatura globale scavalca la soglia di 1,5°C – 2,5°C.  Il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici associati avvengono a causa dell’aumento di concentrazione di questi gas (gas ad effetto serra, detti anche “gas-serra”) dovuto alle attività umane.  L’aggiunta di più di un gas ad effetto serra nell’atmosfera, come il CO2, – il più importante e malefico tra i gas dell’effetto serra – intensifica l’effetto serra, con conseguente innalzamento della temperatura media della Terra. Al fine di rimanere al di sotto di un aumento della temperatura globale a 2°C, l’obiettivo assunto dalla comunità internazionale è di limitare il CO2 nell’atmosfera a 450 ppmv, oltre il quale è considerato catastrofico per il clima del pianeta e per gli ecosistemi. Va messa in rilievo anche qui la grande disparità per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica che vengono calcolate secondo il “Carbon Footprint” (l’impronta dell’anidride del carbone). Secondo l’ultimo Human Development Report, se i cittadini dei paesi in via di sviluppo lasciassero la stessa impronta ecologica media di un cittadino americano o canadese si richiederebbero le atmosfere di nove pianeti per gestire le conseguenze. Ma delle atmosfere ne abbiamo solo una! Come ha osservato Lynn White già nel 1967: “Nessun’altra creatura è riuscita a rovinare il suo nido in un arco di tempo così breve.”

 

Carlo Mafera

 

 


 

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